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TematicheAmbiente, Infrastrutture ed EnergiaLe preoccupazioni della NATO e degli Stati Uniti nell’Artico

Le preoccupazioni della NATO e degli Stati Uniti nell’Artico

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Gli effetti del cambiamento climatico nella regione artica rendono possibile pensare ad un’alternativa a Suez e Malacca. Se i ghiacci continuassero a sciogliersi con questa velocità, Cina e Russia sarebbero pronte a sfruttare il passaggio a Nord-Est, ma per farlo dovrebbero potervi accedere senza impedimenti. Per contenere i loro avversari, gli Stati Uniti e la NATO devono tenere i paesi dell’area GIUK (Groenlandia, Islanda, Regno Unito) tra le fila dei loro alleati.

Come cambia l’Artico

Mentre le principali compagnie di navigazione globali guardavano con ansia ai lavori in corso nel canale di Suez per sbloccare la portacontainer Ever Given, il gigante dell’energia russo, Rosatom, elencava su Twitter i vantaggi che la Rotta Marittima Settentrionale (RMS) avrebbe potuto offrire a chi avesse preferito questo percorso rispetto a quello tradizionale passante per lo stretto egiziano. 

Gli effetti del cambiamento climatico, in effetti, hanno avuto negli ultimi anni un impatto molto rilevante sulla geografia dell’Artico: lo scioglimento di enormi aree di superficie ghiacciata ha aperto nuove opportunità a coloro che intendono navigare in quelle acque o raccogliere le preziose risorse collocate su quei fondali marini. Attualmente la RMS, altrimenti detta “passaggio a Nord-Ovest”, permette ad una nave proveniente dall’Asia di giungere in Europa passando per lo stretto di Bering, proseguendo lungo la costa settentrionale russa fin all’arcipelago delle Svalbard, per poi puntare verso Sud, lungo la Norvegia, fino ai grandi porti olandesi di Anversa e di Rotterdam, oppure dirigere verso l’Europa meridionale. Considerata fino a pochi anni fa pressoché impercorribile durante l’intera durata dell’anno per via del grande spessore delle lastre di ghiaccio che ricoprivano il Mare Glaciale Artico, oggi la RMS può essere percorsa sempre più facilmente, specialmente nella stagione estiva e in primavera: a dispetto di questo mutamento, resta ancora indispensabile l’esigenza di dotarsi di rompighiaccio per il transito. La rotta permetterebbe di accorciare di circa il 40% il viaggio di una nave cargo che navighi dall’Asia verso l’Europa. Una nave che parta della Corea del Sud per recarsi in Germania, ad esempio, impiegherà 34 giorni se sceglierà la rotta che passa per Suez, mentre ne impiegherà solamente 23 se sceglierà di percorrere la RMS. Tra l’altro, la rotta che passa per l’Artico permette alle unità che seguono questo percorso di evitare il congestionamento del traffico davanti agli stretti più importanti e di ridurre notevolmente il rischio rappresentato dalla pirateria e dal terrorismo. 

Tuttavia, lo scenario delineato dalla Rosatom è ancora lontano dal divenire realtà. Ad oggi, la RMS non costituisce ancora una valida alternativa a Suez: nel 2020 solamente 62 navi hanno compiuto l’intero tragitto previsto dalla rotta. Anche se il dato è in continua crescita – nel 2019 erano 37 le navi che hanno percorso la RMS – il numero di unità navali che sceglie questa tratta è ancora esiguo. La RMS rappresenterebbe, dunque, solo un potenziale sostituto di Suez. 

L’accresciuta importanza della rotta artica riporta in auge un’area che già durante la Guerra Fredda, e ancora prima durante la Seconda Guerra Mondiale, era divenuta uno dei centri geopolitici del mondo. Si tratta della regione che viene comunemente indicata col termine di GIUK (Greenland, Iceland, United Kingdom). Il GIUK Gap, ovvero lo stretto di mare compreso tra Groenlandia e Islanda e tra Regno Unito e Islanda, rappresenta un’area strategica perché permette a chi ne detiene il controllo di impedire l’entrata nell’Atlantico del Nord alle navi provenienti dal Mar Glaciale Artico. Esercitare il controllo dello stretto impedisce ad un eventuale nemico proveniente dal Nord di minacciare i convogli diretti dagli Stati Uniti all’Europa.  

