Le sfide dell’Orso nel 2021: la politica interna e le opposizioni – Pt. 2

Il 2021 si prospetta essere un banco di prova per la politica interna russa. Nell’arco dell’ultimo anno, l’opinione pubblica ha marcato la sua presenza nel paese. Verosimilmente influenzato dalla pandemia di Covid-19, il Cremlino ha vissuto diverse ondate di malcontento, come nel caso di Khabarovsk o più recentemente a Mosca. Se la stabilità domestica vacillerà, al Cremlino potrebbe mancare la forza per rilanciare la crescita economica al fine di rientrare nelle prime cinque economie globali, come preventivato.

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Il 2020 ha segnato la Russia non solo per la produzione dello Sputnik V. L’opinione pubblica nell’ultimo anno ha dimostrato un sentimento di crescente malcontento. Prima, questo è stato dimostrato con il crollo dell’approvazione di Putin, poi, più pragmaticamente, a Khabarovsk. Intanto, con l’introduzione di un nuovo pacchetto legislativo, il governo russo autorizza  nuove limitazioni e censure sulle proteste, sui media e sulle libertà personali. Una risposta legislativa dura che potrebbe rinvigorire il desiderio di protesta dei cittadini. Arriverà tardi il primo banco di provo governativo, solo a settembre con le elezioni parlamentari.

L’importanza delle elezioni parlamentari nel 2021

Il 2020 era iniziato con le dimissioni di Medvedev, volte a rendere possibili le modifiche costituzionali poi suggellate dal referendum di luglio. Una mossa che, sebbene rientrasse nei piani del Cremlino, ha destato stupore nell’arena internazionale. Da qui, gli affari domestici russi sono stati caratterizzati da un crescente tensione, che è passata dal declino, temporaneo, del consenso di Putin, fino all’avvelenamento di Navalny, che segnala la crescita di una forza di opposizione politica in Russia.

Le ultime elezioni della Duma sono state il fulcro della protesta dei movimenti di contestazione del potere di Vladimir Putin, i quali si sono scagliati contro dei possibili brogli elettorali. Le ultime avevano consegnato una facile vittoria a Russia Unita, ma questa sembra non essere la narrativa attuale. Si attende infatti un confronto parlamentare teso, verosimilmente con un vantaggio meno netto del partito del potere. Ciò non si traduce però in un risultato elettorale incerto.

Secondo l’Amministrazione Presidenziale, ovvero l’’ufficio del Cremlino responsabile della gestione della politica interna, le elezioni parlamentari di quest’anno ricalcheranno il filone visto nel 2016, con “Russia Unita”, che si assicurerà ben più dei due terzi dei seggi presenti alla Duma. Una previsione che, sebbene sia di entità governativa, non si discosta dalla realtà, celando forse il punto chiave per una svolta russa. Ovvero, nonostante la crescente impopolarità del partito di Putin, iniziato con l’innalzamento dell’età pensionabile nel 2018, “Russia Unita” rimane il partito più forte. Sino ad ora, l’opposizione politica domestica non è riuscita a capitalizzare gli eventi politici dell’ultimo anno per effettuare il sorpasso sul partito dominante. Questo è dovuto sia dalla frammentazione dell’opposizione politica russa, che non permette la convergenza di un maggiore bacino di voti, sia dalla mancanza di un personaggio carismatico all’opposizione, che, conseguentemente riesca a convogliare le altre forze politiche.

Navalny, nonostante i riflettori dell’ultimo anno, non sembra essere la persona giusta. Quando venne avvelenato, l’opposizione politica rimase immobile, incapace di agire. Il compito di salvare la vita all’oppositore politico toccò ad una Ong tedesca, che riuscì a portarlo a Berlino appena in tempo. Questo rende anche l’idea sul possibile margine di manovra operativo che l’opposizione vive in Russia. Alexei Navalny, leader del partito Russia del Futuro, vive una maggiore popolarità all’esterno dei confini russi, rispetto che a Mosca. La sua vicinanza con il mondo Occidentale non è vista di buon occhio dalla popolazione locale, che per questo fatica a legarsi al leader. Ma Navalny, come Russia del Futuro e la sua Fondazione anticorruzione, sono elementi importanti sul lungo termine. Il primo può infliggere nuovi danni elettorali, tramite la tecnica dello smart voting, la seconda potrebbe erigersi come bacino di raccolta dell’opposizione russa e la terza rischia di mettere a nudo il presunto giro corruttivo del Cremlino. Ma tutti e tre questi fattori sono fragili e devono essere maneggiati con attenzione. Un’eccessiva spinta oppositiva potrebbe giocare a favore di “Russia Unita” che potrebbe facilmente ridefinire, ad esempio, le azioni della Fondazione anti-corruzione come volte a smantellare il governo russo sotto la spinta di Alexei Navalny, il tutto orchestrato dall’Occidente.

