Le illusioni cinesi del Vaticano

Le relazioni tra Santa Sede e Cina rappresentano uno dei fili rossi delle relazioni internazionali degli ultimi decenni. Soprattutto a partire dal papato di Benedetto XVI – che con una lettera del 2007 dichiarò esplicitamente la propria volontà di aprire un canale di dialogo con le autorità cinesi – il Vaticano ha cercato di dare una svolta ai rapporti bilaterali con la Repubblica Popolare Cinese che potesse portare a un accordo su svariate questioni, a partire dalla vexata quaestio della nomina dei vescovi cinesi. Tuttavia, i rapporti diplomatici tra la Santa Sede e Pechino, interrotti ufficialmente dal 1951, non sembrano aver raggiunto ancora un livello tale da poter accennare, anche lontanamente, a un accordo tra le due parti. Infatti anche gli sforzi di Papa Bergoglio sembrano essersi incagliati contro le parole e le azioni di un regime contrario a qualsiasi svolta che ponga fine alle alle difficili condizioni della comunità cattolica cinese, composta da circa 15 milioni di fedeli. Le notizie degli ultimi mesi, infatti, non sembrano offrire alcun elemento che indichi una qualche evoluzione positiva della trattativa tra le due parti.

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Nel dicembre scorso, la Nona assemblea dei rappresentanti cattolici cinesi ha ribadito la “indipendenza” e la “autonomia” della Associazione Patriottica (ossia, la Chiesa eterodiretta dal regime comunista attraverso la State Agency for Religious Activities) e il carattere “patriottico” della fede, in linea con le direttive del Presidente cinese Xi Jinping, con cui il leader cinese ha ribadito la volontà di portare avanti un processo di “sinicizzazione” delle religioni in Cina. Una chiusura sostanziale a qualsiasi soluzione riguardante la nomina dei vescovi, che com’è noto vede, da una parte, la Santa Sede ferma sulla volontà di mantenere il potere di nomina dei vescovi e, dall’altra, Pechino indisponibile a svolgere una semplice funzione “consultiva” e a cedere questo potere al Vaticano.
Accanto a questo nuovo stallo politico e diplomatico sulla nomina dei vescovi, vi sono poi le notizie degli ultimi mesi riguardanti le continue azioni repressive delle autorità cinesi contro le comunità cristiane e, più in generale, di altre confessioni, non riconosciute dal regime comunista.
Lo scorso 20 aprile, le forze di polizia hanno interrotto una messa non autorizzata nella regione del Heilongjiang che stava per portare all’arresto del sacerdote della Chiesa di Qinshan. Un’azione, a quanto pare, ispirata dal Ministero per gli Affari Religiosi del regime e dal Fronte Unito, l’organismo statale che attua a livello nazionale e provinciale le direttive politiche del Partito Comunista sulle religioni.

Oltre a questi eventi, continuano poi gli arresti e gli internamenti dei vescovi della Chiesa non ufficiale. A titolo di esempio, lo scorso 4 aprile Vincenzo Guo Xijin, vescovo sotterraneo di Mindong, è sparito, a quanto pare sequestrato dalle autorità cinesi, e pochi giorni dopo, il 12 aprile, stessa sorte è toccata a Pietro Shao Zhumin, vescovo sotterraneo di Wenzhou. Tuttavia, mentre monsignor Shao sembra essere tornato nella propria comunità, non si hanno ancora notizie riguardo a una possibile liberazione di monsignor Guo.

Tutti questi eventi sono poi parte di un quadro ancor più ampio, costellato di abusi e soprusi del regime comunista nei confronti di molte altre comunità cristiane o altre minoranze religiose.  
Non sorprendono, quindi, gli interrogativi che serpeggiano tra la comunità cattolica cinese, e non solo, sulla bontà della politica aperturista del Vaticano, soprattutto del pontificato di Papa Francesco. Tralasciando un inspiegabile silenzio da Roma sui soprusi e le vessazioni della comunità cattolica in Cina (soprattutto considerando il dinamismo mediatico dell’attuale pontefice su molte altre tematiche), la Santa Sede negli ultimi anni ha avuto un atteggiamento piuttosto ambiguo nei confronti del governo di Pechino. Si pensi al fatto che in vista della Nona assemblea dei rappresentanti cattolici cinesi, precedentemente citata, il Vaticano non ha espresso alcuna posizione sulla partecipazione o meno dei vescovi alle attività dell’assemblea; un elemento di discontinuità con il papato di Joseph Ratzinger, che nel 2010, a ridosso della precedente edizione dell’Assemblea, aveva invitato i vescovi a non partecipare.
Per cui, alle parole, alle dichiarazioni e alle conseguenti azioni del Vaticano le autorità cinesi, finora, hanno risposto con una propaganda e azioni repressive volte ad annichilire qualsiasi forma di pratica religiosa non autorizzata o non eterodiretta dal partito comunista. A questo punto, sembra lecito chiedersi quale sia il senso della politica internazionale del Vaticano nei confronti della Cina comunista. Le azioni di Papa Francesco saranno anche mosse dalla speranza di porre fine alla drammatica situazione della comunità cattolica cinese. Ma tra speranze e illusioni c’è una certa differenza.