Gli interessi russi e cinesi nell’artico

La Russia è senza ombra di dubbio uno degli attori più rilevanti della regione.  Più del 53% delle terre che affacciano sull’Artico, pari a circa 24.140 km di costa, appartengono alla Federazione Russa, la quale prende parte a tutti i principali forum internazionali regionali, tra cui il Consiglio Artico, la principale organizzazione intergovernativa per promuovere la cooperazione tra gli Stati polari. La regione rappresenta per Mosca una ricchezza inestimabile, contribuendo a circa il 10% del PIL e al 20% dell’export russo. La principale fonte di risorse presenti nell’Artico è rappresentata da combustibili fossili (gas naturale e petrolio) e da minerali (oro, diamanti, zinco, nickel, carbone), oltre che dal pesce. L’Artide fornisce alla Federazione Russa circa due terzi del gas e del petrolio di cui dispone, mentre si stima che nei fondali del Mar Glaciale Artico giacciano ancora riserve energetiche pari a circa il 13% del petrolio e il 30% del gas mondiale. Per accedere a queste risorse, tuttavia, occorrono strumentazioni molto complesse e molto costose. Per questo motivo, il Cremlino è in cerca di creditori per sostenere le sue attività nell’area. 

L’Artide per i russi non è solamente una fonte di risorse energetiche. L’aspetto militare della regione è alquanto rilevante, visto che Mosca schiera nella penisola di Kola, all’estremità nord-occidentale del territorio della Federazione, gran parte della sua flotta di sommergibili nucleari d’attacco, assetto fondamentale per la strategia nucleare del Cremlino, considerando che sono proprio questi battelli a garantire ai russi la “capacità di un secondo colpo nucleare”, ovvero la possibilità di rispondere ad un attacco atomico con una rappresaglia nucleare nei confronti di chi ha condotto il primo colpo. La posizione della flotta sottomarina russa impone a Mosca di guardare oltre la penisola, nell’area del GIUK, per assicurare ai suoi assetti una difesa in profondità. 

Due fattori hanno contribuito a modificare la postura artica di Mosca nel corso degli ultimi dieci anni. Il primo è stato il progressivo scioglimento dei ghiacci, che ha reso la RSM una potenziale alternativa a Suez. Il Cremlino conosce bene gli enormi benefici che essa potrebbe apportare alla Federazione, dato che quasi tutta la rotta passa per acque rientranti nella Zona Economica Esclusiva russa. In sostanza, Mosca si troverebbe a controllare la principale tratta tra Asia ed Europa. Il secondo, invece, è l’annessione della Crimea, in seguito alla quale Mosca si è resa protagonista di un rinnovato attivismo militare – soprattutto nell’area GIUK – dove le forze armate russe conducono incursioni con sottomarini e velivoli ad ala fissa, provocando gli stati rivieraschi. Preoccupati dalla NATO e dal suo allargamento verso Est, soprattutto verso la Georgia e l’Ucraina, i russi hanno anche notevolmente incremento le loro capacità militari nell’Estremo Nord, potenziando la Flotta del Nord – una flotta prevalentemente costiera, deputata alla difesa delle rive artiche – elevandola a quinto Distretto Militare. Mosca ha anche rinnovato i sistemi di difesa costiera, acquisendo nuovi sistemi missilistici e radar costruendo, tra le altre cose, nuovi aeroporti e basi navali. 

La Russia ha poi rafforzato i rapporti bilaterali con i cinesi, questi ultimi sempre più attivi nell’Artico. La collaborazione tra i due stati è divenuta più forte e riguarda principalmente aspetti energetici e scientifici. Mosca e Pechino hanno costruito insieme la Power of Siberia, un grande gasdotto che porta il gas siberiano in territorio cinese, mentre compagnie russe e cinesi lavorano quotidianamente alla realizzazione dell’Arctic LNG2, un grande impianto in grado di dirottare un’enorme quantità di Gnl (Gas Naturale Liquefatto) verso l’Asia. I cinesi rappresentano quindi per Mosca una grande fonte di finanziamento, di cui i russi hanno fortemente bisogno per ridurre la loro dipendenza dal mercato energetico europeo. 