La propaganda russa gioca un enorme ruolo, soprattutto nelle elezioni. Un altro esempio arriva dall’estero. Se Biden acuirà la stretta atlantica sulla Russia, le elezioni parlamentari potrebbero facilmente prendere la forma di un riscatto nazionalista, dove si chiederà alla popolazione di votare “Russia Unita” al fine di non finire sotto il giogo occidentale. Infine, i partiti di opposizione con una rappresentanza significativa nella Duma, ovvero i Partito Comunista, l’LDPR di estrema destra e il centro-sinistra di “Una Russia giusta” sono in una fase discendente sul lungo termine, sotto la guida di leader vetusti, veterani, non propensi a radicali riforme politiche. Intanto, Navalny al momento è stato condannato a tre anni e mezzo di carcere e questo potrebbe diminuire ancora di più la sua influenza sulle future elezioni di settembre.

Paradossalmente, il Cremlino potrebbe dover sperare in delle elezioni contese. Una sbaragliante ed ennesima vittoria di Russia Unita potrebbe idealmente creare uno scenario simile a quello bielorusso, vissuto nel 2020 da Lukashenko. Una vittoria su tutti i fronti potrebbe portare al crescere progressivo del malcontento popolare, che potrebbe poi sfociare in una opposizione collettiva. Uno scenario possibile, ma difficilmente realizzabile considerando anche la forza coercitiva di Mosca rispetto a quella di Minsk.

Il potere coercitivo di Mosca minaccia la continuità governativa dell’era Putin?

La coercizione e la centralità di Mosca sono due aspetti fondamentali nell’assicurare la continuità politica di “Russia Unita” al Cremlino. Il secondo fattore, nel 2020 ha visto le sue prime incrinature con le rivolte a Khabarovsk. Il primo, invece, potrebbe subire uno scossone durante questo anno, in base al malcontento dei cittadini.

Le recenti manifestazioni contro il Cremlino e a favore di Navalny, o meglio di una embrionale nuova opposizione sistemica, hanno subito testato la nuova legislazione russa contro le manifestazioni e la libertà di parola. Che la forza delle recenti proteste sia stata inasprita dalla recente legislazione è un’ipotesi che solo i prossimi mesi potranno verificare. La Duma ha infatti da poco approvato un pacchetto di leggi che limita la libertà di espressione, l’accesso ai dati e minimizza le manifestazioni contro il Cremlino. In quest’ultimo caso, il denaro per i raduni di più di 500 persone può essere trasferito solo su un conto bancario russo. Coloro che doneranno a favore della manifestazione dovranno rivelare i loro dati personali a seguito del trasferimento bancario. Inoltre, le campagne politiche non potranno accettare denaro o beni da stati stranieri, organizzazioni, ONG o cittadini stranieri, organizzazioni e movimenti internazionali, associazioni pubbliche non registrate o individui etichettati come “agenti stranieri” e i donatori anonimi.

Le leggi, approvate a Dicembre 2020 dalla Duma, inoltre vietano la condivisione dei dati personali e delle informazioni sul lavoro per gli agenti dell’intelligence, le forze dell’ordine, i militari e i giudici. Questo a seguito del caso Navalny e della scoperta delle responsabilità governative sull’accaduto. Le restrizioni sono sia reali sia digitali. L’organo federale bloccherà i siti web se, testualmente, “colpevoli di limitare informazioni importanti sul territorio russo” o a contraddire la copertura dei media statali sulle sanzioni straniere.

Con questo pacchetto legislativo, infine si estende il concetto giuridico di “agente straniero” che ora corrisponde a qualsiasi individuo ricevente una qualsiasi forma di supporto materiale o monetario dall’estero, o da organizzazioni già considerate “agenti stranieri”. L’attribuzione di tale etichetta a qualsiasi soggetto privato porta automaticamente ad una risoluzione penale del caso e ad almeno 2 anni di galera come nel caso di Valentina Cherevatenko, Presidente della Ong per i diritti umani “Unione delle donne del Don”.

Le legislazioni sono state approvate in un momento topico, ovvero all’inizio di un processo di crescita del malcontento popolare che non si verificava da 21 anni. Mosca ha risposto con prontezza ai segnali ricevuti dai cittadini nello scorso anno. Ora, anche a fronte delle nuove leggi, le proteste potrebbero culminare con un punto di rottura, per il governo o l’opposizione civile, o protrarsi lungo l’anno. Se così fosse, a settembre una maggiore incertezza elettorale potrebbe verificarsi proprio a seguito di questi eventi.