Le sfide geopolitiche di Pechino sulla BRI

La necessità per la Cina di Xi Jinping di creare il più grande corridoio commerciale via terra (per volume) della storia dell’umanità non viene semplicemente da un interesse storico culturale -argomento già di per sé caro a Pechino- che affonda le proprie radici nella dinastia Han e che per secoli ha avvicinato popoli geograficamente e culturalmente lontanissimi.

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L’interesse principale di Pechino sembrerebbe quello di scardinare a poco a poco il Washington consensus, la preservazione del quale non rientrerebbe nell’agenda politica del presidente statunitense, che sembra voglia puntare più su un ritorno all’isolazionismo pre-Wilsoniano. Tuttavia, la presenza militare e commerciale americana sia lungo la via della seta che sulla mezzaluna pacifica (Giappone e Taiwan) è ancora forte, complicando così le ambizioni economico-commerciali di Pechino.

È per un motivo strettamente geografico (come ricordava il professor Giuseppe Sacco in un incontro tenutosi a L’Aquila il 17 aprile 2019) che la Cina ha necessità di ripercorrere le strade che i loro avi a partire dalla dinastia Han intrapresero secoli fa. È infatti incontestabile la difficoltà con la quale la Cina può proiettarsi commercialmente e militarmente ad est. Pechino ha pochissime vie per uscire da quelle acque e spostare i propri commerci verso l’occidente, primo fra tutti lo stretto di Malacca, nel Sud-Est pacifico.

La traiettoria più conveniente da perseguire è quindi quella che attraversa gli Stan-countries, cosicché possa avere accesso diretto al blocco russo-europeo. Questa strategia oltre che consentire enormi flussi commerciali garantendo una win-win strategy (come ricorda il presidente Xi JinPing nel suo “The Governance of China”), potrebbe far uscire la Cina dall’isolazionismo culturale nel quale si è relegata per oltre 70 anni, fornendo un’alternativa all’egemonia statunitense. Questa constatazione, come rilevato dall’ambasciatore Alberto Bradanini nel suo “Oltre la grande muraglia”, è figlia della povertà e del sottosviluppo economico nelle aree ad influenza USA; grate alla protezione militare offerta dall’ombrello a stelle e strisce, sembrerebbero molto più lusingate dalle prospettive di crescita economica che la Cina potrebbe offrire loro. Uno scenario non ancora palesabile in quanto la dirigenza comunista non ha interesse -per il momento- ad entrare in diretta competizione con Washington.

Per ora la priorità di Pechino è proprio quella di consentire e rendere affidabile il trasporto merci attraverso gli Stan-Countries, i quali peccano per stabilità e trasparenza delle proprie istituzioni, fattori questi che potrebbero inabissare la Belt & Road Initiative nel suo snodo cruciale. Una delle vie di uscita che Pechino potrebbe avere è quella di rinunciare alla propria posizione di non interferenza negli affari di paesi terzi, mobilitando le proprie capacità diplomatiche e militari oltreconfine. In questo senso per la Cina comunista sarebbe un paradosso, in quanto necessiterebbe il coinvolgimento delle proprie forze armate in contesti internazionali, contravvenendo così ad una pratica di non interferenza politica e militare in paesi esteri dichiarata (e mai più messa in discussione, sebbene in alcuni casi si sia fatta più di un’eccezione) nel corso della conferenza di Bandung del 1955.

La Cina lo sta cominciando a capire: per essere potenza egemone non basta solo avere una forte economia ma è anche necessaria una forte capacità proiettiva delle proprie FFAA ed essere logisticamente preparati per un intervento tempestivo laddove gli interessi strategici cinesi lo richiedano.

L’Esercito Popolare Cinese nel mondo

La Cina ha già una presenza militare a Djibouti, zona fondamentalmente sicura da dove combattere la pirateria somala (dove anche l’Italia e altri paesi europei e non hanno una presenza militare) senza dover sopperire alle instabilità politiche di paesi quali Yemen, Etiopia, Eritrea e Somalia.

Così come la Cina combatte la pirateria internazionale sullo stretto di Malakka e nel golfo di Aden, dal 2016 si vocifera di una possibile presenza militare cinese sul corridoio di Wakhan (nell’immagine presa da google,com). Il corridio di Wakhan è un lembo di terra ceduto dal Tajikistan alla Cina come riscossione di un debito mai onorato nel 2011, ed è proprio qui che Pechino potrebbe avere la capacità di proiettare la propria forza militare e garantire così un baricentro hardpower nella lotta al terrorismo uiguro/talebano e alla criminalità transnazionale. Non a caso da questa posizione la Cina avrebbe un punto di osservazione privilegiato per garantire la sicurezza del China-Pakistan Economic Corridor (CPEC), una tappa fondamentale lungo la nuova via della seta. Non solo, ma da qui Pechino potrebbe meglio controllare la situazione lungo i suoi confini, con particolare occhio di riguardo verso gruppi islamisti che nutrono e alimentano sentimenti anti-cinesi.

La Cina di Xi JinPing si trova ad un bivio: se da un lato il mondo guarda con stupore e interesse alla BRI, dall’altro è necessario che il Partito Comunista Cinese comprenda che la possibilità di un impiego delle proprie forze militari potrebbe essere una necessità implicita per la tutela dei propri interessi. Al momento, ancora incerta sul da farsi, Pechino sta facendo ricorso dei contractors militari, ma sa bene che questa non è una strada agevole (Washington docet) da intraprendere sul lungo periodo.

In attesa di eventuali sviluppi e della certa risposta statunitense, chissà se, anche per questo caso, l’establishment cinese non riesca ad elaborare una propria “interferenza negli affari di uno stato terzo con caratteristiche cinesi”.