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NotizieLe Megacities tra urbanizzazione galoppante e geoeconomia dello sviluppo

Le Megacities tra urbanizzazione galoppante e geoeconomia dello sviluppo

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E’ ormai noto che la globalizzazione ha determinato dei cambiamenti epocali, in tutti gli ambiti ed in tutti i settori della nostra vita. Con la caduta del Muro di Berlino saltano quei paradigmi che garantivano un certo “ordine”, un mondo spaccato in due, all’interno del quale gli attori della scena internazionale si muovevano con qualche certezza: chi era da una parte e chi stava dall’altra, chi era dentro un blocco chi ne era fuori.

Da allora il mondo è cambiato profondamente, ed in questo rinnovato contesto del quadro geopolitico ed economico globale, abbiamo imparato a conoscere ed affrontare dei grandi cambiamenti. Uno di questi, probabilmente il più recente determinato anche dalla globalizzazione è l’urbanizzazione galoppante; lo sviluppo spesso spontaneo e non pianificato delle città e delle loro periferie, i cui contorni crescono a dismisura, a volte volute come la conurbazione tra diverse aree contigue, oppure “subite” attraverso i movimenti migratori. Gli esperti parlano di Megacity o Big-City, realtà nelle quali, in alcuni casi difficilmente si individua il “limes” stesso della periferia, luogo dove milioni di persone si riversano formando dei “non luoghi”, in alcuni casi aree di disagio sociale, economico, culturale, umano, spazi che diventato essi stessi il centro di un margine.

Il termine Megacity è stato coniato dall’architetto giapponese Tange Kenzo che ne descrive il loro divenire architettonico, anche se come sappiamo l’origine del termine Megalopoli è molto datato e risale alla Grecia antica, quando venne fondata la citttà di Megalopoli che nelle intenzioni dei suoi costruttori doveva diventare la città più grande al mondo, cosa che poi non avvenne per diverse ragioni. Nel 2014 sono state censite 28 Megacities, di cui 16 in Asia; città con più di 10 milioni di abitanti, come la conurbazione di Tokaydo nella cintura urbana di Tokyo in Giappone (38 mln), oppure Jing-Jin-Ji in Cina nell’area urbana di Pechino (130 mln). Si tratta di estesi network, che connessi in relazione tra loro formano dei nuovi attori globali. Nel 2016 la UN Habitat si occupa del tema attraverso un report dedicato al ruolo dell’urbanizzazione quale catalizzatore economico e sociale delle Megacities. Secondo le previsioni, la popolazione urbana entro il 2050 vivrà per il 75% all’interno di conglomerati urbani. Quote crescenti di popolazione che vivono in aree rurali dunque, verranno attratte dal fascino metropolitano di questi grandi attrattori urbani. Nella letteratura delle science sociali qualcuno parla addirittura di rinascita delle “città – stato”.

Non è sbagliato dunque affermare che per certi versi, la dimensione e le strutture amministrative di queste città siano assimilabili a quelle di uno Stato di piccole e/o medie dimensioni. Infatti, la rapida urbanizzazione ne ha alterato il profilo geoeconomico e demografico. Si discute su come la globalizzazione stia assumendo una dimensione sempre più “locale”. Il tema è una congestione complessa di elementi, ragione che permette di analizzare il fenomeno attraverso differenti chiavi di lettura, che noi in questa sede per brevità riassumiamo in due ambiti delimitati: sicurezza e competitività. Sul piano della sicurezza, si pongono numerose questioni sul tavolo, pensiamo alle necessità di approvvigionamento di derrate alimentari di base, così come di acqua, energia elettrica, gas. Il fenomeno è ampio, e le sfide vanno analizzate sotto diversi aspetti: terrorismo, cambiamenti climatici, criminalità, pensiamo a città come Buenos Aires o Caracas attanagliate da un tasso del crimine urbano elevato, a questi si aggiungono la povertà e le pandemie, dove gli Stati nazionali sembrano paralizzati e disfunzionali, i governi locali pare che siano in grado di offrire soluzioni più pragmatiche e democratiche in alcuni casi.

Questi sono alcuni degli aspetti relativi alla sicurezza, ma per chiarire ciò di cui stiamo parlando, possiamo declinare le sfide alla sicurezza attraverso questi dati: il 97% dell’acqua del nostro pianeta è salata e solo l’1% è resa potabile da tecniche di riciclo. Secondo la FAO, ogni anno si sprecano 1,3 mld di tonnellate di cibo. Così come l’acqua potabile, anche il cibo è presente in modo irregolare sul nostro pianeta, l’80% delle persone che non riescono a sfamarsi vivono nelle campagne e lavorano per produrre cibo per gli abitanti di quelle città che stanno diventando sempre più grandi. Fatto, che a sua volta contribuisce a stimolare l’urbanizzazione. Tuttavia, le Megacities sono i cuori pulsanti della produzione economica, importanti hub economici, e qui rientra il secondo aspetto, dove si sviluppano creatività, tecnologia, servizi. Parlando in numeri, oggi nelle Big-City vivono circa 2 miliardi di persone che producono circa 30 trilioni di dollari di PIL globale dal 2007. Dalle previsioni, nel 2025 queste cifre importanti raddoppieranno. Nonostante si riscontrino difficoltà, soprattutto nei PVS, dove la crescita demografica si scontra con la capacità di garantire a tutti i cittadini un livello adeguato di sicurezza e servizi basici, dove le infrastrutture e i servizi urbani inadeguati ostacolano la crescita economica, i vantaggi tendono a superare gli inconvenienti, rendendo disponibili le risorse necessarie per una corretta gestione di eventuali diseconomie, attivando i cosiddetti effetti spillover ed economie di scala, facciamo riferimento a conglomerati come quello della Silicon Valley o New Delhi dove le aziende di tecnologia hanno stimolato a loro volta la nascita di aziende che producono beni intermedi dando linfa vitale a quella che oggi sono alcune tra le aree più attrattive al mondo.

La rapida crescita demografica e spaziale, insieme con l’espansione delle attività economiche e l’impatto ambientale, hanno trasformato le città in attori globali all’interno dell’intricato scacchiere geopolitico e geoeconomico internazionale, con caratteristiche non sempre omogenee, le Megacities sono realtà differenti, per contesto geografico e politico-economico, Londra non è Pechino. Realtà disomogenee, dove vi è un differenziale di mobilità urbana molto forte, che determina chi può salire e chi non lo può fare nella scala socio-economica della suburban cittadina, per ragioni di mobilità sociale o ragioni storiche legate alla cultura di una società, diversità che si rispecchiano anche nella mobilità del mondo del lavoro. Laddove negli USA si riscontra un mercato del lavoro flessibile che favorisce il trasferimento di conoscenza e competenza, in India ad esempio troviamo una realtà più rigida dove il concetto di “casta” è tuttora un paradigma reale anche se non più legale, e questo a nostro avviso determina anche la possibilità di crescita economica. In questo millennio urbano il tema va sicuramente affrontato, con la necessità di prospettive critiche che esaminino i governi locali tanto quanto i governi nazionali, per poter comprendere al meglio la realtà che ci circonda e che influenza sua volta la nostra organizzazione del vivere.

Pietro Stilo, dottore di ricerca in Scienze economiche e metodi quantitativi, già coordinatore didattico del Master in economia dello sviluppo Università Mediterranea di Reggio Calabria, attualmente collabora con il Centro Studi Ir-Consult dell’Uni RC.

Dalila Ribaudo, dott.ssa in Economia, politica e istituzioni internazionali. Risk data analyst.

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