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Le reali prospettive di un accordo di pace tra Azerbaijan e Armenia e l’ombra di un nuovo conflitto nel Caucaso

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Dopo la vittoria azera nel Nagorno-Karabakh e la caduta dell’autoproclamata repubblica armena, negli ultimi mesi i due Paesi si sono impegnati a normalizzare i rapporti diplomatici. Nonostante la dichiarazione congiunta sull’intenzione di “raggiungere una pace a lungo attesa nella regione”, la tensione di Baku e Yerevan resta alta. Se da un punto di vista militare l’Azerbaijan ha raggiunto i due principali obiettivi che si era prefissato – la conquista completa della regione il suo svuotamento di tutta la popolazione – la guerra potrebbe non considerarsi definitivamente chiusa. La pressione del governo azero sull’Armenia non è mai cessata ma si muove a metà strada tra una retorica di minacce e una disponibilità di facciata nell’intraprendere un negoziato per una pace definitiva.

Dopo tre anni, lo scorso settembre l’attenzione dei media internazionali è tornata di nuovo a focalizzarsi sulla regione montuosa del Caucaso quando, dopo nove mesi di blocco totale della regione a causa delle attività di Baku nel Corridoio di Lachin, le forze armate dell’Azerbaigian hanno dato il via a quella che Baku ha definito un’operazione anti-terrorismo, che, in definitiva, si è tradotta  nella capitolazione nel giro di pochi giorni del governo della Repubblica del Nagorno-Karabakh/Artsakh e nell’esodo di decine di migliaia di armeni. 

A tre mesi dalla schiacciante vittoria azera, i governi dei due Paesi hanno espresso la volontà di intraprendere un processo di normalizzazione delle relazioni diplomatiche, lasciando intendere che un accordo di pace potesse essere firmato già entro la fine dell’anno. Ad oggi, però, nei colloqui tra Azerbaijan e Armenia non sono stati registrati passi concreti in quella direzione, nonostante Yerevan si sia anche impegnata a sostenere la candidatura di Baku per la prossima Conferenza delle Parti sul clima (Cop29). 

I negoziati sono mediati separatamente da Stati Uniti, Russia, Unione europea (sostanzialmente Francia e Germania) e in parte anche dall’Iran. Recentemente, il Premier armeno Nikol Pashinyan e il Presidente azero Ilham Aliyev hanno messo nero su bianco con una dichiarazione congiunta la volontà di cogliere «un’opportunità storica per raggiungere una pace a lungo attesa nel Caucaso meridionale», evidenziando l’intenzione «di arrivare a un accordo fondato sul rispetto dei principi di sovranità e integrità territoriale». L’apertura da parte di entrambi i contendenti è arrivata dopo la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia, che lo scorso 17 novembre ha riconfermato la piena sovranità dell’Azerbaigian sul Karabakh. 

Tuttavia, è proprio intorno a questi due aspetti – il sistema della piattaforma negoziale e il rispetto dei principi di sovranità e integrità territoriale – che restano le maggiori difficoltà per un raggiungimento di un accordo di pace tra Baku e Yerevan. 

Troppi mediatori, tanti interessi in gioco 

Capire chi sarà ad intestarsi il ruolo di mediatore finale nella complessa negoziazione tra Azerbaijan e Armenia rappresenta sicuramente uno dei principali temi da chiarire per il raggiungimento della pace nel Caucaso meridionale. Gli interessi in gioco sono tanti e gli attori internazionali coinvolti pure. A complicare ulteriormente la faccenda ci pensano i veti incrociati tra Occidente e Russia, divenuti oramai una consuetudine con la guerra in Ucraina. Per avere un’idea della situazione è sufficiente ricordare la recente ironia del Ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, sulla possibilità che le trattative di pace tra Baku e Yerevan possano svolgersi nella cornice dell’Unione Europea. Per il capo della diplomazia russa un accordo sui confini tra Azerbaijan e Armenia sarà possibile solo grazie a Mosca. 

Sicuramente i due forfait del leader azero Ilham Aliyev, al vertice a tre a Strasburgo con il Presidente del Consiglio europeo Charles Michel e il Primo Ministro armeno Nikol Vovayi Pashinyan, e in precedenza a quello organizzato nella cornice del Consiglio della Comunità politica europea a Granada lo scorso 5 ottobre, non hanno rafforzato la credibilità di Bruxelles, evidenziando problemi non solo sui contenuti ma anche sulla forma di un eventuale accordo di pace. 

Le relazioni tra Yerevan e Mosca non sono però così buone come vogliono far credere dal Cremlino e il ruolo di mediatore finale della Federazione russa non è più così scontato. L’Armenia fa parte dell’alleanza militare a guida russa di sei Paesi post-sovietici, l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, e ospita una base militare russa. Ciononostante, con l’inizio della guerra in Ucraina, Mosca ha trascurato la sicurezza del paese caucasico, stringendo con l’Azerbaijan e l’alleato turco rapporti di natura strategico-economica che hanno incrinato l’immagine del Cremlino nei confronti del piccolo stato post-sovietico. Inoltre, Mosca non è intervenuta direttamente nel momento in cui è stato minacciato direttamente il territorio propriamente armeno, lasciando trasparire non pochi dubbi sulla volontà russa di tutelare la sovranità del piccolo stato caucasico. Dopo la disfatta nel Nagorno-Karabakh e la progressiva erosione del ruolo strategico di Mosca nella regione, il timore dell’Armenia è che l’Azerbaijan possa attaccare direttamente il suolo armeno, puntando alla provincia del Syunik per creare una continuità territoriale con il Naxçıvan, l’exclave azera che confina con l’Iran e la Turchia. In questo modo Baku e Ankara potrebbero finalmente creare un corridoio pan-turco tra l’Anatolia e i paesi dell’Asia Centrale attraverso il Caucaso e il Mar Caspio.

