Le relazioni tra la Cina e la Santa Sede: verso la stipula di un nuovo accordo?

Il riavvicinamento diplomatico tra il gigante cinese e lo Stato vaticano ha rappresentato uno dei tratti maggiormente distintivi del pontificato di Jorge Mario Bergoglio, oltreché uno degli spunti più originali della politica internazionale degli ultimi anni. L’incontro tra la potenza comunista e il centro della cristianità non può che rappresentare però un percorso accidentato e pieno ostacoli, come provato tanto dalla storia quanto dalla cronaca delle ultime settimane.

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Cina-Vaticano: un rapporto storico difficile.  Il Vaticano e la Cina non hanno intrattenuto rapporti diplomatici formali per circa settant’anni, a partire dalla presa del potere da parte dei comunisti di Mao (1949) e dalla cacciata dal paese del nunzio Antonio Riberi (1951). Nel 2007, un primissimo tentativo di normalizzazione venne per iniziativa di papa Benedetto XVI, il quale si rivolse al popolo cinese attraverso una lettera in cui cercò di allontanare dalla mente degli orientali la figura del pontefice come cappellano dell’Occidente, e dunque assolutamente incompatibile con l’Oriente. Il sospetto da parte dei leader cinesi nei confronti della Santa Sede rimase però inalterato, soprattutto in considerazione del riconoscimento da parte del Vaticano della sovranità di Taiwan

La posizione di papa Francesco. Jorge Mario Bergoglio, pontefice che si definisce post-occidentale, considera la Repubblica Popolare Cinese come un attore fondamentale dello scacchiere internazionale; una grande potenza con cui bisogna necessariamente fare i conti. Papa Francesco ha messo così fine agli schemi precostituiti di identificazione della Santa Sede, istituzione quest’ultima che è stata resa libera di dialogare e costruire relazioni con tutte le cancellerie del pianeta. Soltanto attraverso una diplomazia fluida e in continuo movimento, la Chiesa cattolica può perseguire proficuamente la propria missione universale. La Cina, dal canto suo, considera il Vaticano un attore fondamentale nell’ambito della cooperazione internazionale finalizzata alla promozione della convivenza civile e della pace nel mondo, oltreché partner di primo livello in merito al dialogo interculturale e ai diritti umani.

Gli accordi tra le parti. Sulla base di quanto appena esposto, risulta agevole identificare nella figura di Bergoglio il fautore del notevole salto di qualità dal punto di vista delle relazioni sino-vaticane verificatosi negli ultimi anni. Le due parti hanno concentrato per lo più la loro attenzione nel superare le annose divisioni presenti tra i cattolici cinesi. In Cina vivono infatti circa 12 milioni di cattolici, divisi tra le “comunità non ufficiali”, fedeli al Papa e perseguitate per decenni, e quelle ‘ufficiali’ registrate all’interno della Catholic Patriotic Association, organizzazione gestita direttamente dallo Stato e indipendente dalla Santa Sede.  Nel caso dell’Associazione, i vescovi erano nominati dal governo di Pechino, e non dal Vaticano, come stabilito dal diritto ecclesiastico. In uno storico accordo stipulato il 22 settembre 2018, Cina e Vaticano hanno convenuto di concedere alla Santa Sede l’ultima parola in merito alla nomina dei vescovi cattolici in Cina. Tale accordo è stato interpretato come l’anticamera per la ripresa delle relazioni diplomatiche ufficiali tra i due Paesi, in modo da favorire tanto l’attività della Chiesa cattolica, quanto il bene del Popolo cinese, in direzione della tanto agognata ‘pace mondiale’. Nel febbraio 2020, a margine della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, si è tenuto un incontro tra l’arcivescovo Paul Gallagher (segretario vaticano per i rapporti con gli Stati) e il ministro degli esteri cinese Wang Yi. Le parti hanno convenuto di rinegoziare il patto del 2018, in scadenza a settembre 2020, e di proseguire sulla strada del dialogo istituzionale, bilaterale. Inoltre, la Cina, in tempi di coronavirus, sembra aver trovato nel Vaticano un insospettabile alleato. Wang Yi ha infatti riferito a Gallagher di contare sul contributo della Santa Sede per correggere l’ostilità della comunità internazionale contro la Cina per la discutibile gestione della pandemia. Papa Francesco, per suo conto, non ha mancato di fornire aiuti alla Cina sin dalla prima comparsa del virus, elogiando poi le capacità del paese nel sostenere la lotta al Covid-19.  

Conclusioni. Il percorso di riavvicinamento tra la Cina e il Vaticano rappresenta certamente una degli spunti di maggior interesse sul fronte della diplomazia globale dei prossimi anni, ma il suo successo dipenderà dalla risoluzione di una serie di questione molto spinose. In primo luogo, la situazione di Taiwan. Il Vaticano è uno dei venti stati al mondo a riconoscere la Repubblica di Cina, fatto che non potrà essere tollerato a lungo da parte dei leader della Repubblica popolare. Superare l’ambiguità delle relazioni con due entità in così profondo contrasto tra loro rappresenterà uno sforzo diplomatico notevole per la Santa Sede. In secondo luogo, tanto la Cina quanto il Vaticano dovranno superare robuste resistenze interne a un nuovo accordo. Le lobby antivaticane in seno al Partito comunista cinese sono molto forti, e spingono per un allentamento dei contatti con la Santa Sede. Nella Chiesa cattolica, le voci contrarie alla Cina sono molto numerose: tra tutte, il cardinale Joseph Zen, arcivescovo emerito di Hong Kong, il quale ha accusato il papa di aver svenduto il cattolicesimo e di aver assunto una posizione troppo morbida nei confronti delle dure repressioni cinesi a Hong Kong, e Charles Bo, arcivescovo birmano, presidente dei vescovi cattolici asiatici. Infine, considerate le notevoli tensioni tra USA e Cina, in caso di scoppio di una nuova Guerra Fredda, molti analisti si chiedono su quale fronte si schiererà il Papa. Il Vaticano rinnoverà la sua tradizionale appartenenza al mondo liberale o si farà attrarre da un richiamo orientale che appare sempre più irresistibile?