Le lezioni di Tiananmen ’89, tra riforma e rivoluzione.

Il massacro di piazza Tiananmen (4-Giu-89) divenne immediatamente un caso rilevante nella storia della Cina contemporanea. Superato lo shock iniziale sorsero svariate interpretazioni sul come e il perché della protesta, portando alla luce concezioni diverse riguardo il rapporto Stato-società. In poco tempo gli insegnamenti del 1989 furono recepiti e assimilati da Pechino, a rilento invece dagli osservatori occidentali.

Le lezioni di Tiananmen ’89, tra riforma e rivoluzione. - Geopolitica.info

Spinte dall’alto.

A partire dal dicembre del 1978 la Repubblica Popolare Cinese entrò in un processo di profonda trasformazione economica promosso dalla leadership di Deng Xiaoping. L’obiettivo era ridurre l’enorme divario esistente tra Cina e Occidente in materia di scienza e tecnologia. A tale scopo l’apertura commerciale e l’attrazione di investimenti esteri divennero una priorità. Il piano di riforme implicava di fatto una rivoluzione nel pensiero del partito: il passaggio da un’economia pianificata a una di mercato, dall’autarchia all’apertura e da una società rurale a una urbana. Erano anche messe in discussione le cariche vitalizie, l’eccessiva centralizzazione del potere e persino il principio comunista di una società senza classi. Si trattava di un cambio di rotta rispetto all’epoca di Mao, ma Deng non lo ammise apertamente, l’approvazione dentro e fuori il partito era la sua più grande preoccupazione e non era disposto a diventare il Kruscev cinese. Convinto che i successi economici avrebbero rafforzato la propria reputazione decise di scommettere sulle riforme ritenendo la popolazione capace di sopportare uno shock transitorio e il partito di resistere a possibili spaccature interne. Tuttavia a partire dal 1986 i problemi prodotti dalle riforme economiche provocarono una divisione tra politici riformisti favorevoli a una mite democratizzazione e politici ortodossi contrari a ogni modifica della struttura di potere vigente.

Spinte dal basso.

Le riforme produssero dei cambiamenti sociali nelle campagne e nelle zone urbane. Nel 1984 erano sorte 25 milioni di unità agricole familiari indipendenti e nelle città fioriva il settore imprenditoriale privato dei servizi di ristorazione e vendita-al-dettaglio. Come risultato si costituirono 12 milioni di società private prima del 1987. Nella seconda metà degli anni ottanta si palesarono i problemi tipici del passaggio da una economia socialista a una di mercato: inflazione, disoccupazione e disavanzo commerciale, con ripercussioni sulla produzione (vedi grafico). Lo squilibrio interno colpì soprattutto i lavoratori urbani a salario fisso impoveriti dall’inflazione. Imprenditori e dipendenti privati guadagnavano più dei dipendenti pubblici (operai, medici, funzionari, professori e ricercatori). Quest’ultimi insieme agli studenti universitari cominciarono a manifestare dubbi e critiche al sistema. Le loro aspettative di futura classe dirigente erano frustrate dall’assenza di trasparenza e libertà di espressione. Le proteste studentesche iniziarono nel dicembre dell’86 e, dopo alti e bassi, ripresero vigorosamente in numerose città nella primavera del 1989 con l’adesione di operai e distinti funzionari pubblici. Il minimo comun denominatore dei manifestanti era l’indignazione verso la corruzione nel partito. I quadri locali infatti approfittavano spesso degli spazi di discrezionalità aperti dalle riforme per privilegiare l’interesse personale e familiare. I lavoratori di Pechino sfidarono apertamente il governo formando una federazione sindacale autonoma e lo stesso fecero gli studenti, mentre in centinaia di migliaia occupavano il cuore della nazione: piazza Tiananmen. All’escalation della protesta contribuirono tre eventi contingenti: la morte dell’ex leader progressista Hu Yaobang il 15 aprile, l’anniversario dei moti studenteschi del 4 maggio 1919 e la visita ufficiale di Gorbaciov nella capitale il 15 maggio. I movimenti civili si conclusero però bruscamente il 4 giugno 1989 con l’intervento dell’Esercito Popolare di Liberazione.