Lasciata sola da una Russia impegnata a tornare grande con la distruzione dell’Ucraina sacrificando tutto il resto, l’Armenia si è quindi guardata intorno; e se prima acquistava quasi tutte le armi dalla Russia, ora Yerevan sta firmando accordi anche con l’India e con la Francia, nel tentativo di sganciarsi dalla dipendenza dalla Russia e consolidare il rapporto con altre potenze che potrebbero rappresentarne gli interessi. Anche sul piano degli attori regionali le cose non sembrano andare meglio. Al summit di fine ottobre svoltosi a Teheran tra i Ministri degli Esteri nel formato – allora proposto dal Presidente turco Recep Tayyip Erdogan – “3+3”, hanno partecipato Armenia, Azerbaigian, Iran, Russia e Turchia ma non la Georgia in contrasto con Mosca. Contestualmente, in quegli stessi giorni si è tenuto a Tbilisi, a margine del forum sulla Via della seta, un incontro tra il Primo ministro armeno e quello azero, nel corso del quale la Georgia ha cercato di ritagliarsi un proprio spazio nel caotico schieramento dei negoziatori nelle vicende azero-armene.

A poco è servita pure la mediazione dell’Iran, che sulla disputa relativa alla provincia di Syunik non è riuscito ad ottenere molto. Per Baku, la possibilità di aprire un corridoio tra Turchia e Azerbaijan violando l‘integrità territoriale dell’Armenia rimane una questione di primaria importanza tant’è che il governo azero ha rinominato il territorio conteso “Azerbaijan occidentale” rivendicandone un’appartenenza territoriale e fomentando l’irredentismo interno.  Tradizionalmente, Teheran si è sempre schierata con l’Armenia, ma nel conflitto del Nagorno-Karabach ha cercato di mantenere un certo equilibrio, in virtù della presenza di cospicue minoranze azere/turche sul territorio iraniano, che hanno guardato con favore alle vittorie di Baku. A far cambiare idea alla Repubblica islamica è stata però la crescita esponenziale dell’Azerbaijan, che grazie ai profitti dell’industria petrolifera e dell’esportazione del gas – insieme al sostegno militare di Turchia, Russia e Israele – si è trasformata in una potenza regionale di media grandezza, dismettendo i panni dell’ex repubblica sovietica economicamente depressa e dipendente dal Cremlino. Ciononostante, la decisione del premier armeno di stabilire relazioni diplomatiche con Israele – principale nemico strategico di Teheran – ha influito negativamente sul sostegno iraniano, che deve costantemente bilanciare i macro-interessi regionali con esigenze di sicurezza più immediate. 

Un nuovo conflitto all’orizzonte?

Per scongiurare nuove escalation, a novembre Yerevan ha proposto a tutti i paesi vicini di partecipare a un progetto di pacificazione e riaprire i collegamenti stradali e ferroviari bloccati per decenni a causa del conflitto latente con Turchia e Azerbaijan. La speranza del governo armeno è quella di provare a trasformare il proprio territorio nel crocevia del Caucaso meridionale attirando l’attenzione di quanti più attori internazionali al fine di salvaguardare la propria sovranità. 

Nella dichiarazione congiunta azero-armena c’è un punto molto importante che potrebbe potenzialmente avvicinare i due paesi a un accordo di pace: la questione del rilascio dei prigionieri di guerra. In base all’accordo, Baku si impegna a liberare 32 militari armeni, mentre Yerevan ne rilascerà due. Contestualmente, i due paesi si sono ripromessi che continueranno a trattare in vista di un rafforzamento della fiducia reciproca e cercando l’appoggio della comunità internazionale. L’accordo sullo scambio dei prigionieri è stato definito dal Presidente Ue Charles Michel un “passo chiave”, ed è il frutto di una serie di incontri e colloqui mediati da Washington e Bruxelles. Tuttavia, anche con la dichiarazione congiunta tra Baku e Yerevan, la pressione azera sull’Armenia non è mai cessata. Il governo azero continua infatti a servirsi di una retorica che alterna alle minacce la disponibilità nell’intraprendere dei negoziati di pace. Evidentemente, il Presidente Aliyev non può dismettere la narrazione del ‘nemico’ armeno con la quale ha alimentato la sua propaganda nazionale sperando che ciò non crei conseguenze alla sua leadership in un paese che ha assunto caratteri fortemente autoritari. 

Aver messo nero su bianco la volontà di provare a raggiungere una soluzione pacifica per risolvere le contese territoriali rappresenta sicuramente un passaggio significativo nelle relazioni azero-armene ma non definitivo. Da parte azera, l’impegno è motivato soprattutto dal desiderio di Baku di ospitare la prossima Conferenza internazionale delle Parti sul clima (COP29) prevista nel novembre 2024 e pur di favorire la capitale azera, l’Armenia ha già rinunciato alla propria candidatura sperando di ottenere maggiori garanzie di pace dal bellicoso vicino. Ma a far sperare per una risoluzione pacifica del conflitto resta sullo sfondo un altro aspetto ancora troppo acerbo ma comunque da non sottovalutare. L’inattesa dichiarazione congiunta può essere letta anche come l’effetto di un primo segno di debolezza del presidente Aliyev in relazione al mutato quadro politico internazionale. L’Armenia è stata molto attiva in queste ultime settimane nelle sue relazioni con Unione Europea e Stati Uniti, lanciando precisi segnali non solo a Baku e Mosca ma anche agli altri attori regionali coinvolti nel grande risiko del Caucaso meridionale.

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