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Le relazioni tra Mosca e Washington: la democrazia, la Cina e l’Europa secondo Gabriele Natalizia

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In occasione del numero speciale di Matrioska – Osservatorio sulla Russia, Giulia Ginevra Nascetti ha intervistato Gabriele Natalizia, docente di Relazioni internazionali presso Sapienza Università di Roma e coordinatore del nostro Centro studi, nonché autore del recente volume edito da Carocci “Renderli simili o inoffensivi. L’ordine liberale, gli Stati Uniti e il dilemma della democrazia.”, per analizzare la complessità del rapporto tra Mosca e Washington all’indomani dell’insediamento dell’Amministrazione Biden.

L’enfasi sui diritti umani sembra essere l’unica grande discontinuità fra le Amministrazioni Trump e Biden nell’approccio con Mosca. Quale peso reale Washington attribuisce a questo aspetto? Uno superficiale, spendibile davanti alle opinioni pubbliche europee e statunitensi per ricompattare il suo fronte o piuttosto uno strategico veramente capace di mettere in reale difficoltà il Cremlino sia sul fronte interno (Navalny) che esterno (Bielorussia)? In sostanza, gli Stati Uniti credono davvero che i diritti umani e la promozione della democrazia possano essere un’arma capace di incidere in profondità nel confronto con la Russia oppure no?

È fuor di dubbio che l’amministrazione Biden abbia rimesso al centro della sua narrativa il tema della democrazia, a dispetto di quanto fatto da Donald Trump così come – si tende sempre a dimenticarlo – da Barack Obama. Tuttavia, non si tratta dello stesso ricorso che vi fecero le Amministrazioni Clinton e Bush jr. Queste declinarono la democrazia in senso “attivo” all’interno della loro grand strategy, ovvero come un bene intorno al quale far ruotare la politica estera statunitense in quanto capace di contribuire alla stabilizzazione dell’ordine internazionale. Se si analizzano i loro discorsi e documenti strategici, così come le loro politiche, appare evidente come queste furono contraddistinte da un vero e proprio classico “senso di missione” in relazione al tema della democrazia. L’approccio di Joe Biden sul tema, invece, sembra essere “passivo”. La democrazia non è più un bene da diffondere, anche in punta di baionette se dal caso, ma un bene da difendere. Anzitutto nel perimetro domestico, ma anche tra gli alleati di Washington, che in alcuni casi ne stanno conoscendo l’erosione. E, per l’appunto, l’alternativa democrazia/autoritarismo rappresenta la linea di demarcazione tra gli Stati Uniti e i loro alleati con gli avversari dell’ordine liberale. Ho l’impressione che, così come fatto dall’amministrazione Trump nei confronti della Cina, quella di Biden stia brandendo la spada della democrazia nei confronti della Federazione Russa più che altro per tenerla sotto un regime di “massima pressione”. Al momento, infatti, non sembrano esserci le condizioni affinché la Casa Bianca possa prendere seriamente in considerazione l’ipotesi di sostenere un regime change a Mosca – quand’anche diventasse un’ipotesi concreta – impegnata come è sul capitolo cinese. La fine di un regime in un Paese tanto grande, potente militarmente e dotato di armi nucleari come la Russia se non accompagnato con la dovuta attenzione e le dovute risorse rischierebbe di innescare una deflagrazione fatale per l’ordine a guida americana. Gli Stati ragionano anzitutto in termini di sicurezza e, quindi, spesso e volentieri preferiscono lo scenario conosciuto – anche se poco favorevole – a quello sconosciuto. Non ci dimentichiamo, d’altronde, che gli Stati Uniti hanno sempre pensato alla promozione della democrazia come a una politica da realizzare nei confronti di medie e piccole potenze, dimostrandosi sempre molto prudenti nell’attuarla nei confronti delle grandi. Basti ricordare la cautela che mostrarono anche nella fase finale della vita dell’URSS o di fronte alle proteste di Piazza Tienanmen in Cina.

Mentre a metà aprile Biden comminava una nuova serie di sanzioni alla Russia, egli offriva al contempo a Putin di incontrarsi di persona quest’estate in un paese terzo. Sebbene le sanzioni sui bond del debito sovrano russo possano nascondere un’implicita minaccia sull’apertura di un nuovo fronte sul quale Mosca non disporrebbe di armi analoghe, nel loro insieme queste sanzioni non sono tuttavia apparse così punitive. Quali finalità si celano dietro questa duplice mossa? Ha unicamente un risvolto di facciata tale da fare ricadere su Mosca la responsabilità per un eventuale rifiuto? O può trattarsi di un segnale di disponibilità ad effettuare un più profondo ripensamento della strategia di Washington nei confronti di Mosca, tale da fare presagire un mutamento dei paradigmi nel grande triangolo strategico fra Stati Uniti, Cina e Russia?

