Le Relazioni italo-libiche tra storia e prospettive di collaborazione nella macro-regione del Mediterraneo
È ancora “primavera” nel mondo arabo? Prima di rispondere a questa domanda, occorre tentare di comprendere se un fenomeno politico di portata regionale che abbia legato attraverso una vicenda comune contesti domestici differenti, si sia effettivamente sviluppato tra il dicembre del 2010 fino ad oggi. Senz’altro simili appaiono le condizioni politiche, economiche e sociali in cui versavano gli Stati del Maghreb e del Medio oriente nel momento in cui la prima scintilla della rivolta ha preso vita in Tunisia. 

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La prima condizione comune era quella politica, che vedeva la presenza esclusiva di Paesi con regimi refrattari alla democrazia, tanto da far descrivere la regione da Samuel Huntington come l’unica al mondo mai lambita da nessuna delle tre ondate di democratizzazione (1828-1926, 1943-1962 e 1974-giorni nostri), e dalla sclerotizzazione di un sistema di potere che in alcuni casi era nelle mani dello stesso gruppo da più di mezzo secolo. La seconda condizione era quella economica che vedeva lo stanco trascinarsi di economie stagnanti, o appiattite su un unico settore, dove lo Stato rappresentava il gestore unico o il socio di maggioranza di quasi tutte le imprese di un qualche rilievo. La terza condizione era quella sociale, per cui circa il 50% della popolazione è tuttora ricompresa in una fascia di età inferiore ai 25 anni (molti studi hanno sostenuto la tesi che l’incidenza di rivoluzioni e guerre è maggiore negli Stati in cui l’età media della popolazione è bassa). 
Il principale risultato di questo scontro è stata la manifestazione di una generale volontà di rigenerazione politica che ha portato all’esaurimento della stagione del nazionalismo laico e del pan-arabismo.

Occorre, tuttavia, tracciare un distinguo tra i diversi eventi di cui si compone la “primavera araba”. In Tunisia, Egitto, Marocco, Giordania, Bahrein le proteste non hanno mai generato un clima di anarchia e il cambiamento politico è oscillato tra l’allontanamento del capo di Stato e il cambio di governo e una maggiore apertura dei sistemi politici verso i principali strumenti di democrazia (maggiore libertà di aggregazione e più ampia possibilità di partecipazione alle competizioni elettorali). Laddove la violenza, come in Libia e in Siria, è stata – o è – più elevata, ha preso forma – o potrebbe prenderla – un vero e proprio regime change (la guerra civile in Yemen più difficilmente può essere analizzata all’interno di tali categorie in quanto il Paese vive nel baratro della guerra civile ormai dal 1967). Essendo le vicende relative alla sopravvivenza del regime di Damasco ancora in corso, è preferibile affrontare il tema delle “primavere arabe” analizzando il caso libico, che grazie alla realizzazione di una prima tornata elettorale e alla formazione di un nuovo governo ha già compiuto, similmente alla Tunisia e all’Egitto, un passo in avanti sulla via della trasformazione da un sistema di potere accentrato verso un sistema maggiormente pluralista. Il 1 novembre, infatti, è stato presentato il governo di coalizione presieduto da Ali Zeidan, il primo che dal 1969 potrà godere della legittimazione democratica di un Parlamento eletto liberamente. A confortare le speranze sulla possibilità di un cambiamento effettivo sono intervenuti anche i dati sulla partecipazione popolare al voto, che ha registrato l’afflusso del 62% degli uomini e delle donne aventi diritto.

Non si può, tuttavia, cedere alla tentazione di ridurre l’idea di democrazia alla sua definizione “minima”, ossia democrazia uguale elezioni, in quanto il semplice ricorso al processo elettorale per l’attribuzione del potere potrebbe persino essere pericoloso per la stabilità del Paese. Occorre ricordare che la Libia è attraversata dalla frattura “rokkaniana” centro-periferia, che ha già contribuito alla fine del regime di Gheddafi e allo scoppio della guerra civile, per cui il suo territorio si contraddistingue per la presenza di clan rivali che determinano tre divisioni politico-spaziali principali: Tripolitania, Cirenaica e Fezzan. Questa suddivisione potrebbe ancora costituire in futuro una forza centrifuga in grado di mettere a repentaglio l’unità dello Stato libico, soprattutto qualora attraverso le elezioni una componente clanico-geografica finisse per prevalere in misura schiacciante sulle altre. Sembra indispensabile, quindi, che la Libia assuma un assetto di tipo federalista, che sappia mantenere la coesione, senza finire con lo schiacciare le singole identità locali, sul modello di quanto avvenuto – con successo – a cavallo tra il XIX e il XX secolo in Brasile e in Argentina.

Altra questione esiziale per il proseguo della democratizzazione in Libia sono gli effetti ambivalenti del rapporto tra sfera politica e sfera religiosa. La reazione alla deposizione di un regime laicista potrebbe verosimilmente portare all’imposizione della sharia quale fonte primaria del diritto nel Paese. L’effetto positivo che questa scelta potrebbe generare è l’individuazione di minimo comun denominatore culturale intorno al quale coagulare il processo di nation building, che rappresenta una condizione necessaria anche se non sufficiente per l’affermazione della democrazia, e che era sempre mancato nel passato nonostante il velleitario tentativo ideologico compiuto da Gheddafi. L’effetto negativo, invece, sarebbe la paradossale evoluzione di uno Stato che non appena riguadagnata la libertà – goduta nella sua storia solo tra il 1951 e il 1969 – decide volontariamente di rinunciarvi attraverso l’adozione di un sistema normativo che limita in molti campi la libertà individuale e le cui conseguenze sono verificabili in molti Stati dell’area (Arabia Saudita, Iran, Emirati Arabi…).

Non bisogna dimenticare, infine, che le evoluzioni politiche domestiche sono strettamente collegate alla dimensione internazionale.

La Libia è inserita nel cuore del Mediterraneo e questa sua posizione le impone un rapporto diretto e continuativo con l’Occidente. La percezione sia da parte del nuovo governo, che della popolazione (su cui già il vecchio regime aveva fatto opera di propaganda), che gli Stati occidentali siano orientati solo da obiettivi predatori nei confronti del Paese, potrebbe indurre Tripoli ad adottare modelli antitetici ai nostri e ad avvicinarsi agli Stati che a livello regionale guidano le spinte all’equilibrio del potere in senso sfavorevole agli Stati Uniti e ai loro alleati. L’Italia in particolare, che grazie alla vicinanza delle sue coste a quelle libiche è fisiologicamente il partner privilegiato della Libia, deve allontanare dalla sua azione politica il cinismo del paradigma sicurezza/affari nei suoi rapporti con Tripoli, ma – proprio nel suo interesse nazionale – deve dimostrare la sua capacità di saper bilanciare il perseguimento dei suoi obiettivi internazionali con dei pilastri etici intorno ai quali far ruotare la sua azione. È quello che negli Stati Uniti chiamerebbero soft power, e Washington grazie a questo potere ha vinto la Guerra fredda.

Al seguente link potrete visualizzare il servizio sulla conferenza “Le relazioni Italo-Libiche.Tra storia e prospettive di collaborazione nella macro-regione del Mediterraneo”.  http://uniroma.tv/?id=22144