I 17 elementi definiti ‘terre rare’ non sono in realtà rari nella crosta terrestre. Tuttavia, la spinta globale verso la transizione digitale ed energetica sta facendo in modo che queste ‘terre’ diventino sempre più preziose. Queste si trovano, difatti, sul punto di intersezione tra innovazione militare, transizione energetica e digitale e strategia geopolitica, divenendo, così, territorio di scontro della rivalità tecnologico economica Usa-Cina. Quest’ultima ha infatti acquisito prima degli altri la necessaria specializzazione e competenza ingegneristica, monopolizzando il mercato e rendendolo dipendente dalle decisioni di Pechino. Sulla base della distribuzione geografica delle riserve di terre rare, nei prossimi anni potrebbero essere ridefiniti gli equilibri geopolitici: l’intento è quello di riprogrammare il settore proponendo l’industria vietnamita come concorrente alternativa a quella della seconda economia mondiale.
Il ritorno del tycoon alla presidenza degli Stati Uniti rifletterà la sua influenza nelle modifiche degli equilibri geopolitici ed economici nel continente asiatico. Nell’Indo-Pacifico la reazione ai risultati d’oltreoceano è caratterizzata da un netto dualismo. Alcuni attori temono mosse ostili dell’amministrazione trumpiana; come l’Indonesia, ad esempio, che, prevedendo un eventuale incremento delle tensioni nella regione e facendo un passo indietro rispetto la sua politica di non allineamento, ha di recente aderito ai BRICS, riducendo la dipendenza dal Nord globale e, quindi, dagli Stati Uniti. Altri, invece, sperano nella possibilità che questa svolta presidenziale possa donare maggiore stabilità all’area riducendo l’influenza cinese, basti pensare all’affidamento di Manila sull’attore statunitense nel settore della difesa e della sicurezza. La reazione più dura vedrà come protagonista il rapporto con la Cina, che, sicuramente, si troverà a dover affrontare nuove misure protezionistiche.
La presidenza del tycoon, difatti, rappresenta un’incognita sulla prossima mossa che verrà effettuata nei confronti del gigante cinese, specialmente in considerazione della guerra commerciale iniziata durante il primo mandato. In vista di un possibile incremento delle divergenze commerciali, il Presidente Xi Jinping si è mostrato più moderato in seguito alle ultime elezioni statunitensi, congratulandosi con il tycoon per la vittoria e cogliendo l’occasione per auspicare rapporti commerciali più stabili tra i due paesi. Se da un lato la Cina ha rafforzato la sua autosufficienza tecnologica in settori come quello dell’IA e delle esplorazioni spaziali dopo il primo mandato Trump, dall’altro quest’ultimo ha già promesso un innalzamento dei dazi sulle importazioni cinesi. Tuttavia, il futuro della rivalità commerciale tra le due economie è ancora da valutare, considerando le possibili varianti e i potenziali nuovi attori in gioco.
L’elevato valore delle terre rare come materiali critici e le difficoltà nel reperimento
Risale al 1787 la scoperta della prima terra rara, che prese il nome di gadolinite, rinvenuta nell’Arcipelago di Stoccolma dal chimico svedese Carl Axel Arrhenius. Successivamente, ulteriori scoperte portarono il numero dei minerali a 17. La peculiare composizione chimico-fisica li rende resistenti a temperature elevate e, perciò, sono utilizzati per la produzione di magneti permanenti, componenti necessari di dispositivi quali gli schermi dei nostri smartphone, le batterie dei veicoli elettrici, gli impianti fotovoltaici. La spinta globale verso la transizione digitale ed energetica ne sta facendo aumentare la richiesta, rendendoli una risorsa sempre più preziosa e rendendone le catene di approvvigionamento sempre più interdipendenti. Se ne comprende dunque la rilevante portata, considerando anche che le terre rare sono utilizzate in settori strategici come l’aerospaziale ed il militare.
La ‘rarità’ non delinea una limitata reperibilità dei suddetti minerali sulla crosta terrestre. Tuttavia, diversi sono i problemi legati al loro utilizzo. Il principale è rappresentato dalla dispersione: i ritrovamenti di basse concentrazioni dei minerali, dislocate globalmente, non permetterebbero la suddivisione degli elevati costi di lavorazione. Questo fa sì che la loro estrazione non risulta economicamente sostenibile, poiché il processo prevede una serie di complicati passaggi di trasformazione. Dall’estrazione e la rimozione di ulteriori minerali, si passa eventualmente nell’eliminazione della radioattività, per poi culminare nel momento più complesso, ovvero quello della separazione. Tale processo, necessario per separare le terre rare le une dalle altre e consentire la fase successiva dell’elaborazione dei minerali, può essere effettuato secondo diverse modalità: la tecnologia dello scambio ionico o attraverso l’utilizzo di solventi come acido cloridrico o acido nitrico, sostanze che rilasciano rifiuti tossici nell’ambiente. Il costo sta proprio in questo passaggio, necessario per renderli componentistica spendibile nella produzione dei suddetti beni.