Liberalismo mancato o modernizzazione traumatica?

Le vicende cinesi suscitarono un certo interesse nel mondo accademico aprendo un dibattito sulla genesi e sviluppo della protesta. Una tesi interpretava il “maggio di Pechino” come la conseguenza di un’apertura politica mancata. Il binario delle riforme economiche infatti non andò di pari passo con quello politico. Tale squilibrio portò a uno scontro inevitabile tra una rivoluzione dall’alto guidata dal partito, e una rivoluzione dal basso prodotta dagli effetti sociali delle riforme. In sostanza una crisi di aspettative della nuova società cinese, in sintonia con quello che stava accadendo all’interno dei regimi socialisti dell’orbita sovietica. Un’altra tesi riteneva che la protesta fosse dovuta a problematiche tipiche dei paesi in via di sviluppo. In realtà la mobilitazione nasceva dall’instabilità economica e non dalla formula: modernizzazione economica + chiusura politica = rivolta sociale. Tiananmen non era quindi il risultato di una modernizzazione riuscita che risveglia una coscienza e rivendicazioni popolari, perché il paese non si era ancora modernizzato. Il principale ostacolo alle riforme dall’alto fu non tanto l’assenza di partecipazione politica, ma la maniera in cui venne gestita la riforma stessa, a tratti brusca e asimmetrica.

Lezioni per Pechino.

Il regime superò la crisi al prezzo di una sanguinosa repressione nelle piazze e la fine dell’ala riformista liberale. Il vincitore di lungo periodo fu Xiaoping che dopo una breve parentesi conservatrice riuscì a riprendere le politiche di liberalizzazione economica e apertura al mondo. Aveva ottenuto l’impossibile: neutralizzare l’ala conservatrice del partito e isolare quella più progressista, pur non ricoprendo direttamente le massime cariche del potere. I fatti dell’89 insegnarono che si doveva evitare tassativamente la combinazione di 3 fattori: malessere sociale prodotto di una crisi economica, divisioni ideologiche nel partito, eventi catalizzatori delle lotte sociali scollegate e disperse. A tal proposito Deng preparò con buona riuscita la propria successione, allontanando le minacce di rivoluzioni dall’alto e dal basso. Nel corso degli anni rimpiazzò i veterani del partito con giovani tecnocrati. Parallelamente alla cooptazione di intellettuali e imprenditori impose il precetto di soddisfare i bisogni materiali delle masse. Il partito è sopravvissuto negli anni perché si è dimostrato sufficientemente dinamico ed efficiente, entrando in uno stato di riforma permanente. Nei casi estremi rimane l’opzione del pugno di ferro. Come in tutti i paesi dove il regime si è installato con una rivoluzione, anche in Cina lo Stato dispone di mezzi che mirano a un fine ben preciso: evitare una controrivoluzione.

Lezioni per gli occidentali.

Le vicende dell’89 dimostrarono che era possibile attuare profonde modernizzazioni economiche senza estenderle al campo politico. Il modello di democrazia-liberale non era inevitabile nel cammino della modernizzazione. La lezione fu: lo sviluppo economico-sociale non è un prerequisito della democrazia, bensì un requisito. Non è lo sviluppo in sé ad aiutare la democratizzazione, ma i fattori a esso correlati es. redistribuzione del reddito e maggiore livello di istruzione. Essendo lo sviluppo socioeconomico solo un requisito, non è improbabile che una democrazia sorga in paesi poco sviluppati, come non è detto che una modernizzazione economica porti per forza alla democrazia. Non stupisce infatti che il modello cinese eserciti un certo fascino su quei paesi in via di sviluppo che cercano buoni risultati economici senza concessioni politiche. Il fattore decisivo per la stabilità e la salute di un regime è la legittimità di cui gode il sistema politico presso la popolazione indipendentemente da quale esso sia.