Le Piazze di Hong Kong ed il decadimento dei valori

Le piazze di Hong Kong gremite di dimostranti armati di ombrelli, schierati contro la polizia in assetto antisommossa, indicano in modo chiaro l’aria che si respira in queste ore nell’ex colonia britannica. I cittadini sono scesi da giorni per le strade della megalopoli protestando contro una proposta legislativa voluta da Pechino che, di fatto, abolirebbe quel sistema speciale previsto per Hong Kong dopo il passaggio dal Regno Unito alla Cina avvenuto nel 1997. Da quel giorno infatti era stato garantito all’ex colonia del Governo di Sua Maestà una maggiore autonomia, che significava anche un maggiore rispetto di una serie di regole sociali e giuridiche profondamente differenti da quelle adottate da Pechino. La volontà di Xi Jinping è quella di accentrare sempre di più il potere nei palazzi della capitale, togliendo definitivamente ad Hong Kong quel ruolo da protagonista che per secoli ha influenzato la politica commerciale facendo da ponte tra Europa e Estremo oriente.

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Oggi Hong Kong rappresenta il 3% dell’Economia cinese (una volta era il 18%) ma in considerazione del fatto che rappresenta non più dello 0,5% della popolazione totale significa che la produttività è 6 volte maggiore rispetto alla nazionale. Un dato emblematico che indica come la città sia ancora economicamente e soprattutto culturalmente aperta al mondo occidentale, infastidendo quindi, l’intransigente politica centralista di Pechino. Londra ha timidamente protestato dinanzi ai fatti di queste ore ma Downing Street, in attesa di un nuovo inquilino che sostituisca la dimissionaria Theresa May, è concentrata sul capitolo Brexit che da 3 anni tiene con il fiato sospeso le borse di mezzo mondo. Nessun altro ha proferito verbo e questo indica come la politica internazionale, ogni giorno, debba confrontarsi con la scelta, non facile, di dover decidere tra valori economici e valori morali. 

Nei giorni scorsi è emerso sulla stampa americana un articolo che indicherebbe come il fratellastro del leader coreano Kim Jong Un fosse un informatore ai servizi della CIA. Secondo una fonte anonima Kim Jong Nam, che da anni viveva in esilio dalla Corea del Nord, prima di essere assassinato in un aeroporto della Malesia nel febbraio del 2017, avrebbe incontrato più volte i servizi americani provocando la reazione di Pyongyang che lo avrebbe fatto uccidere per il suo tradimento. Un gesto plateale che, per quanto privo ancora di conferme ufficiali, non modificherebbe i piani di Trump, desideroso di trovare nuovamente una convergenza con il dittatore asiatico, dopo il fallimentare vertice di Hanoi avvenuto nei mesi scorsi. 

Ad Istanbul, invece, lo scorso ottobre il giornalista saudita Kashoggi, sgradito alla casa reale di Riyad, è stato assassinato all’interno del consolato dell’Arabia Saudita nella città turca, pare, con la complicità del nuovo leader Mohamed bin Salman più impegnato ad aggiudicarsi a 450 milioni di dollari un opera di Leonardo Da Vinci che ad occuparsi dei diritti umani nel proprio paese. 

La realpolitik, che da secoli è seguita dalla maggioranza degli statisti di ogni paese, ci avrebbe dovuto insegnare come non è il caso di stupirsi davanti a questi avvenimenti, ma, proprio perché viviamo in un momento storico così debole e difficile, bisognerebbe forse considerare il fatto che alcuni valori morali ormai decaduti, dovrebbero “tornare di moda” ed essere fonte di ispirazione per il nostro domani. Certo non sarebbe la panacea di tutti i mali ma aiuterebbe a riprendere una via che pare irrimediabilmente smarrita.