Le primavere arabe e la trasformazione della guerra
La pubblicazione dei risultati dell’indagine 2012 sugli armamenti, disarmo e sicurezza internazionale dell’Istituto di ricerca sulla Pace di Stoccolma stimola alcune riflessioni sulle principali dinamiche della politica internazionale in relazione a quella che ne costituisce la dimensione cruciale: l’opzione tra pace e guerra nei rapporti tra le unità del sistema. 

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Letti anche nella prospettiva italiana i dati riportati dal Sipri Yearbook 2012 risultano particolarmente interessanti in quanto i commenti degli autori sono dedicati in buona parte al contesto regionale nel quale il nostro Paese è calato, il bacino del Mediterraneo, al fine di comprendere gli scenari che si sono aperti dalla “rivoluzione dei gelsomini” del dicembre 2010. La cosiddetta “primavera araba”, infatti, viene presentata come il principale trend politico con effetti diretti sulla sfera della guerra emerso nei tempi più recenti.

Per parlare dell’esistenza di un fenomeno di portata effettivamente regionale, ossia che abbia legato attraverso una vicenda comune contesti domestici differenti, è necessario individuare alcune condizioni che possono aver costituito un minimo comun denominatore tra gli Stati dell’area. Una prima, di natura politica, è la generale refrattarietà alla democrazia. La seconda, di natura economica, è la presenza di economie stagnanti, o appiattite su un unico settore, dove lo Stato rappresenta l’attore principale. La terza, di natura sociale, per cui circa il 50% della popolazione è ricompresa in una fascia di età inferiore ai 25 anni. Infine, per parlare dell’esistenza di una primavera al “singolare”, quindi di un fenomeno politico omogeneo e non derivante dalla semplice somma algebrica di alcuni episodi sostanzialmente scollegati gli uni dagli altri, è possibile leggere gli eventi intercorsi tra il 2010 e il 2012 come uno scontro tra un’élites dominante da molti decenni e un’élites emergente rimasta ai margini della gestione del potere, ma divenuta capace di attirare alcune defezioni illustri dal gruppo avversario, rafforzata dal malessere sociale provocato dalla stagnazione economica, da una gestione patrimonialista della cosa pubblica e dai reiterati abusi di potere di apparati repressivi privi di controllo.

Il principale risultato di questo scontro è stata la manifestazione di una generale volontà di rigenerazione politica che ha portato all’esaurimento della stagione del nazionalismo laico e del pan-arabismo, ciò a causa del clima di profonda delegittimazione in cui si sono imbattuti i regimi che vi si fondavano. L’ultimo – nonché precario – erede di un’ideologia che negli anni Cinquanta e Sessanta aveva promosso un primo mutamento nel mondo arabo, recidendo qualsiasi tipo di legame con l’esperienza coloniale o mandataria, resta oggi il regime baathista di Bashar al-Assad. Occorre, tuttavia, tracciare un distinguo tra i diversi eventi di cui si compone la “primavera araba”. Nonostante l’annuario Sipri si occupi di guerra in tutte le sue sfaccettature, tra le sue righe viene ricordato come questa si stia dimostrando un fenomeno di mutamento relativamente poco sanguinoso, tanto che le rivendicazioni politiche restano centrali rispetto alle esplosioni di violenza. In Tunisia, Egitto, Marocco, Giordania, Bahrein, d’altronde, le proteste non hanno mai generato un clima di anarchia e il cambiamento politico è oscillato tra l’allontanamento del capo di Stato e il cambio di governo e una maggiore apertura dei sistemi politici verso i principali strumenti di democrazia (maggiore libertà di aggregazione e più ampia possibilità di partecipazione alle competizioni elettorali). Rispetto a questi teatri in molti hanno sottolineato l’importanza dei social network e della televisione per mobilitare le piazze, ma è necessario ricordare che – come i casi di An Nahda in Tunisia e dei Fratelli musulmani in Egitto dimostrano – è l’esistenza di strutture politiche ben organizzate che ha fatto la differenza nel momento in cui la pars destruens della primavera ha ceduto il posto alla pars construens.

