Le prospettive strategiche del Giappone nell’era Biden

La presidenza di Joe Biden è carica di aspettative. In particolare, per quanto riguarda gli scenari geopolitici che potrebbero determinarsi in base alla politica estera della potenza americana. Di primo piano è l’approccio che il neo-eletto assumerà verso i principali alleati nell’Indo-Pacifico, specialmente verso il Giappone, tradizionale partner strategico e baluardo filoamericano nella regione.

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L’avvento della nuova leadership politica a Washington potrebbe infatti comportare alcuni cambiamenti rilevanti per Tokyo, a cominciare da una potenziale nuova enfasi posta sullo scenario asiatico e sulle sue dinamiche. Allo stesso tempo, alcuni spettri politici ed economici aleggiano sul rapporto tra i due paesi, che potrebbero influenzare la Grand Strategy americana nella regione. Di seguito sono trattati alcuni dei principali temi da tenere a mente nel corso dei prossimi mesi, che non mancheranno di farsi sentire nella collaborazione tra i governi Biden e Suga.

La composizione del governo Biden

Il primo fra tutti i fattori rilevanti per analizzare il potenziale sviluppo dei rapporti tra Washington e Tokyo è certamente quello politico in senso stretto. Da un lato infatti, la delicata situazione interna degli Stati Uniti, spaccata a livello di consensi verso la leadership politica e seriamente afflitta dal Covid-19 e dalle proteste durante tutto il 2020, potrebbe spingere il presidente eletto a favorire, almeno momentaneamente, una maggiore attenzione verso le problematiche domestiche. In questo senso, lo slogan “America First” rischierebbe di trascinarsi almeno in parte anche nel prossimo quinquennio.

D’altro canto Biden, dichiaratamente più aperto del proprio predecessore al multilateralismo, è legato a doppio filo alla politica del Pivot to Asia di Obama e potrebbe investire le proprie risorse nella regione dominata dal rivale sistemico cinese. La presenza all’interno del suo governo di vari esponenti già presenti nel gabinetto Obama lascerebbe presagire un simile scenario. Due figure spiccano per l’influenza che potrebbero esercitare sulla nuova amministrazione: il futuro segretario di Stato Antony Blinken ed il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan. Blinken, figura diplomatica di spessore e precedente uomo di punta nel promuovere il trilateralismo tra Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud, sembrerebbe intenzionato a riavvicinare il più possibile i due alleati nell’ottica della competizione tra Stati Uniti e Cina.

Di contro, Sullivan, già all’interno del team di negoziatori americani dell’accordo sul nucleare iraniano, ha pubblicamente dichiarato che tra le sue priorità rientrano sia la ricucitura con gli alleati regionali degli Stati Uniti che il dossier Cina. Sotto questo profilo la composizione del gabinetto Biden rappresenta un segnale positivo per l’amministrazione giapponese, la quale ha subito forti pressioni nel corso dell’ultimo mandato statunitense sia per aumentare gli stanziamenti dedicati alla protezione militare del proprio paese, ritenuta da Trump sproporzionate rispetto ai vantaggi ricevuti in termini di sicurezza, sia per quanto riguarda il disavanzo commerciale giapponese nei confronti degli Stati Uniti.

