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Le reazioni alla guerra in Ucraina nei Balcani: i casi di Romania e Bulgaria

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La guerra in Ucraina ha causato serie preoccupazioni di sicurezza regionale in Paesi balcanici come Romania e Bulgaria. Sin dallo scoppio della guerra, i governi dei due Paesi, entrambi membri della NATO dal 2004, hanno palesato una comune linea di condanna nei confronti di Mosca e di sostegno verso Kiev, manifestatasi anche con una politica particolarmente generosa verso i rifugiati. Tuttavia, al di là della posizione governativa ufficiale, all’interno dei due Paesi si sono riscontrate posizioni alquanto divergenti.

Nel caso della Romania, sin dall’inizio dell’offensiva russa del febbraio 2022, il governo ha espresso piena solidarietà all’Ucraina, condannando l’aggressione militare di Mosca e rifiutandosi di riconoscere l’indipendenza delle regioni separatiste di Doneck e Luhansk. Il governo romeno ha considerato tali azioni come gravi violazioni del diritto internazionale, della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina. A queste prime reazioni è seguita il 28 febbraio la dichiarazione del Parlamento romeno votata all’unanimità di condanna dell’aggressione, di richiesta di ritiro delle forze russe e di sostegno alle aspirazioni ucraine per l’integrazione euro-atlantica. Bucarest ha poi espresso un forte sostegno ai pacchetti di sanzioni estesi contro la Russia dalla Commissione europea, adottato diverse misure per offrire assistenza all’Ucraina e richiamato l’attenzione sulla necessità di sostenere politicamente la Moldavia e di rafforzare la posizione di deterrenza e difesa sul fianco orientale della NATO. Infine, Bucarest ha considerato opportuno raggiungere un’indipendenza energetica da Mosca.

La posizione filoatlantica ed antirussa della Romania trova un fondamento nel diffuso sentimento di russofobia, che nel Paese ha origini storiche alquanto antiche. Uno dei principali contrasti storici tra Romania e Russia deriva dalla questione della Bessarabia, territorio in gran parte esteso sull’attuale Moldavia, che nel corso del dominio zarista e sovietico ha subito una profonda russificazione nonostante i forti legami etnico-linguistici con Bucarest. Già nel 1877, nonostante la liberazione dal dominio ottomano grazie alle armi russe, la Romania non aveva accettato la perdita della Bessarabia meridionale a vantaggio dell’impero zarista. D’altronde, la Romania ha sempre considerato l’ideologia panslavista promossa dalla Russia come uno strumento volto a soffocare l’identità nazionale romeno-latina. Infine, la russofobia è stata alimentata soprattutto come conseguenza dell’imposizione forzata nel secondo dopoguerra di un regime comunista filosovietico particolarmente duro.

La politica antirussa romena trova una giustificazione soprattutto in relazione all’incognita rappresentata dal futuro della Moldavia. In Romania, dove il movimento unionista con Chișinău è sempre stato presente, persiste la preoccupazione che la Moldavia possa essere coinvolta nel conflitto russo-ucraino, visto che la Russia possiede già le proprie truppe schierate in Transnistria. Inoltre, il mancato riconoscimento romeno dell’annessione russa della Crimea e delle regioni secessioniste del Donbass è giustificato anche dai timori di Bucarest per il secessionismo interno, in particolare in riferimento al popolo seclero in Transilvania, linguisticamente e culturalmente legato all’Ungheria.

Il sostegno romeno all’Ucraina ha trovato un riscontro anche a livello di opinione pubblica. Alcuni sondaggi hanno rilevato che dal 2022 il 58% dei romeni considera la Russia come una minaccia per il proprio Paese, il 34% crede che Mosca non si fermerà all’Ucraina ma invaderà altri Paesi, il 73% ritiene opportuno ridurre la propria dipendenza energetica dalla Russia e il 61% sostiene l’imposizione delle sanzioni contro Mosca. Al contempo, però, il 64% della popolazione si oppone all’idea di partecipazione diretta della NATO in un conflitto contro la Russia, soltanto il 23% ritiene opportuno che i Paesi NATO debbano inviare truppe in Ucraina e il 40% crede che la soluzione non sia nell’integrazione euro-atlantica dell’Ucraina bensì nella sua neutralizzazione. In ogni caso, sin dallo scoppio del conflitto la popolazione romena ha manifestato una spontanea solidarietà nei confronti dei rifugiati o richiedenti asilo ucraini, accogliendo dal febbraio all’agosto 2022 più di 1,6 milioni di rifugiati ucraini.

