Le relazioni sino-statunitensi tra TPP e summit internazionali

Stando alle dichiarazioni del premier cinese Li Keqiang all’assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, tenutasi tra il 18 e il 22 settembre, le relazioni sino-statunitensi sarebbero stabili e buone, malgrado le differenze esistenti su determinate questioni. Li ha affermato che avere alcune divergenze è normale, date le differenti condizioni nazionali e le peculiarità dei retroterra culturali, e che le frizioni tra i due paesi rappresentano una piccola parte delle relazioni bilaterali.

Le relazioni sino-statunitensi tra TPP e summit internazionali - GEOPOLITICA.info

Il premier cinese ha inoltre sollecitato di andare avanti con la cooperazione economica, allargando l’accesso ai rispettivi mercati e portando a termine le negoziazioni per un trattato sugli investimenti. Nei vari incontri avuti a New York, il premier Li ha potuto confrontarsi con personalità del mondo degli affari, dei media e dei centri di analisi strategica, confermando i punti salienti dell’agenda internazionale cinese, ampiamente discussi nel corso del G20 ad Hangzhou. L’ottimismo diplomatico cinese è in parte fondato e in parte no. Le tensioni ci sono, soprattutto nella macroregione dell’Asia-Pacifico, su cui persistono visioni contrastanti tra Cina e Usa. Mentre alcuni analisti leggono le recenti esercitazioni militari sino-russe nel Mar Cinese Meridionale come una dimostrazione di forza della Repubblica popolare, finalizzata a superare il supposto isolamento cinese dopo la decisione dell’arbitrato internazionale con le Filippine (sfavorevole alla Cina), altri, tra cui il sottoscritto, sono più propensi a interpretare il consolidamento delle relazioni con la Russia e le mutevoli alleanze regionali come un rafforzamento della leadership cinese rispetto al declino tendenziale dell’influenza statunitense. Vediamo perché.

Iniziamo col considerare gli ostacoli al TPP, ancora non ratificato e con sempre meno supporto. Il Vietnam, ad esempio, ha avviato nuove relazioni con la Cina, soprattutto con il premier Nguyen Xuan Phuc, eletto da pochi mesi. La decisione di sospendere e rinviare la ratifica del trattato da parte del Vietnam sopraggiunge al termine di una visita ufficiale in Cina a metà settembre. Con le seguenti ragioni: la necessità di valutare la situazione globale, di aspettare le elezioni statunitensi e di valutare le posizioni degli altri membri del TPP. In realtà il Vietnam sembra perseguire una nuova strategia di riavvicinamento a Beijing. Per di più, anche le Filippine, alleato storico degli Usa, sembrano avere posizioni sempre meno rigide. Il nuovo presidente Duterte ha interrotto i pattugliamenti con gli Usa nel Mar Cinese Meridionale, aprendo agli investimenti cinesi e richiedendo la ritirata delle forze speciali Usa da Mindanao, con la giustificazione di mettere in piedi una politica estera più indipendente. Al riguardo è interessante notare che negli ultimi tempi si sono moltiplicati i messaggi sino-filippini volti alla riconciliazione e alla gestione pacifica, in ambito regionale, delle dispute marittime.

Se si considerano la fluidità e i cambiamenti recenti nelle posizioni di Vietnam e Filippine, non sorprende che Obama non abbia menzionato, nel suo discorso finale all’assemblea dell’Onu, il trattato transpacifico, cuore della sua strategia pivot to Asia, dalla duplice valenza geoeconomica e geopolitica. Il TPP è stato definito infatti una sorta di “Nato economica”, perché funzionale a contenere la Cina e perché associato tanto alla sicurezza nazionale statunitense, quanto alla difesa della sua leadership mondiale. Ma questo trattato, che esclude la Cina, potrebbe arenarsi sulla coste del Pacifico o, se si preferisce, sprofondare nelle sue acque. Quello che doveva essere il fiore all’occhiello della presidenza Obama non ha più alcuna certezza di vedere la luce.

Pertanto, le pressioni statunitensi, l’uso strumentale del tribunale internazionale, che la Cina ha spiegato più volte non avere sufficiente legittimità e andar contro i patti stipulati a livello regionale e bilaterale, nonché i dinamici spostamenti strategici di attori regionali fondamentali, poc’anzi descritti, sembrano essere segni di rafforzamento, anziché di indebolimento, della leadership cinese. Tutto ciò ben si combina con il sostegno dato dal G20 all’agenda politica internazionale promossa a Huangzhou dalla Cina, ma anche nel corso di altri importanti meeting internazionali, come quelli dell’ASEM a luglio (di cui abbiamo fornito un resoconto in questo articolo) e dell’ASEAN a Vientiane, subito dopo il G20, in cui gli Usa hanno dovuto registrare un’evidente battuta d’arresto nella loro azione volta ad accrescere la resistenza regionale alla Cina.