Le relazioni tra Giappone e Stati Uniti nella staffetta Abe-Suga e Trump-Biden

A metà dicembre il ministro della difesa giapponese Nobuo Kishi ha annunciato che il suo Paese si appresta ad ampliare la propria strategia “anti-access area denial” (A2AD), rafforzando il monitoraggio navale nel Mare Cinese Orientale. Esercitazioni militari in ambito del Quad, riforma dell’art. 9 della Costituzione, strategia FOIP: la presenza militare del Giappone nel Pacifico diventa sempre più rilevante. Gli Stati Uniti hanno di che rallegrarsi?

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La proiezione giapponese sullo scacchiere Indo-Pacifico

Nel 1853 il Commodoro americano Perry penetra nella baia di Edo, l’odierna Tokyo, non solamente aprendone il porto alla navigazione di navi straniere, ma il Paese del Sol Levante al resto del mondo. Da quel momento, il rapporto tra Stati Uniti e Giappone sarà alternato sia da legami commerciali che da rivalità nel Pacifico, a causa delle quali si vedranno contrapposti durante il secondo conflitto mondiale. Oggi, i due Paesi sono percepiti come alleati storici nell’area, un’area che sta venendo sconvolta da mutamenti da non sottovalutare.

L’attore principale dell’odierna politica estera nipponica rimane senza alcun’ombra di dubbio il precedente Primo Ministro Shinzo Abe; vicino ad esponenti nazionalisti giapponesi, egli riforma la Costituzione del Giappone per rendere costituzionalmente valido il ricorso del Paese al principio di difesa collettiva. Inoltre, sempre il Primo Ministro Shinzo Abe è il promotore di un “Free and Open Indo-Pacific”, dentro al quale si colloca l’iniziativa del Quad, l’intesa militare anticinese tra Australia, Giappone, India e Stati Uniti di cui si ritiene il premier giapponese il fautore principale.

In campo commerciale, forte del fatto che il Paese nipponico sia la terza potenza economica del mondo, il Primo Ministro Abe prende le redini della TTP nel momento in cui gli Stati Uniti di Trump si ritirano dalle negoziazioni, istituendo la CPTTP. In concomitanza con quest’ultima, il Paese del Sol Levante partecipa alle trattative per la realizzazione della RCEP, l’area di libero scambio più grande del pianeta, che lo vede partecipe insieme agli Stati dell’ASEAN, alla Cina, alla Corea del Sud, all’Australia e alla Nuova Zelanda.

L’apertura del Giappone nel Pacifico nell’ultimo ventennio non è stata di certo timida, avendo posto le basi per la propria partecipazione militare attiva nella regione e avendo stretto forti legami commerciali con i vicini Paesi. Ci si può interrogare sulla declinazione dell’apertura dello Stato nipponico: volta alla cooperazione multilaterale, o radicata nell’idea nazionalistica di un Giappone difensore della pace e della sicurezza del Pacifico? Nell’eventualità del secondo caso, ciò non porterebbe in futuro gli Stati Uniti e il Paese del Sol Levante a scontrarsi di nuovo per il dominio dell’Indo-Pacifico?

Le sfide sul cammino di Tokyo

Nonostante il Giappone sia ancora il principale alfiere degli Stati Uniti nell’Asia-Pacifico, durante gli anni della presidenza Trump la relazione tra Washington e Pechino è entrata in una fase di incertezza, diventando talvolta un ostacolo sulla strada intrapresa dal Giappone per ritagliarsi un ruolo di prestigio sullo scacchiere asiatico. Coerentemente con quella che è stata, sin dall’inizio, la postura del presidente uscente Trump nei confronti dei propri alleati, anche Tokyo è stata spesso bersaglio di critiche da parte dello Studio Ovale. Sul piano economico, il tycoon ha a più riprese accusato il Giappone di approfittarsi del surplus commerciale maturato nei confronti degli Stati Uniti, con tutti i vantaggi competitivi da esso derivanti. Sul piano della difesa, poi, Trump ha rimproverato al Giappone il fatto di non contribuire adeguatamente, in termini di spesa militare, agli sforzi per preservare la sicurezza della regione (un modo nemmeno troppo velato per spingere il proprio alleato a comprare armi americane).

Il già citato ritiro degli Stati Uniti dal TPP, la guerra commerciale portata avanti da Washington nei contro Pechino e le misure protezioniste adottate anche dei confronti di merci provenienti dal Giappone hanno messo l’economia del paese asiatico (fortemente votata all’export e al libero mercato) in una posizione di difficoltà, aggravando gli effetti di criticità già presenti, come la crisi demografica.

Dal punto di vista militare, invece, per il Giappone è stato più “facile” cercare di accontentare il proprio alleato: il paese si trova tutt’ora in una fase caratterizzata dal tentativo (questo per niente semplice) di modificare la propria costituzione, in particolare in merito ai vincoli posti in materia di difesa, e di estendere le proprie capacità militari. A un sostanziale potenziamento della marina militare giapponese si è accompagnato, ad esempio, anche l’acquisto risalente ad alcuni mesi fa di un ingente numero di F-35 americani. Motivo di questa svolta, oltre al crescente sentimento nazionalista e revisionista che si sta facendo strada presso parte dell’opinione pubblica e della classe politica giapponese, vi è la necessità far fronte ad alcune sfide riguardanti sicurezza del paese, come le crescenti capacità nucleari della Corea del Nord, ma soprattutto il rapido sviluppo militare e la crescente assertività della Cina, che ciclicamente si manifesta sulle acque del Mar Cinese Orientale, da tempo teatro di un’aspra contesa territoriale riguardante le Isole Senkaku, in mano al Giappone ma reclamate da Pechino.


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Il possibile futuro del rapporto USA-Giappone

Premesso che sarà necessario osservare quale sarà la postura sia della nuova amministrazione americana guidata da Joe Biden in merito all’Asia-Pacifico, sia del nuovo governo giapponese che andrà ad insediarsi dopo le elezioni del 2021 (in entrambi i casi ci si aspetta un certo grado di continuità), bisogna puntualizzare che Giappone e Stati Uniti hanno comunque bisogno l’uno degli altri per il raggiungimento dei propri obiettivi strategici. Alla luce di ciò, una maggior indipendenza economica e soprattutto militare (dovuta a un maggior “spazio di manovra”) del Giappone rispetto agli Stati Uniti potrebbe fare del paese del sol levante un valido attore nella sfida per la determinazione del futuro ordine in Asia-Pacifico, laddove l’avversario “da battere” è di certo una Cina sempre più ambiziosa che con le proprie iniziative punta a diventare la potenza regionale egemone. Sarà interessante vedere se l’asse Tokyo-Washington rimarrà solido alla luce di un futuro possibile ruolo di maggior rilievo del Giappone sullo scacchiere asiatico, o se invece (complici il sentimento nazionalista e revisionista di una parte di Giappone che non ha mai elaborato a pieno le proprie responsabilità e le conseguenze della Seconda Guerra Mondiale) l’“indipendenza” si trasformerà in “affrancamento”, e se dunque i futuri obiettivi strategici del Giappone entreranno di nuovo in contrasto con quelli degli Stati Uniti.

Lorenzo Bazzanti e Alessandro Vesprini,
Centro Studi Geopolitica.info