Laddove la violenza, come in Libia e in Siria, è stata – o è – più elevata, ha preso forma – o potrebbe prenderla – un vero e proprio regime change (la guerra civile in Yemen più difficilmente può essere analizzata all’interno di tali categorie in quanto il Paese vive nel baratro della guerra civile ormai dal 1967). In relazione a questi casi si può azzardare una spiegazione almeno parziale del maggiore livello di violenza con il ricorso al concetto rokkaniano di “frattura”, che risulta presente nella dinamica centro-periferia sia nel caso libico, che in quello siriano. I due conflitti, infatti, sembrano scaturire dalla presenza di un elevatissimo accentramento del potere nelle mani delle classi dirigenti dei rispettivi Paesi, a fronte di una linea di demarcazione clanico-geografica da un lato e religiosa dall’altro. Se in Libia erano le più importanti famiglie delle tribù della Tripolitania e del Fezzan a detenere il potere a scapito di quelle della Cirenaica, in Siria sono le minoranze religiose degli alaviti e dei cristiani a controllare le leve del comando in un Paese a maggioranza musulmano-sunnita. A fronte della generale presenza di regimi autoritari in tutti gli Stati coinvolti nella “primavera araba”, la sovrapposizione tra un normale conflitto per il potere e una frattura che potrebbe essere definita “etnica” può costituire una ragione per spiegare l’evoluzione della situazione in Libia e in Siria verso una guerra civile.

I dati forniti dal rapporto del Sipri, inoltre, evidenziano alcuni elementi di continuità registrati nelle “primavere arabe” con le statistiche fornite sullo stato della guerra nel mondo per il periodo 2001-2010:

1. La capacità che il fenomeno-guerra ha assunto nel corso del XX secolo di costituire la principale fonte di mutamento politico domestico;

2. L’incremento del numero di conflitti intrastatali e la diminuzione di quelli interstatali (per il periodo 2001-2010: 69 conflitti armati tra Stati; 221 conflitti non statali; 127 attori che hanno commesso violenze unilaterali);

3. I conflitti intrastatali prendono piede negli Stati in via di fallimento, si svolgono principalmente in contesti urbani e vedono quali protagonisti, oltre alle forze filo-governative, consiglieri militari stranieri, gruppi paramilitari, clan, insurrezioni di massa e gang criminali;

4. La frequenza dell’internazionalizzazione – manifesta o tacita – dei conflitti intrastatali;

5. I “petro-Stati” sono più immuni al cambiamento politico rispetto agli Stati che non trovano nel settore energetico la principale voce del proprio Pil (il caso libico rappresenta un’eccezione, da mettere, tuttavia, in relazione all’intervento militare occidentale che ha impresso una svolta radicale all’andamento della crisi);

6. Il “Grande medio oriente” costituisce il più instabile dei sottosistemi in cui è suddiviso il sistema internazionale.

La principale discontinuità rispetto alle tensioni politiche domestiche e ai conflitti intrastatali che hanno caratterizzato la regione nell’immediato passato è stata la marginalità dei network jihadisti internazionali (nonostante l’omicidio dell’ambasciatore Stevens a Bengasi getti una nuova ombra in questo senso), che ne confermano l’incapacità di essere attori politici a tutti gli effetti, in quanto la loro “esistenza” è intimamente legata alla perpetrazione di azioni tanto violente, quanto spettacolari. In questa prospettiva l’uccisione di Osama bin Laden potrebbe aver inferto un significativo colpo di arresto alla vitalità del radicalismo islamico, che sembrerebbe assumere un carattere meno transnazionale e lascerebbe emergere gruppi interessati a prendere parte anche al momento negoziale della politica. Il riflesso più importante di questo parziale eclissamento è la fine della “guerra globale al terrorismo”, un concetto attraverso il quale l’Amministrazione Bush aveva tentato di creare una nuova vicenda narrativa unificante per la vita politica internazionale e che, tuttavia, non appare più utilizzabile.
  

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