Le mosse di Biden e le elezioni presidenziali in Iran

Le prossime mosse dell’amministrazione Biden incideranno fortemente sulle dinamiche interne della Repubblica Islamica iraniana, che nel prossimo giugno sarà chiamata ad eleggere un nuovo Presidente. L’attendismo di Biden sul dossier JCPOA fornisce l’assist al ritorno dei conservatori al governo del paese islamico.

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Il “tifo” per Biden

Al netto delle dichiarazioni di facciata rilasciate nel periodo precedente al 4 novembre, i leader iraniani hanno guardato con grande attenzione alle presidenziali negli Stati Uniti. La sfida tra Trump e Biden non poteva lasciare indifferente la politica di Teheran. L’amministrazione Trump è stata certamente una delle più dure nei confronti dell’Iran, e se confrontata con quella precedente di Obama – che ha coronato la politica di distensione con l’ex Persia tramite la firma del noto accordo sul nucleare – il cambio di passo risulta ancora più evidente. Il sistema regionale in Medio Oriente che la presidenza Trump ha contribuito a influenzare è diventato, in soli 5 anni, fortemente ostile all’Iran, e le prospettive di crescita del paese (che nel 2015 veniva accreditato come un attore principale nel futuro della diplomazia internazionale) si sono arenate. Per tali ragioni la compagine attualmente al governo della Repubblica Islamica ha rilasciato dure dichiarazioni nei confronti dell’ex Presidente Trump, specialmente dopo l’insediamento ufficiale di Biden, e i principali giornali afferenti all’area riformista del paese hanno per giorni rilanciato editoriali dal tono entusiasta per un potenziale ritorno al dialogo con Washington.

Sogno infranto?

Attese, però, che sono state quantomeno raffreddate dalle dichiarazioni del nuovo sottosegretario di Stato Blinken, che nel corso della prima audizione in Senato ha dichiarato che il rientro nel JCPOA è “ancora molto lontano”, lasciando intendere che ci sarà la necessità di consultarsi prima con Israele e gli Stati del Golfo e aggiungendo che qualsiasi accordo futuro con Teheran dovrà includere anche il nuovo programma missilistico e la fine del sostegno alle milizie nella regione. Una doccia fredda per i riformisti iraniani, che hanno trovato una narrativa non troppo dissimile rispetto a quella dell’ex coinquilino della Casa Bianca.

Una doccia fredda che riguarda anche la partita per il futuro controllo del governo del Paese: secondo tutte le previsioni, infatti, i 4 anni di Presidenza Trump e il conseguente fallimento del JCPOA, unito alla grave crisi economica che da anni attanaglia l’Iran, darebbero ampio vantaggio nei sondaggi ai conservatori iraniani, che dovrebbero aggiudicarsi senza fatica le elezioni presidenziali nel prossimo giugno. Lo scontro diplomatico con gli Stati Uniti e l’attuale atteggiamento – quantomeno timido – dell’amministrazione Biden sul dossier Iran rafforzano la propaganda dei conservatori e la sfiducia nei confronti degli Stati Uniti.
Non è un caso che l’attuale Ministro degli Esteri iraniano Zarif (una delle figure più “dialoganti” con Washington), in un’intervista al quotidiano Hamshahri pubblicata sabato 6 febbraio, abbia intimato agli Stati Uniti di allentare le sanzioni economiche nel più breve tempo possibile, perché “il tempo per gli americani sta finendo, soprattutto per l’atmosfera elettorale che seguirà il capodanno iraniano (21 marzo n.d.r.)”. “Più l’America procrastina, più perderà. Sembra che l’amministrazione Biden non voglia liberarsi dell’eredità fallita di Trump”, ha detto Zarif nell’intervista, ed ha aggiunto: “Non abbiamo bisogno di tornare al tavolo delle trattative. È l’America che deve tornare al tavolo”.


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La partita per le presidenziali

In conclusione, ogni tentativo da parte degli Stati Uniti di porre nuove condizioni all’Iran per tornare al tavolo delle trattative, rischia di fornire un assist agli avversari dell’attuale esecutivo di Teheran. I conservatori sostengono da anni che il rapporto con gli Stati Uniti sia impossibile, accusando Washington di essere totalmente piegata agli interessi sauditi nell’area e di conseguenza vedono la politica estera americana inalterabile. Dopo le ultime elezioni legislative, tale linea dura rappresenta la maggioranza anche nel Parlamento del paese, e questo comporta un aumento del grado di difficoltà per l’attuale governo nel trovare una via al dialogo con gli Stati Uniti: negli ultimi mesi sono stati approvati diversi disegni di legge (dai rapporti con Israele alla richiesta di sforare ampiamente i limiti sull’arricchimento dell’uranio previsti dal JCPOA), voluti dalla maggioranza conservatrice, che sembrano delle vere e proprie trappole sul percorso dell’esecutivo iraniano con l’unico obiettivo di impedire il raggiungimento di qualsiasi risultato alla presidenza Rouhani. L’unica possibilità per l’ala più moderata della politica iraniana per concorrere (con possibilità di vittoria) per le elezioni presidenziali è quella di ottenere a stretto giro un concreto allentamento delle sanzioni da parte degli Stati Uniti, che comporti a stretto giro un apprezzamento del rial (la moneta del paese) e conseguentemente immediati benefici per la popolazione iraniana, che soffre per l’inflazione galoppante. In questo modo la retorica della negoziazione con l’occidente assumerebbe dei contorni concreti, specialmente per la classe media delle città, e sarebbe un’arma da utilizzare in campagna elettorale contro il fronte – attualmente favorito – dei conservatori.

Lorenzo Zacchi,
Geopolitica.info