Il quantitativo totale di riserve di terre rare presenti sulla crosta terrestre è stimato intorno alle 130 milioni di tonnellate, di cui il paese con i più grandi giacimenti è la Cina, che si attesta al primo posto con ben 44 milioni di tonnellate. È dagli anni Ottanta del secolo scorso che il paese detiene il monopolio nel settore e, dunque, il controllo delle catene di approvvigionamento dei minerali. La Cina, in effetti, non detiene solo la più grande riserva di terre rare, ma si attesta anche la padronanza tecnica del complesso processo di lavorazione: risultato della lungimiranza di Pechino che, decenni fa, ha intercettato il potenziale strategico dei minerali, posizionandosi per primo in un settore di cui ora detiene l’egemonia economica. Inoltre, nel dicembre 2023, ha consolidato tale posizione imponendo un controllo nell’esportazione delle tecnologie per il processo di lavorazione dei minerali, in modo da conservare il primato sul know-how e le conoscenze ingegneristiche.
La geopolitica delle terre rare
Le terre rare sono utilizzate nella produzione di sistema d’arma avanzati come missili e aerei stealth e, proprio in vista dell’importanza strategica militare, il Dipartimento di Difesa degli Stati Uniti sta tentando di riprogrammare una differente architettura delle catene di approvvigionamento globali, in modo da ridurre la dipendenza dalla Cina. Nel febbraio del 2021 l’amministrazione Biden ha emesso un ordine esecutivo in cui incaricava il Dipartimento dell’identificazione dei rischi nelle catene di approvvigionamento delle terre rare e dell’individuazione di una soluzione strategica a tali rischi. Il Presidente Biden esprimeva, infatti, la necessità della diversificazione delle catene statunitensi e di un rafforzamento della loro resilienza, in modo da garantire la sicurezza nazionale e che la disponibilità di beni essenziali, tra i quali i minerali in questione, non venisse messa a repentaglio da fattori come la competizione economica e geopolitica.
La rivalità tecnologica tra Stati Uniti e Cina si sviluppa, in realtà, su una filiera molto più estesa, che comprende la produzione di microchip, essenziali per i dispositivi digitali e la cui domanda è in aumento. Se la proprietà intellettuale, necessaria per il processo produttivo, è in mano agli Usa, la maggior parte delle fasi che portano al prodotto finale vengono eseguite in Cina. Negli ultimi anni si sta procedendo ad una serie di misure e pacchetti che incentivano produzione, ricerca e sviluppo dell’industria strategica dei microchip sul proprio territorio, come il “Made in China 2025” da parte cinese e il “CHIPS for America Act” del 2020 statunitense, che si affianca all’ordine esecutivo di cui sopra. Nella progettazione dei microchip, gli Usa detengono il primato tecnologico.
Tuttavia, questa informazione evidenzia la complessità delle interdipendenze Usa-Cina in una filiera produttiva che vede a monte il reperimento delle terre rare, componenti essenziali per la produzione dei microchip. Infatti, gli sforzi statunitensi a valle della filiera, intenti a ripristinare la manifattura di questi ultimi nel territorio nazionale, trovano attrito nella dipendenza americana dalla fornitura di minerali cinesi. Questo è evidente nelle importazioni statunitensi di terre rare che per il 72% provengono ancora dal paese del Dragone, potendo annoverare sul proprio suolo solamente 1,5 milioni di tonnellate di riserve. La detenzione della più grande riserva di terre rare, mette la Cina in una posizione di forte impatto geopolitico all’interno della filiera.
Il potenziale vietnamita
Dal 2019, il Dipartimento della Difesa statunitense persegue l’obiettivo della diversificazione delle catene di approvvigionamento delle risorse essenziali attraverso accordi di estrazione e approvvigionamento prioritario delle terre rare in paesi africani. Le recenti restrizioni cinesi sull’esportazione di alcuni minerali critici negli Stati Uniti hanno ridato vigore alla necessità di stabilizzare le catene di fornitura. Dunque, questo è l’interstizio strategico in cui si apre la posizione per un potenziale attore entrante: il Vietnam, difatti, è al secondo posto per quantità di riserve dei minerali, con ben 22 milioni di tonnellate di terre rare presenti nella sua crosta terrestre. Questo lo rende una possibile alternativa per Washington nel contrasto all’egemonia cinese nel settore.
Nonostante i tentativi di incentivare l’industria mineraria in Vietnam siano iniziati nel 2010 con collaborazioni con aziende giapponesi, proprio quando il Giappone subì una sospensione dell’esportazione dei minerali da parte della Cina in seguito ad una controversia, da lì in poi l’industria non ha fatto rilevanti passi avanti. Dunque, essendo nuova nel settore, Hanoi deve affrontare considerevoli costi d’entrata: il paese non possiede la competenza ingegneristica e il capitale umano necessari per eseguire il complesso processo di lavorazione dei minerali. Tale processo richiede un’elevata specializzazione e, dunque, anni prima che il paese possa equipaggiarsi di personale qualificato e di strutture tecnologiche avanzate per poter eseguire le sue complicate fasi.
