Le pericolose relazioni tra il Qatar e l’Iran

Potrebbe apparire inspiegabile la decisione da parte del Qatar di riallacciare le relazioni diplomatiche con l’Iran dopo un’interruzione durata più di venti mesi. Eppure per meglio comprendere il quadro mediorientale, bisogna analizzare i fatti degli ultimi anni affinché ci si possa fare un’idea di quanto sta accadendo oggi in quell’area e soprattutto cosa il futuro potrà riservare.

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Tutto ha inizio nel 1971 quando nel Golfo Persico, a metà strada tra le coste iraniane e qatariote, viene scoperto il più grande giacimento di gas naturale ad oggi esistente. Iniziate le estrazioni di prodotti energetici verso gli anni ’90, oggi il sito occupa uno spazio di quasi 10.000 km2 di cui circa il 60% viene gestito dalle autorità di Doha mentre il restante 40% è nella mani di Teheran. L’Iran è il secondo paese dopo la Russia a detenere riserve di gas naturale, mentre il Qatar è il terzo e, grazie alla concentrazione di riserve presenti nel bacino (chiamato South Pars in Iran e North Dome Field in Qatar), i due paesi hanno oggi potenzialità inimmaginabili di destabilizzazione nell’area.

La crescita repentina di Doha, che conta poco più di 2,5 milioni di abitanti, è dovuta infatti alla capacità di vendita e di esportazione di prodotti energetici al resto del mondo che hanno permesso al piccolo paese, che si affaccia sul Golfo Persico, di diventare una delle nazioni con il più alto reddito pro capite. L’Iran invece, con i suoi 80 milioni di abitanti, ha una storia molto diversa e travagliata e, rispetto a Doha, non è mai stata in grado di ottimizzare al meglio la sua capacità estrattiva nonostante le immense risorse che il territorio offre. Proprio per questa inadeguatezza le capacità tecnologiche tra i due paesi sono sempre state assai differenti, rendendo tesi i rapporti tra le due sponde del Golfo Persico sulla gestione dell’immenso giacimento.

Nel 2015, dopo l’accordo sul nucleare tra l’Iran e i 5 paesi negoziatori, è iniziato il periodo di allentamento delle sanzioni da parte della comunità internazionale nei confronti di Teheran. Tale mossa ha facilitato molteplici relazioni economiche con i paesi europei, offrendo alle multinazionali del vecchio continente interessanti prospettive energetiche. Non è casuale, infatti, la recente decisione della Total di investire 5 miliardi di dollari nel paese di Rohuani proprio all’indomani della visita del Ministro degli Esteri iraniano Zarif a Parigi, che ha già pronti contratti miliardari per vendere energia a paesi emergenti come l’India. Questo nuovo, precario ma emergente equilibrio iraniano, ha convinto Doha della necessità di sviluppare ulteriormente progetti di estrazione nel Golfo Persico insieme a Teheran aumentando la propria offerta da vendere sul mercato globale.

Succede poi, nel gennaio del 2016, che la sunnita monarchia saudita decida di condannare a morte il leader di fede sciita Nimr al Nimr accusato di terrorismo; alla notizia della decapitazione gli stessi sciiti insorsero in ogni parte del mondo ed in Iran, uno dei paesi sciiti per eccellenza, iniziarono le violenze contro le sedi diplomatiche di Riyad. La risposta dell’Arabia Saudita non si fece attendere e, in poche ore, il Governo “invitò” con forza i diplomatici iraniani a lasciare il territorio in non più di due giorni. Altri paesi sunniti, tra cui il Qatar, seguirono la scelta della monarchia saudita interrompendo ufficialmente le relazioni diplomatiche con Teheran, isolando di fatto il paese di Rouhani. La scelta di Riyad però non venne accettata con entusiasmo a Doha poiché da tempo il Qatar dell’Emiro Tamim al-Thani, come detto precedentemente, intrattiene fitte relazioni con l’Iran, e l’interruzione di canali formali tra i due paesi avrebbe rallentato possibili sviluppi economici per Teheran e Doha.

Nel giugno scorso arriva quindi la clamorosa decisione da parte del Bahrain, degli Emirati Arabi Uniti, dell’Arabia Saudita e dell’Egitto di interrompere le relazioni diplomatiche con il Qatar che, secondo alcuni analisti, ha motivazioni più verosimilmente legate a questioni energetiche e non politiche. Ufficialmente le monarchie del Golfo hanno accusato Doha di sostenere il terrorismo internazionale, di avere simpatie per Hamas ed Hezbollah ma soprattutto di aver sviluppato oramai legami troppo solidi e robusti con l’Iran. I rapporti tra Teheran e Doha all’indomani dell’isolamento non sono mai venuti meno, anzi gli iraniani hanno garantito a Doha una serie di rifornimenti fondamentali per la popolazione qatarina visto il suo isolamento geografico, concedendo lo spazio aereo vitale alla sopravvivenza della Qatar Airways. Una serie di gentilezze che, nei giorni scorsi, il Qatar ha deciso di ricambiare inviando a Teheran il proprio ambasciatore, interrompendo così quell’isolamento diplomatico iraniano fortemente voluto dall’Arabia Saudita e suscitando ulteriori irritazioni alla Casa reale saudita.

Arrivando alla cronaca di queste settimane, alcuniquotidiani internazionali hanno riportato di un incontro avvenuto a Tangeri in Marocco tra il Re saudita Salman con Abdullah al Thani, fratellastro dell’Emiro del Qatar Tamin bin bin Hamd al Thani, esiliato a Londra per dissapori; il timore è che Abdullah cerchi appoggi per prendere il trono dopo l’allontanamento da parte della Famiglia reale. Da annotare c’è però la più recente telefonata che lo stesso Tamin al-Thani avrebbe fatto a Re Salman nei giorni scorsi offrendo la propria disponibilità ad abbassare la tensione tra i due paesi. Certo è invece che la situazione destabilizzante in Medio Oriente è stata al centro dell’incontro tra il Presidente Trump e l’Emiro del Kuwait Sabah avvenuto nei giorni scorsi a Washington; nella cornice della Casa Bianca i due leader hanno ulteriormente rafforzato la storica amicizia tra gli USA e il Kuwait e, tra molteplici accordi economici, hanno auspicato una stabilizzazione nell’area del Golfo Persico. Ad entrambi infatti interessa un pronto ritorno alla stabilità nell’area per scongiurare il rafforzamento di un pericoloso asse tra Iran e Qatar.