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TematicheItalia ed EuropaLe fiamme di Moria: un grido disperato all’Europa

Le fiamme di Moria: un grido disperato all’Europa

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Più di 12.000 migranti e rifugiati si sono trovati senza alloggio né servizi primari dopo che diversi incendi sono divampati distruggendo il più grande campo di rifugiati della Grecia, Moria, sull’isola di Lesbo. Come riportato dal capo dei vigili del fuoco locali, Kostantinous Theofilopoulos, durante un’intervista al canale televisivo ERT, il primo incendio si è manifestato durante la notte fra l’8 ed il 9 settembre, seguito a distanza ravvicinata da altri due roghi in differenti parti del campo. Un secondo incendio ha avuto luogo nella notte di mercoledì 10 settembre. Quando le fiamme sono state domate si è potuta accertare l’entità del danno: alcune tende si erano salvate ma la maggior parte di Moria era andata ormai distrutta.

Le dinamiche che hanno causato i diversi roghi risultano ancora poco chiare. Secondo il Ministro greco dell’Immigrazione Notis Mitarachi, l’incendio sarebbe scoppiato a causa della ribellione di un gruppo di rifugiati ai quali era stata imposta la quarantena. Nei giorni precedenti, infatti, circa 35 persone erano risultate positive al COVID-19 e messe in isolamento con le loro rispettive famiglie. Questa ipotesi viene rafforzata dalle dichiarazioni rilasciate al canale televisivo ERT, dal deputato per la protezione civile Michalis Fratzeskos, il quale, vista l’assenza di migranti nelle tende andate a fuoco, afferma sia la colpevolezza di questi ultimi che la premeditazione dell’atto. Tuttavia, secondo quanto riportato da alcuni migranti al canale BBC Persian, gli incendi sarebbero divampati in seguito ad alcuni scontri fra forze Greche e migranti. Questi ultimi, dichiarano di aver visto dei “Greci di estrema destra” appiccare il fuoco tramite delle piccole bombole sparse per il campo, delle quali presentano anche prova fotografica.

Secondo successive ricostruzioni, la prima versione acquista consistenza. Vengono arrestati dalle autorità greche cinque migranti (tutti di origine afgana), con l’accusa di aver deliberatamente appiccato i roghi. Un sesto è ancora ricercato.

L’incendio, che ha quasi completamente distrutto il campo di Moria, ha costretto la maggior parte dei migranti e rifugiati a scappare per cercare riparo nelle città vicine, ma le strade sono state prontamente bloccate dalla polizia. Alcuni migranti, armati di ciò che era rimasto dei loro effetti personali, hanno cercato di raggiungere il porto di Mytilene, ma lo hanno trovato circondato da un cordone di agenti.

A più di una settimana dagli incendi, i quasi 13,000 abitanti del campo sono ancora sparpagliati per le strade e nei campi d’ulivo circostanti. Il governo greco, in collaborazione con l’UNHCR, è impegnato nella costruzione di un nuovo campo temporaneo. Tuttavia, i migranti ed i rifugiati sono restii nel voler tornare alle pericolose e disumane condizioni a cui erano soggetti in precedenza e rivendicano i loro diritti partecipando a proteste che, dal giorno dell’incendio, hanno luogo giornalmente. Molti manifestanti invocano l’aiuto da parte della Germania, la quale fin dalla crisi migratoria del 2015, è divenuta destinazione comune di molti migranti che arrivano in Grecia dalle coste Turche. Anche i residenti dell’isola si dimostrano contrari alla costruzione di nuove tende, bloccando le strade ed ostacolando il passaggio agli enti di beneficenza, così da limitare la consegna degli aiuti.

Questo disastro evidenzia i problemi cronici di cui soffriva il campo di Moria sin dalla sua creazione, nel 2015. La situazione si era aggravata nel 2016 quando venne stipulato l’accordo fra Unione Europea e Turchia, il quale prevedeva che le persone arrivate sulle isole greche venissero collocate nel campo, senza possibilità di lasciarlo, in attesa che la domanda d’asilo venisse processata e accettata, un procedimento burocratico lunghissimo. In caso di rigetto della domanda, l’accordo stabiliva il ritorno in Turchia. Concepito inizialmente per contenere 3.000 persone, il campo di Moria era arrivato ad accoglierne il quadruplo.

L’incapacità dell’Unione Europea nell’ elaborazione di un progetto comune per il ricollocamento dei migranti su suolo europeo e la chiusura di alcuni stati membri a diverse proposte, hanno fatto in modo che le condizioni dei migranti nel campo diventassero sempre più squallide e che si arrivasse ad un punto di non ritorno. Come afferma il coordinatore del progetto Lesbos di Medici Senza Frontiere Marco Sandrone, l’evento non desta particolare stupore perché, date le “condizioni disumane” a cui erano soggetti gli abitanti del campo, era solo questione di tempo prima che accadesse qualcosa.

Alla luce di questo disastro umanitario, dieci nazioni europee hanno deciso di dare asilo a 400 minori non accompagnati. Tuttavia, la Germania compie un ulteriore gesto di solidarietà e, come annunciato dal vicecancelliere Olaf Scholz, comunica la decisione di accogliere 1.553 migranti provenienti sia dall’isola di Lesbo che da altre 4 isole greche.

Il capo della protezione civile greca Michalis Chrysochoidis, dichiara al “The Guardian” il progetto di svuotare l’isola di Lesbo entro Pasqua ricollocando i migranti sulla terraferma. Mentre l’UE annuncia la costruzione sull’isola di una struttura moderna e dalle dimensioni molto più ridotte, per accogliere coloro che giungeranno sulle coste greche nei mesi a venire.

Un bagliore di speranza in un inferno a cielo aperto, che sia davvero l’inizio di un cambiamento o un’altra fragile illusione?

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