Il tempo ovviamente potrebbe smentirmi, ma credo che l’approccio degli Stati Uniti alla Russia per i prossimi anni sarà quello di tenerla sotto massima pressione. Almeno fin quando la sfida cinese – se non fosse disinnescata – diventerà una sfida “maggiore”, à la Unione Sovietica per intenderci. Fino a quel momento, Washington non avrà interesse a cambiare registro nei suoi riguardi. Anzitutto per non mettere in agitazione i suoi alleati in Europa orientale e non fornire una luce verde ai ripetuti tentativi di avvicinamento a Mosca effettuati – nel silenzio generale – da Berlino. In secondo luogo, perché la Russia è uno sparring partner perfetto per legittimare l’attuale corso della Casa Bianca agli occhi dell’opinione pubblica occidentale. Infatti, incassa i colpi ma non reagisce, sia perché non ne ha le capacità, sia perché spesso i colpi che subisce dalle potenze occidentali alimentano il rally ‘round the flag interno. Una dinamica che risulta comoda in termini di consenso interno al Cremlino in un momento in cui le performance economiche del Paese risultano a dir poco appannate. Infine, mantenere alta la tensione con la Russia oggi significa arrivare forti a un eventuale tavolo di trattative domani. Questo si aprirà solo nel momento in cui, come accennavo poc’anzi, il revisionismo cinese assumesse connotati “rivoluzionari”. A quel punto gli Stati Uniti – come fatto con l’URSS e la Repubblica Popolare Cinese durante la Guerra fredda ma al contrario – potrebbero decidere di “relativizzare” le inimicizie secondarie – come quella attuale con Mosca – per concentrarsi definitivamente sulla principale sfida all’ordine internazionale – quella lanciata da Pechino. La reintegrazione della Russia nel campo occidentale costerebbe così molto meno che se sin da ora gli Stati Uniti applicassero nei suoi confronti una politica di concessioni.

Nell’eventualità di una distensione dei rapporti fra Mosca e Washington, quali sono i dossier sui quali Mosca risulterebbe irremovibile e su quali mostrerebbe invece più flessibilità? E quelli di Washington invece?

Come accennavo, una vera distensione – come quelle avvenute nel 1985-1996, 2001-2003 e 2009-2012 – credo che sia inverosimile al momento, ma potrebbero esserlo nel medio termine in presenza di un’intensificazione della sfida revisionista cinese. Da parte russa è ovviamente inaccettabile ogni proposta di ritorno della Crimea all’Ucraina, così come l’integrazione di quest’ultima nella NATO. Ma non credo che a Mosca nessuno speri più di poter ripristinare l’influenza della Russia nel Paese, così come in passato. Al contrario, il Cremlino non potrebbe accettare un cambio alla guida della Bielorussia che non lo veda protagonista, pena l’isolamento dell’exclave di Kalingrad, un colpo mortale al suo prestigio internazionale e ai suoi progetti di integrazione eurasiatica. D’altro canto, non credo che per Washington la Bielorussia sia un tassello indispensabile in questa partita, mentre la Casa Bianca non potrebbe tollerare alcun sommovimento politico in Estonia o Lettonia realizzato dal Cremlino attraverso le minoranze russe presenti nei due Paesi, né un ritorno dell’Ucraina alla sfera di influenza di quest’ultimo. 

Il cambio d’inquilino alla Casa Bianca non ha costituito un cambio di posizione rispetto al NS2. Che prospettive ci sono per l’influenza di Washington rispetto ai rapporti energetici tra Ue e Russia?

L’amministrazione Trump vedeva così tanto questo progetto con il fumo negli occhi che nel dicembre 2019 il presidente firmò un National Defense Authorization Act for Fiscal Year 2020 che includeva il Protecting Europe’s Energy Security Act con cui si minacciava di colpire con sanzioni extraterritoriali le navi attive nel completamento degli ultimi 170 kilometri del Nord Stream 2. È stato poi lo stesso nuovo segretario di Stato Anthony Blinken a chiarire che su questo tema l’avvicendamento alla Casa Bianca non avrebbe determinato alcun cambiamento di posizione: gli Stati Uniti restano fermamente contrari al progetto. Una posizione ribadita dall’ambasciata americana a Berlino al quotidiano Tagesspiegel, cui ha fatto sapere che gli Stati Uniti sono pronti “a utilizzare tutte le leve disponibili” per evitare il completamento del Nord Stream 2 proprio mentre a Washington circola la voce della nomina di un inviato speciale che si dovrebbe occupare di questo scottante dossier (figura forse individuata in Amos Hochstein, che già aveva servito l’amministrazione Obama come inviato speciale per gli affari internazionali energetici). Se alcuni avevano creduto che l’opposizione dell’amministrazione Trump fosse motivata da ragioni “mercantilistiche”, ovvero la volontà di esportare in Europa energia americana prodotta dall’industria dello shale oil, ora abbiamo l’evidenza delle profonde ragioni geopolitiche di questa opposizione, dal momento che il nuovo corso della Casa Bianca vuole rilanciare l’impegno americano nella transizione energetica. Gli Stati Uniti, per quanto è in loro potere, cercheranno di opporsi a qualsiasi forma di intensificazione dei rapporti tra la Germania e la Russia.

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