Nel caso della Bulgaria, anche qui sin dai primi giorni del conflitto il governo di Sofia ha condannato ufficialmente sia il riconoscimento di Mosca delle repubbliche secessioniste del Donbass e sia l’invasione russa. Al contempo, il 24 febbraio 2022 il Parlamento bulgaro ha approvato quasi all’unanimità la dichiarazione di condanna della grave violazione del diritto internazionale da parte della Russia contro l’integrità territoriale ucraina, sostenendo la necessità dell’imposizione di sanzioni antirusse.

Al di là della posizione governativa ufficiale, l’opinione pubblica bulgara ha generalmente condannato l’aggressione russa, sebbene non in maniera così netta come in Romania. In effetti, i legami della Bulgaria con la Russia sono profondi e radicati nella storia e nell’identità nazionale dei due Paesi. In particolare, il popolo bulgaro si sente legato a quello russo per questioni storiche quali l’aiuto russo alla liberazione della Bulgaria dal dominio ottomano o il fedele allineamento della Bulgaria comunista di Živkov all’Unione Sovietica durante la Guerra fredda, così come per ragioni di identità nazionale e di fratellanza linguistica, religiosa ed etnica, che riflettono ancora l’eco dell’ideologia panslavista.

Inoltre, alcuni gruppi politici e di pressione bulgari sembrerebbero continuare a sostenere il Cremlino per affinità ideologiche o per opportunismo, considerazioni economiche ed intrighi finanziari. Ad esempio, il partito ultranazionalista “Rinascita” (Văzraždane) e il “Partito Socialista Bulgaro” (Bălgarska Socialističeska Partija) incarnano il volto della propaganda russa in Bulgaria. Al contempo, facendo leva sull’alto livello di corruzione, alcuni gruppi oligarchici politicamente ed economicamente influenti hanno considerato opportuno continuare ad intrattenere rapporti con la Russia di Putin, tanto attraverso il mercato nero che attraverso alcune triangolazioni commerciali.

In generale, in Bulgaria una parte importante della popolazione ha dato credito alla narrazione del Cremlino secondo cui “l’operazione militare speciale” di Putin aveva come obiettivo quello di difendere la Russia dall’aggressione della NATO e di contrastare il “regime neonazista” della Kiev post-Euromaidan. La macchina propagandistica russa ha svolto un lavoro molto intenso per diffondere in Bulgaria la propria versione dei fatti, riuscendo a raccogliere molti consensi. Tuttavia, alcuni sondaggi rilevano che prima del febbraio 2022 il 20% della popolazione bulgara aveva un atteggiamento negativo e il 55% favorevole nei confronti di Putin, mentre dopo l’attacco il 48% degli intervistati provava un sentimento ostile e solo il 32% continuava ad avere un’opinione positiva. Nonostante la forza di attrazione del soft power russo in Bulgaria, la narrativa ufficiale del Cremlino non è stata sufficientemente capace di orientare la maggior parte dell’opinione pubblica del Paese verso posizioni più concilianti nei confronti di Mosca.

In conclusione, nei due Paesi balcanico-orientali di Romania e Bulgaria l’invasione russa dell’Ucraina ha avuto l’effetto di consolidare l’inclinazione euro-atlantica. Questo sentimento ha portato i governi di Bucarest e Sofia a trovarsi perfettamente concordi nell’imporre le sanzioni promosse dall’UE contro la Russia. Al contempo, l’opinione pubblica romena e bulgara ha bocciato l’operato di Putin, che ha perso molta della popolarità di cui godeva nei due Paesi prima del conflitto.

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