Tuttavia, per il suo potenziale il Vietnam è divenuto attore conteso tra le diverse potenze che cercano di riorganizzare le proprie catene di approvvigionamento. Così, al fianco degli Stati Uniti, anche aziende di altri paesi, come l’australiana ASM, stanno promuovendo la collaborazione con il Vietnam al fine di renderlo un fornitore alternativo al rischio di lasciare intatta l’egemonia cinese. Persino la stessa Cina, consapevole del potenziale strategico del paese come suo possibile competitor, sta promuovendo la modernizzazione dei collegamenti con il Vietnam, all’interno del grande progetto infrastrutturale della Belt and Road Initiative (BRI). Tuttavia, a causa del timore di un incremento dell’influenza del gigante cinese, il Vietnam, seppure abbia aderito all’iniziativa nel 2017, mostra diffidenza nei confronti del progetto.
Gli elevati costi derivanti dall’impatto ambientale, come l’inquinamento delle acque e la gestione dei rifiuti radioattivi, e gli scandali degli arresti nel settore minerario per violazioni delle norme sullo sfruttamento delle risorse e delle norme contabili non sono da ostacolo al Vietnam. Hanoi, infatti, punta nei prossimi anni allo sviluppo delle competenze nel settore delle terre rare, sostenuto dall’Occidente, il quale a sua volta mira alla realizzazione di un’alternativa nelle filiere di approvvigionamento. Mr. Jose W. Fernandez, Vice Segretario degli Stati Uniti, responsabile della crescita economica, dell’energia e dell’ambiente, durante la sua visita ad Hanoi ha ribadito l’opportunità della collaborazione con il Vietnam con l’obiettivo della diversificazione delle catene di approvvigionamento delle terre rare, in vista del reperimento di materie prime fondamentali; promuovendo, di fatto, la collaborazione tra le aziende dei due paesi per migliorare le competenze tecniche del paese asiatico.
Nel breve termine, la prospettiva dei ritorni economici nel settore per il Vietnam non è redditizia, a causa degli iniziali elevati costi da sostenere di cui sopra. Tuttavia, il paese asiatico è interessato alla riuscita dell’ambizioso progetto, consapevole che, divenendo fornitore di fiducia dell’Occidente e degli Stati Uniti in primis, il suo valore strategico cambierà drasticamente. L’obiettivo che Hanoi si pone è quello di mettere in funzione il più grande sito minerario vietnamita di terre rare a Dong Pao, nel nord del paese, di sviluppare infrastrutture di raffinazione e, entro il 2030, raggiungere l’obiettivo di 2 milioni di tonnellate estratte all’anno, offrendo un’alternativa stabile alle forniture cinesi, che rappresentano ancora il 92% della produzione dei magneti permanenti a livello globale. La sfida sta nella capacità del paese di attrarre investimenti e fornirsi della tecnologia necessaria per sviluppare il settore nel rispetto dell’ambiente.
Dunque, il partito comunista vietnamita affianca al rapporto con la Cina, da vent’anni il primo dei suoi partner commerciali, l’inesorabile percorso di avvicinamento bilaterale con Washington, iniziato un decennio fa con la Comprehensive Partnership. Il rafforzamento dell’accordo con la firma del settembre 2023 mira a contrastare l’influenza cinese nell’area dell’Indo-Pacifico, inserendo la relazione Usa-Vietnam in un piano strategico di progetti e collaborazione in settori scientifici e ad alta tecnologia, considerando anche lo sfruttamento di terre rare.
Un altro tentativo di Washington è l’Indo-Pacific Economic Framework (IPEF), un’iniziativa commerciale lanciata dal presidente Biden nel 2022. Seppure l’iniziativa non sembri decollare, uno degli intenti degli Stati Uniti è stato quello di rimarcare alla Cina il suo impegno nell’area e risulta interessante rilevare come tra i 13 paesi dell’Indo-Pacifico firmatari dell’accordo vi sia anche il Vietnam. Nell’agenda americana vi è dunque l’obiettivo di assicurarsi una competizione con Pechino e la possibilità di includere il Vietnam in una architettura anticinese. Se da un lato le attuali mosse del tycoon riaccendono la guerra commerciale alla Cina imponendo dazi alle sue importazioni, dall’altro ciò potrebbe portare ad un ulteriore incremento delle importazioni dall’attore vietnamita. Difatti, le importazioni Usa dal Vietnam sono in aumento dal 2018, quando il Presidente Trump inaugurò l’inizio di questa guerra commerciale. Dunque, al momento la collaborazione multilaterale con l’Occidente ed i suoi alleati, per investire e promuovere il suo ambizioso progetto di divenire una valida alternativa di fornitura globale dei minerali rispetto al gigante cinese, una collaborazione che permetterebbe anche la condivisione del know-how e dei costi della ricerca, rappresenta un’alternativa percorribile per Hanoi. E la sta già percorrendo.

