Le proteste a Hong Kong contro l’estradizione forzata verso la Cina

Dopo l’imponente manifestazione di domenica, un’altra giornata di violente proteste ad Hong Kong. La seduta del consiglio legislativo è stata rinviata, in una data ancora da definire, dopo che i manifestanti sono riusciti a entrare nella piazza antistante il Parlamento.

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Le proteste di questi giorni ad Hong Kong sono un evento straordinario, tutti gli analisti avevano previsto manifestazioni e mobilitazioni per contrastare una legge che potrà permettere l’estradizione di sospetti criminali verso la Cina continentale. La dimensione e l’intensità delle proteste di questi giorni non era stata minimamente prevista, né a Pechino né ad Hong Kong. La stessa risposta della Repubblica Popolare cinese che punta il dito contro “i cittadini di Hong Kong ingannati dall’opposizione e dai loro alleati stranieri” suona retorica e priva di significato.

Il timore principale dei manifestanti è che l’ultimo baluardo che divide Hong Kong dalla Cina continentale, ossia l’indipendenza giudiziaria, possa venire meno. La legge contestata dai manifestanti prevede la possibilità di estradare in Cina, ma anche a Macao e a Taiwan, i presunti colpevoli lasciando ai rispettivi tribunali nazionali la decisione processuale.  Il capo del governo della città stato Carrie Lam, formalmente capo esecutivo, ha più volte ripetuto che la norma è esclusivamente legata ai criminali comuni e non è “disegnata” per i dissidenti politici. Lam ha più volte citato il caso di un criminale taiwanese che è riuscito a sfuggire alla giustizia grazie a un vuoto normativo.

Tuttavia, la norma non prevede alcun tipo di controllo, né di valutazione di casi specifici né di esclusione per tipi di reati. Praticamente ogni richiesta dalla Cina, o da Macao e Taiwan, corrisponderebbe a una estradizione senza nessun controllo da parte del Consiglio legislativo. Una dinamica che potrebbe esporre i dissidenti politici di Hong Kong a gravi conseguenze, ma soprattutto sarebbe in grado di creare un clima politico totalmente diverso. Il segnale che emerge chiaramente dalle manifestazioni di questi giorni, che hanno coinvolto un numero impressionante di persone, è la totale mancanza di fiducia nei confronti delle promesse cinesi e la volontà di difendere l’ultima barriera che ancora definisce il “one country, two systems”.

L’alto grado di autonomia che Hong Kong aveva ricevuto come promessa quando la Gran Bretagna restituì il territorio alla sovranità cinese nel 1997 è sempre più lontano. Le interferenze di Pechino nella vita quotidiana sono sempre più forti ma soprattutto la qualità della vita per gli abitanti è calata drasticamente. I capitali proveniente dalla Cina continentale hanno creato una bolla immobiliare in una delle città più densamente popolate al mondo mentre la corruzione dilaga. Il patto sociale che sembra resistere in Cina, non è interessante per le giovani generazioni di Hong Kong. La loro qualità della vita e le aspettative per il futuro sono peggiori di dieci o quindici anni fa mentre le loro libertà personali sono ogni giorno a rischio. Le proteste di questi giorni sono state classificate come “rivolte” e il messaggio dei legislatori è chiaro. Se la situazione non rientra nella normalità c’è il rischio concreto di pesanti sentenze per tutti coloro che verranno fermati. Si parla di condanne fino a dieci anni.

La partecipazione intergenerazionale della manifestazione di domenica, si parla di più di un milione di persone a fronte di una popolazione di sette milioni, e le proteste violente dei giovani nei giorni seguenti descrivono una società compatta e coesa. Un movimento non più solamente delle generazioni più giovani, come l’Umbrella Movement, ma con un appoggio di vasti strati della società. Soprattutto le proteste mostrano una intensità inedita in una società confuciana come quella di Hong Kong, dove il conflitto è visto come un elemento negativo, a prescindere dalle motivazioni.