Le frontiere interne dell’Unione Europea

Ormai sono passati mesi dalla  trattativa sul bilancio italiano in sede europea, ma anche se nel dibattito nazionale si evita di parlarne la questione non è risolta. La settimana scorsa, il governo olandese è tornato all’attacco con la sua battaglia contro la flessibilità della Commissione nel trattare i paesi che hanno violato i vincoli su bilancio e debito pubblico. La postura olandese è solo uno dei segnali che mostrano come l’Unione Europea sia sempre più divergente, attraversata da una frontiera interna che passa attraverso l’asse franco-tedesco.

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Nell’Eurogruppo e nell’Ecofin del 11 e 12 marzo il ministro delle Finanze olandese Wopke Hoesktra ha chiesto spiegazioni sulla mancata apertura della procedura d’infrazione per deficit eccessivo nei confronti dell’Italia. I Paesi Bassi si stanno adoperando per aumentare il loro peso politico nell’UE del post-Brexit, ponendosi come i guardiani delle regole a capo di un’alleanza di stati più piccoli organizzati come un blocco unico per contrastare l’influenza di Francia e Germania. È la Nuova Lega Anseatica (Hansa), che oltra agli olandesi è composta da: Irlanda, Finlandia, Estonia, Lettonia e Lituania, Svezia e Danimarca. Oltre all’Italia, i paesi che hanno avuto problemi a rispettare il patto di stabilità per il budget del 2019 sono Francia, Spagna, Belgio, Portogallo e Slovenia. Ancora una volta è emersa una netta divisione tra gli stati che riescono a rispettare le regole e quelli che non ce la fanno.

La frontiera che divide i paesi “virtuosi” da quelli “viziosi” corre lungo il fiume Reno e separa i paesi dell’Europa centro-orientale da quelli della riva sud-occidentale. Da una parte c’è l’Europa polarizzata intorno al sistema produttivo tedesco, dall’altra un gruppo di paesi – Francia, Belgio, Spagna, Italia e Portogallo – che arranca ma non riesce ad allearsi per proteggere il proprio modello economico da vincoli (autoimposti) che anno dopo anno dimostrano di essere sempre più difficili da rispettare. Sulla riva orientale invece si presenta un quadro diverso.

La Germania è egemone indiscusso su cui si appoggiano le nuove aggregazioni interne all’UE. Oltre ai paesi nordici del gruppo Hansa, ci sono i membri della nuova Europa del Gruppo di Visegrad (V4) – Polonia, Rep. Ceca, Slovacchia e Ungheria – paesi che a parte la Slovacchia non fanno parte dell’eurozona e sono famosi per i leader sovranisti al governo, ma che all’atto pratico rispettano i parametri di bilancio e debito e godono dei generosi fondi strutturali del budget pluriennale (MMF).

Al di là dei problemi ideologici posti da Polonia e Ungheria in materia di gestione dell’immigrazione e rispetto dello stato di diritto, i paesi del V4 sono destinazione di grandi investimenti industriali dei paesi forti dell’Europa occidentale, con la Germania a farla da padrone.

Per le aziende tedesche il V4 è parte integrante della propria macchina produttiva, un’estensione diretta dello spazio geoeconomico e geopolitico di Berlino. I paesi Hansa, il V4 e la Germania sono economicamente ben integrati e nonostante le divergenze politiche riescono a distribuire tra loro vantaggi e doveri della comune appartenenza all’UE. Più che per dividersi, i raggruppamenti interni servono a mediare in maniera più efficace i propri interessi al cospetto della Germania, che in virtù delle sue dimensioni ha una forza soverchiante sui tavoli europei. In questo contesto anche l’Austria trova il suo spazio naturale, anello di congiunzione tra la Baviera e il V4.

Il nodo del destino europeo va quindi cercato nel rapporto franco-tedesco, fatto di alti e bassi che sono indice del disallineamento geopolitico che ha radici nella storia e nella mistica nazionale delle due piccole grandi potenze continentali. Il Trattato di Aquisgrana rappresenta un’altra aggregazione interna all’UE, ma rispetto ai paesi Hansa e al V4 la sinergia e le prospettive sono molti più difficili da identificare. Manca la convergenza sugli obiettivi di lungo periodo, manca l’autorevolezza necessaria a condurre a tracciare una strada per tutta l’Unione.

Parigi vorrebbe saldare l’asse con Berlino e usare la UE come moltiplicatore della propria potenza militare e diplomatica, la Germania invece definisce la propria libertà d’azione nei limiti dell’impero americano, sfidandolo quando lo ritiene utile per la sua economia (come nel caso del Nord Stream 2), ma senza minarne la fondamenta. Berlino non ha mire mondiali, non vuole farsi carico di onerose imprese volte ad aumentarne il peso geopolitico. Il pensiero tedesco è economicistico, quello francese è imperiale. I francesi vogliono avere una proiezione internazionale indipendente dall’ombrello della NATO e dall’egemonia americana.

La Germania invece porta avanti l’interesse nazionale all’interno della NATO e dell’UE, confonde i suoi interessi con quelli dell’Europa. D’altronde, un comportamento simile a quello francese susciterebbe l’immediata reazione dei partner, meglio non rischiare. Nel quadro del progetto atlantico ed europeo, la Germania ha raggiunto i propri obiettivi: ha riunificato il paese, consolidato l’economia e si è circondata di alleati integrati nel suo sistema produttivo.

Dal punto di vista tedesco non c’è nessuna buona ragione per  farsi carico di responsabilità aggiuntive. Per contro, la Francia ha un’esplicita postura mondiale, in ragione della sua proiezione intercontinentale e del suo passato imperiale, una memoria ancora intatta nell’immaginario collettivo di un paese che – a differenza di Italia e Germania – non ha perso la guerra, non si sente un colpevole della storia, non è stata inibita nella sua struttura militare.

Ecco perché il presidente francese fa dichiarazioni tanto ambiziose e parla di “un’Europa sovrana” dotata di “autonomia strategica”. Parigi vorrebbe usare l’UE a livello geopolitico come la Berlino la usa a livello economico. In vista delle elezioni europee Macron ha presentato la sua proposta per un rinascimento europeo, la risposta di Annegret Kramp-Karrenbauer – l’erede di Angela Merkel alla guida della CDU oggi e della Germania domani – con il suo manifesto alternativo in cui vengono ribadite le solite linee rosse della visione tedesca non fa altro che confermare la realtà di sempre: lo stato dell’arte non permette nessun salto di qualità del progetto europeo. Il rilancio dell’asse franco-tedesco si è impantanato per ragioni del tutto geopolitiche, non poteva andare diversamente.

Berlino non vuole più Europa semplicemente perché beneficia dello status quo insieme ai paesi della sua sfera d’influenza, un’Europa nell’Europa. Tuttavia, anche se l’asse franco-tedesco continua a perdere peso di fronte all’inerzia di Berlino e al disordine di Parigi, è da questo rapporto che dipende il destino dell’UE, oggi come ieri la questione europea è la questione tedesca.

In questo contesto l’Italia non può fare molto finché non risolve la sua contraddizione di fondo: un sistema produttivo profondamente integrato con quello tedesco e una visione del progetto europeo in sintonia con quella francese, nonostante l’irriducibile ostilità tra noi e i cugini transalpini.