Le elezioni in Spagna: frammentazione, minore instabilità e alcune osservazioni

Le elezioni spagnole di domenica ci hanno riconsegnato un parlamento frammentato, un quadro politico instabile e difficili prospettive per la formazione di un governo. Indette a sei mesi dalle ultime che avevano portato a uno stallo tale da non consentire la formazione di governo, queste ultime consultazioni tuttavia consegnano un quadro sostanzialmente diverso, soprattutto se non ci si ferma al dato numerico e si guarda alle dinamiche nate e che probabilmente nasceranno tra i vari attori politici.

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Per prima cosa, bisogna dire che queste elezioni hanno avuto un vincitore: Mariano Rajoy. Per quanto il suo partito, il PPE, non sia riuscito a raggiungere il numero di seggi necessario per la formazione di un governo monocolore (la maggioranza necessaria è pari a 175 seggi; il PP ne ha ottenuti 137, 14 in più rispetto alle scorse consultazioni), Rajoy è riuscito ad aumentare i consensi del suo partito. Con queste percentuali di voti e seggi, il leader dei popolari è riuscito a raggiungere due obiettivi: rimanere il playmaker della politica spagnola, con cui dovrà fare i conti una qualsiasi coalizione di governo; rimanere a capo di un partito che, in alcune sue parti, aveva cominciato a mostrare dei mal di pancia nei confronti del leader.

Secondo: stavolta abbiamo avuto uno sconfitto, cioè Pablo Iglesias. Podemos, infatti, non è riuscito a sfondare, rimanendo sostanzialmente sulle stesse percentuali delle precedenti consultazioni (21,1% dei voti) e sullo stesso numero di seggi (71 seggi), nonostante questa volta si fosse presentato con la lista Unidos Podemos, alleato con Izquierda Unida. Non è riuscito, soprattutto, ad effettuare l’annunciato sorpasso a danno dei socialisti, il Psoe, che infatti hanno retto (22,7% dei voti validi), perdendo pochi seggi (85, 5 in meno delle scorse elezioni) e rimanendo il secondo partito più votato e principale soggetto utile alla formazione di un governo di larghe intese, una eventualità piuttosto inedita per la democrazia spagnola. Tutto questo, comunque, non è andato a vantaggio della quarta forza degna di nota del panorama spagnolo, i liberali-centristi di Ciudadanos, che sono riusciti a rimanere quarti con una percentuale pari al 13,1%, ottenendo 32 seggi e perdendone così 8 rispetto alla tornata elettorale precedente. Questo ha reso il partito guidato da Albert Rivera, a livello parlamentare, un soggetto periferico rispetto alle manovre per la formazione del governo e non solo: C’s non ha i numeri per poter essere determinante per la formazione di (o per opporsi a) una coalizione di governo. Per fare due esempi, Ciudadanos non potrebbe garantire i numeri per un governo a due con il partito popolare e, dall’altra parte, nel caso i popolari si accordassero i socialisti, la sua partecipazione al governo sarebbe superflua.

Per tirare le somme, Rajoy sarà di nuovo il giocatore principale del quadro politico spagnolo: è quasi impossibile ipotizzare soluzioni che non prevedano il Ppe al governo e le scelte degli altri partiti saranno inevitabilmente influenzate dalle scelte dei popolari. I socialisti riescono a rimanere a galla, Podemos subisce una prima battuta di arresto e Ciudadanos perde gran parte del suo potenziale parlamentare.

Qualcuno ha tentato di offrire una spiegazione, un “perché”, di questo risultato, ma bisogna essere molto cauti poiché alcune dinamiche sono meno ovvie di quanto i dati possono mostrare ad oggi. In particolare molti si sono esercitati a offrire spiegazioni fondate sull’effetto che il referendum inglese sulla “Brexit” avrebbe potuto avere sulle elezioni spagnole. Ma l’effetto provocato dal voto che ha sancito l’intenzione del popolo britannico di uscire dall’UE non pare così determinante, o almeno ad oggi i dati non consentono molte valutazioni in merito. Di certo non ha favorito o sfavorito i partiti sulla base della frattura europeisti-antieuropeisti: il Ppe e il Psoe (europeisti) resistono, ma C’s (europeista) perde, mentre allo stesso tempo Podemos (anti-europeista) non riesce a crescere, ma non subisce una battuta di arresto così importante. Per cui, è lecito pensare che il referendum inglese si sia sentito in Spagna, ma in che modo e in quale direzione è tutto da verificare. Solo altri dati, che probabilmente vedremo fra qualche mese, consentiranno di spiegare queste elezioni, che ci consegnano in realtà un quadro instabile, in stallo, ma parzialmente meno ingovernabile di sei mesi fa.

Sarà decisivo, infine, valutare un altro dato di queste consultazioni, cioè l’astensione. Capire, soprattutto, se questa ha avuto degli effetti su alcuni o tutti i partiti, se è stata distribuita equamente tra le forze in campo, o se ha favorito/sfavorito alcuni più di altri. Bisognerà, insomma, analizzare se anche in Spagna sta divenendo decisiva una dinamica che per anni è stato il “motore” della Seconda Repubblica, ovvero il cosiddetto “astensionismo asimmetrico”. Se così fosse, la Spagna potrebbe essere entrata in una fase molto complicata e di difficile soluzione. Nel frattempo non si potrà fare altro che assistere alle mosse dei vari attori in questi primi mesi.