Dunque, anche la Cina è sempre più presente nell’Artico. In effetti, anche se non può considerarsi un attore propriamente artico, Pechino ha pubblicato nel 2018 la sua Arctic Strategy, documento nel quale essa si autodefinisce uno stato “semi-artico”. La presenza cinese nella regione consiste prevalentemente nella condotta di attività di ricerca scientifica. Oltre che con i russi, la Cina ha stretto collaborazioni nel campo scientifico con i danesi, con i quali ha avviato progetti per la costruzione di una stazione di ricerca e di una stazione satellitare e per il rinnovamento di una dozzina di aeroporti, ma anche con la Svezia e la Finlandia. Parallelamente, il Dragone sta procedendo con la costruzione di unità a chiglia rigida, capaci di navigare nelle acque ghiacciate dell’Estremo Nord. 

Nel profondo Nord Pechino non vede solamente una fonte di risorse naturali. Oltre che un tentativo di legittimazione della propria potenza – contare nell’Artico e avere le possibilità di condurre ricerca scientifica nell’area è un forte strumento di soft power –  le numerose spedizioni scientifiche di Pechino hanno uno scopo preciso: sviluppare la cosiddetta Via della Seta Polare, vale a dire la versione artica della Via della Seta, il principale progetto geopolitico cinese di questo secolo, con cui la Cina intendere migliorare i collegamenti con l’Asia e l’Europa e favorire l’interscambio commerciale e le proprie esportazioni. La RMS risulterebbe vantaggiosa a Pechino per due motivi. Quanto al primo, la RMS permetterebbe ai cargo cinesi di raggiungere l’Europa con un notevole risparmio di tempo e di denaro. Il secondo motivo ha a che fare con questioni di carattere prettamente geopolitico. La Cina è costretta oggi a fare i conti con quello che viene comunemente definito “il dilemma di Malacca”: circa il 60% delle merci esportate dal Dragone transita infatti per lo stretto di Malacca, sotto controllo degli Stati Uniti e dei suoi alleati regionali. La RSM libererebbe la Cina da questo annoso problema, permettendole di disporre di una rotta alternativa a quella che passa per lo stretto davanti a Singapore.  

Cosa fanno gli Stati Uniti e la NATO

Nonostante le coste dell’Alaska affaccino sull’Artide, per anni gli Stati Uniti, e conseguentemente anche la NATO, hanno messo in secondo piano tale regione. Le attività nell’area sono state minime, come minime sono le dotazioni di rompighiaccio su cui possono contare gli statunitensi – circa un paio di unità. Caduta l’Unione Sovietica, Washington è stata spesso distratta dai lunghi e sanguinosi conflitti mediorientali, mentre l’Artico scadeva a teatro pressoché irrilevante. Nell’ultima decade però, e soprattutto a partire dall’annessione russa della Crimea, gli Stati Uniti e la NATO si sono resi protagonisti di una serie di iniziative che appaiono in rottura con quanto fatto sin dalla fine della Guerra Fredda. Trump ha riportato le truppe americane in Islanda e in Norvegia e ha riattivato la seconda flotta – la cui area di operazioni insiste nell’Atlantico del Nord. Ha poi riportato per la prima volta dal 1991 un gruppo da battaglia nell’Artico e ha condotto nuove grandi esercitazioni congiunte in Norvegia – la Trident Juncture 2018, organizzata dalla NATO, e la Northern Edge, questa a guida nazionale, in Alaska. Nel 2021, infine, l’US Navy ha pubblicato un documento, denominato “A Blue Arctic”, in cui viene stabilito in maniera molto esplicita che “la pace e la prosperità dell’Artico richiedono una presenza navale americana rinforzata nella regione”. 