La questione commerciale

Un secondo tema fondamentale per il Giappone ed un’opportunità da cogliere, qualora si presentasse, è la possibilità di migliorare la propria condizione economica grazie all’insediamento di Biden. Nel corso degli ultimi mesi Tokyo è stata duramente afflitta dal Covid-19 (compreso uno stimato aumento del 22% delle spese dovuto al rinvio delle olimpiadi, che raggiungono circa i 15 miliardi di dollari) e dalle improvvise dimissioni del primo ministro Shinzo Abe, il più longevo premier che il paese abbia mai avuto. Questo cambio di vertice, che ha visto la nomina di Yoshihide Suga in sua sostituzione, ha rappresentato una fase cruciale e delicata per il Giappone, benché ad oggi non ancora pienamente assestata. Se infatti l’esecutivo Abe godeva di ampia popolarità ed era riuscito ad adattare efficacemente la propria strategia di politica estera all’approccio più distanziato degli Stati Uniti durante l’era Trump, in particolar modo grazie all’attivismo del proprio premier e del ministro degli esteri Taro Kono, il governo Suga fatica a raggiungere il vasto consenso di Abe sul piano interno ed appare agli occhi di diversi analisti meno capace sul piano internazionale. La linea politica di questo esecutivo sembra concentrarsi sul prolungamento della linea dettata da Abe, continuando prudentemente a conservare le strette relazioni con quei paesi dell’ASEAN preoccupati dalle posizioni cinesi in materia commerciale e militare ed alla ricerca di alternative nella regione estremo orientale. In quest’ottica si collocano le visite del premier Suga in Vietnam ed Indonesia lo scorso ottobre, in cui il capo del governo si è concentrato sulla ricerca di accordi relativamente semplici e di riscontro immediato, i cosiddetti deliverables, in materia economica e di sicurezza.

Un effettivo riavvicinamento degli Stati Uniti all’Indo-Pacifico, in particolare per mezzo dell’accordo commerciale TPP (Trans-Pacific Partnership) la cui ratifica era stata sospesa dal presidente Trump, potrebbe quindi essere un’ottima opportunità per il governo Suga. Benché Biden non abbia dichiarato niente di vincolante in proposito, l’accordo rimane certamente sul tavolo della nuova amministrazione e potrebbe contribuire a riorientare l’export giapponese, ad oggi fortemente indirizzato verso la Cina, di nuovo verso l’altro capo dell’oceano. Al contempo, esso potrebbe alleviare quelle difficoltà economiche che il paese sta attraversando e favorire la ricerca dei consensi domestici con conseguente stabilizzazione del governo.


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Le tensioni tra Giappone e Corea del Sud

Sul futuro rapporto con gli Stati Uniti gravano tuttavia gli attriti, aggravatisi nel corso degli ultimi anni, tra Tokyo e Seoul. I due paesi risentono ancora dell’eredità degli avvenimenti della Seconda guerra mondiale, quando il Paese del Sol Levante procedette alla creazione del proprio imperio coloniale invadendo la Corea del Sud. Tra le problematiche ancora aperte rientra principalmente la questione delle riparazioni di guerra, che Seoul sostiene non siano state pienamente liquidate, e numerosi altri temi minori che spaccano il fronte degli alleati strategici americani in Asia orientale. Tra questi rientra, in particolare, la questione delle cosiddette comfort women, donne locali asservite per il ludibrio delle truppe giapponesi durante il periodo imperiale, una questione di grande importanza simbolica per la Corea del Sud e relativamente alla quale sembra esservi inconciliabilità di posizioni con il Giappone.

Nel corso degli ultimi due anni si è assistito in sequenza ad una serie di sentenze da parte dei tribunali coreani che imponevano la compensazione da parte giapponese di tali riparazioni di guerra, alle quali hanno fatto seguito i fermi dinieghi da parte di Tokyo. L’escalation delle frizioni tra i due paesi ha visto numerose proteste di piazza in Corea del Sud e il bando parziale delle esportazioni giapponesi verso la Corea di prodotti chimici necessari per la produzione di semiconduttori, componentistica necessaria per prodotti hi-tech e militari. L’ultimo episodio di questa querelle si è osservato lo scorso agosto, quando un tribunale coreano ha autorizzato la nazionalizzazione di alcuni asset giapponesi nell’industria siderurgica sul territorio coreano.

Tali tensioni contribuiscono a rendere più complicato lo sviluppo della strategia americana in estremo oriente, richiedendo un delicato equilibrio nell’azione diplomatica statunitense. La questione rimane dunque aperta: in che modo l’amministrazione Biden intenderà approcciarsi a questo dossier? E quanto essa potrà effettivamente conciliare le posizioni dei propri alleati nell’ottica dell’accerchiamento strategico della Cina?