Le relazioni tra la Georgia e l’Occidente
Fin dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica la Georgia e l’Occidente hanno provato a trovare un linguaggio comune per la gestione dei rispettivi interessi. Nelle aree relative all’aiuto umanitario e finanziario lo sforzo è stato generalmente coronato da successo. Nelle altre aree della collaborazione si sono però riscontrati maggiori problemi nella collaborazione tra Georgia e Paesi occidentali.

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Gli Stati Uniti non sono infatti intenzionati a investire se il governo georgiano non sarà capace di cambiare il quadro legale del Paese, mentre l’Unione Europea ha anch’essa bisogno di una significativa riforma del quadro legale del Paese, con il rafforzamento e la democratizzazione dello Stato georgiano, il cosiddetto processo di State building (riforma del sistema giudiziario, riforma della tassazione e della regolazione dell’economia, riforma della pubblica amministrazione e tutela delle minoranze), in linea con la Politica di Vicinato Europea. Manca inoltre quasi del tutto un’esperienza storica di collaborazione tra la Georgia e l’Occidente, se si escludono gli anni dal 1918 al 1921 quando la Georgia fu invasa dall’Armata Rossa. Non si può quindi in alcun modo parlare di “ritorno” in Europa. Il tema “Europa” in Georgia è quindi stato spesso trattato in modo vago o fumoso perché le condizioni poste dall’Unione Europea sono piuttosto gravose e per questo la classe politica georgiana le ha discusse di fronte all’opinione pubblica in modo retorico o vago, quindi non puntuale, per non suscitare resistenza od opposizione da parte dell’opinione pubblica di fronte agli inevitabili sacrifici necessari per implementare le numerose riforme richieste dalla UE.

Inoltre i georgiani, abituati ai meccanismi decisionali centralizzati sovietici, sono indispettiti dal lungo e farraginoso processo decisionale all’interno dell’UE che è frutto di una complessa triangolazione tra Consiglio, Commissione Europea e Parlamento Europeo, ognuno con le sue modalità di azione, interessi e specificità.
Altra nota dolente è il fatto che la Georgia sia un paese caratterizzato da network clientelari e pratiche informali e ciò si scontra con il rispetto delle procedure formali richiesto dalle organizzazioni internazionali. La leadership georgiana, educata nelle università americane, sta cercando di risolvere il problema che però richiederà ancora diversi anni. Restano tuttavia delle significative differenze tra i discorsi che essa tiene ad uso e consumo dell’opinione interna e quelli rivolti ad un pubblico o a delle istituzioni occidentali. I primi sono generalmente improntati ad un linguaggio roboante ed aggressivo, mentre gli altri, confezionati per ascoltatori occidentali, assumono un tono necessariamente più pacato. La Georgia infine si attende che l’Occidente la aiuti a risolvere le dispute territoriali, aiutandola ad intavolare delle trattative con la Russia. La situazione delle enclave di Ossezia del sud e Abkhazia, rappresenta un ostacolo all’ingresso nella NATO.

Altrettanto tormentata è la prospettiva di adesione all’Unione Europea: l’unica motivazione per la quale la leadership georgiana è disposta a portare avanti tutta una serie di riforme economiche e politiche altamente impopolari. Vi è infatti una tensione latente tra il progetto di modernizzazione liberal- democratica di alcune elite georgiane e la difesa dell’identità culturale georgiana e delle tradizioni ad essa inevitabilmente connesse. Durante il processo di implementazione delle riforme, sarà infatti molto difficile evitare uno scontro tra due sistemi valoriali tra loro opposti ed antagonisti, come la concezione liberal-democratica dello Stato e le pratiche di derivazione clanica e ex sovietica che vedono nell’accentramento del potere, nelle pratiche decisionali di tipo informale e nella mancanza di checks and balances. Di qui il ruolo dell’Europa, la sua policy guidance, nell’indirizzare la Georgia verso un modello liberaldemocratico simile a quello europeo.

Le elite europeiste avranno il difficile compito di portare avanti un progetto di modernizzazione politica ed economica, senza però essere accusati di voler “svendere” l’eredità culturale georgiana, tra cui la Chiesa ortodossa ed il suo importante ruolo religioso ed identitario nel Paese di tendenze generalmente conservatrici, il senso etnico dello Stato, il familismo, le reti di conoscenze e quelle clientelari e le pratiche informali in nome dei nuovi valori. Il rischio è che si aprano nuovi spazi politici ad un’opposizione tradizionalista che accuserebbe queste elite di non tenere in sufficiente considerazione la tradizione nazionale o di assumere un atteggiamento arrendevole nei confronti della possibilità di recuperare le due enclavi perdute dell’Ossezia del sud e dell’Abkhazia.

Modernizzazione nell’ambito della tradizione. Questo sembra essere l’ossimoro semantico, nonché soprattutto politico, che il nuovo governo georgiano eletto in queste elezioni del 2012 dovrà cercare di realizzare e portare avanti. Questo ossimoro semantico, e soprattutto politico, si ripete anche nel difficile tentativo di coniugare la fedeltà agli impegni europei ed atlantici con un graduale rapprochement con la Russia, visto che questa può fare uso delle sue leverages nei confronti della Georgia ad esempio attraverso il blocco del esportazioni di vino georgiano oppure approfittando della sua posizione di vantaggio strategico nelle due enclavi di Ossezia del sud e Abkhazia occupate dalle forze militari russe.
 

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