L’Alleanza si è mossa in maniera molto simile, anche se rallentata da alcuni membri, come il Canada, che a lungo hanno tentato di tenere la NATO fuori dall’Artico, spaventati dall’idea che un ingresso alleato nella regione avrebbe minato la cooperazione tra i paesi del Consiglio Artico. Tuttavia, le resistenze canadesi – complice l’incremento dell’attivismo russo nell’area – sono state vinte, e anche l’Alleanza si è allineata agli Stati Uniti. Per questo motivo, nel 2018, è stato creato un nuovo Comando Interforze, a Norfolk (JFC), col preciso compito di difendere le rotte di comunicazione tra l’Europa e gli Stati Uniti nell’Atlantico. Nel 2019, poi, il Segretario Generale, Jens Stoltenberg, ha potuto affermare per la prima volta che per la NATO è fondamentale essere presente nell’Artico; così nel maggio del 2020 Camille Grand, Assistente del Segretario Generale, ha affermato che la NATO vede nell’Artico un “great power game” che coinvolge Russia e Cina. Anche il rapporto NATO 2030: United for a New Era, pubblicato alla fine del 2020, fa riferimento all’Artico, sottolineando come il compito dell’Alleanza sia quello di incrementare le operazioni militari con gli alleati nella regione. 

La rinnovata azione degli Stati Uniti e dell’Alleanza Atlantica nell’estremo Nord è riconducibile a due diversi interessi. Primo, la rassicurazione degli alleati e dei partner direttamene coinvolti nella questione, vale a dire dei paesi che affacciano sull’Artico: Norvegia, Svezia, Danimarca, Islanda, Finlandia. Questi stati sono il più grande assetto dell’Alleanza Atlantica nell’area e in quanto tale vanno protetti. Agli occhi di questi attori la NATO deve essere credibile: l’influenza cinese e russa nell’area, anche a livello politico, è volta proprio a minare la credibilità dell’Alleanza nei confronti di questi Stati. Il GIUK gap rappresenta per l’Alleanza un passaggio chiave, il cui controllo è assicurato solamente se i partner locali sono schierati dal suo stesso lato. Controllarlo significa garantirsi la difesa contro qualsiasi tipo di minaccia che provenga da Nord. Il matrimonio energetico tra Pechino e Mosca per ora non disturba Washington: la Russia ha bisogno di investimenti per continuare a rifornirsi di risorse nell’Artico e sostenere la propria spesa militare, ma non condivide gli interessi strategici di Pechino, dunque una solida alleanza tra i due non è pensabile.

Di secondaria importanza, visto che gli Stati Uniti controllano gli accessi (stretto di Bering e canale del GIUK) è la RSM. Nella Strategia Artica delineata dal Dipartimento della Difesa viene espressamente affermato che l’Artico sta divenendo un corridoio strategico e che gli Stati Uniti devono esercitare il controllo su di esso. Sembrerebbe chiara, dunque, la strategia americana nei confronti di questo dossier: impedire che la RSM diventi una nuova Suez che sfugga al proprio controllo. 

Quale futuro

L’azione degli Stati Uniti e dell’Alleanza Atlantica nell’area ha come oggetto principale gli Stati Artici partner e alleati e la RSM. Nei confronti dei primi, nel breve termine la NATO potrebbe aumentare la sua presenza militare nella regione, così da rassicurare gli attori locali, esercitando deterrenza nei confronti dei russi, la cui attività militare nell’area GIUK è sempre più provocatoria, e scoraggiando i tentativi cinesi di guadagnare influenza nei paesi artici. Tuttavia, per risultare credibile agli occhi dei paesi partner e alleati, per la NATO sarà necessario elaborare una strategia chiara e coerente nell’area, che dimostri un impegno serio e duraturo nella regione. 

Quanto alla rotta artica, gli Stati Uniti sanno bene che oggi questa è assolutamente lontana dal rappresentare una valida alternativa a Suez. I costi per attraversarla sono elevati e gli americani controllano lo stretto di Bering e il canale GIUK. Ciononostante, qualora lo scioglimento dei ghiacci continuasse con questo ritmo, è possibile che, nel lungo termine, gli Stati Uniti si impegnino in operazioni di libertà di navigazione (Freedom of Navigation Operations) nel mar Glaciale Artico per ribadire ai russi che quella rotta non potrà essere sotto il loro controllo.  

 Matteo Mazziotti di Celso,
Geopolitica.info

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