0,00€

Nessun prodotto nel carrello.

0,00€

Nessun prodotto nel carrello.

TematicheMedio Oriente e Nord AfricaStatus quo o cambiamento? Le Elezioni Municipali in Turchia

Status quo o cambiamento? Le Elezioni Municipali in Turchia

-

Le elezioni presidenziali in Turchia del maggio 2023 hanno visto la riconferma di Recep Tayyip Erdoğan e del suo partito AKP (Partito di Giustizia e Sviluppo) per un ulteriore mandato. Nonostante le speranze coltivate dall’opposizione e il calo dei consensi per il Presidente, la coalizione da lui guidata ha dimostrato ancora una volta, dopo vent’anni, di saper elaborare strategie politiche vincenti a livello nazionale.

Il prossimo 31 marzo, però, gli elettori saranno chiamati ad esprimersi e a votare per le elezioni municipali. Per capire l’importanza e la risonanza di questo evento basti pensare che la sola Istanbul (16 milioni di abitanti) conta una popolazione superiore dei Paesi europei. Inoltre, seppur la Turchia sia un regime fortemente centralizzato, grazie alle riforme volute dallo stesso AKP, le grandi municipalità godono ora di ampi spazi di manovra ed enormi risorse a disposizione. A differenza di come avviene ad esempio in Italia, il fatto che tutto il Paese e tutte le municipalità siano contemporaneamente chiamati al voto evidenzia la portata di queste elezioni.

La Posta in Gioco

Nonostante ciò, gli occhi sono tutti puntati su Ankara e Istanbul. In primis, per il valore simbolico della capitale politica e di quella economica, ulteriormente rinvigorito dal celebre mantra politico turco per cui “chi vince Istanbul, vince la Turchia”. Ironicamente, la valenza reale della posta in gioco è legata proprio al fatto che a guidare le principali città sia il CHP (Partito Repubblicano del Popolo) in seguito alla tormentata vittoria nella tornata del 2019.

Se per il partito di governo le elezioni rappresentano la possibilità di riprendere il saldo controllo del Paese, per l’opposizione si tratta invece di una questione di “sopravvivenza”. Non essendo riuscita a ripetere l’impresa politica di 5 anni prima, l’Alleanza della Nazione guidata dal CHP, che si era presentata con un fronte unito ed eterogeneo con l’intento di sconfiggere Erdoğan, si trova invece adesso in una situazione estremamente frammentata.

Le scorse elezioni presidenziali hanno messo in evidenza due dinamiche. Da un lato le contraddizioni e differenti visioni hanno portato allo sfaldamento del fronte di opposizione, da cui sono fuoriusciti il partito a maggioranza curda (ora divenuto DEM, Partito dell’Uguaglianza e della Democrazie dei Popoli) e l’Iyi Parti (Partito del Buon Governo) guidato da Meral Aksener.

Dall’altro, l’impatto della sconfitta ha dato vita ad un processo di ristrutturazione interna al CHP stesso. In seguito alle forti critiche inerenti l’ultima di una lunga serie di sconfitte, il longevo leader Kemal Kılıçdaroğlu è stato esautorato da una nuova e più giovane fazione del partito guidata da Özgür Özel, che è diventato il nuovo segretario. All’interno di quest’ala, che si professa “riformatrice”, figura di spicco è l’attuale sindaco di Istanbul, Ekrem İmamoğlu che proverà ad affermarsi per un secondo mandato.

A fronteggiarlo ci sarà Murat Kurum, il candidato della coalizione guidata dell’AKP e sostenuta dagli ultranazionalisti del MHP (Partito del Movimento Nazionalista). Alcuni vedono la scelta come strategica in quanto, già ministro dell’edilizia dal 2018 al 2023 ed uomo fidato del Presidente, Kurum rappresenta l’uomo ideale per far fronte ad una delle problematiche più pressanti per i centri urbani turchi: la sicurezza abitativa e un piano per fronteggiare calamità naturali come soprattutto il terremoto che ha colpito la Turchia il 6 febbraio 2023. Altri vedono invece la designazione di un candidato considerato poco carismatico funzionale a Erdoğan per personalizzare le elezioni ad Istanbul, pronto a prendersene i meriti in caso di vittoria o scaricare il suo candidato in caso di sconfitta.

Al di là dei tradizionali grandi proclami e degli affollati comizi in un’agguerrita campagna elettorale, tutti gli schieramenti in campo si trovano a dover fornire risposte ai problemi reali del Paese. A tenere banco, tanto nel dibattito quanto nella vita quotidiana, è la situazione economica disastrosa. Un’inflazione dichiarata che supera il 60%, un’inarrestabile svalutazione della lira e un costante aumento dei prezzi hanno inasprito i divari sociali, ridotto il potere d’acquisto delle classi medie lavoratrici e messo in grande difficoltà le piccole-medie imprese. Altra grande tematica è la gestione dei centri urbani relativamente alla riqualificazione edilizia, all’efficienza delle infrastrutture pubbliche e alla riduzione dei risvolti negativi dell’urbanizzazione (traffico, inquinamento, sovraffollamento).

Elezioni Polarizzate

Non per ultimo, in un contesto sempre più polarizzato dal punto di vista socio-politico, le questioni identitarie giocano un ruolo rilevante. Come notato da molti, nel corso degli anni i principali attori politici non sono riusciti a far avanzare le loro posizioni e hanno adottato retoriche identitarie  piuttosto che confrontarsi con la realtà sociologica. Osservando il comportamento di voto delle recenti elezioni, è evidente che, sebbene l’elettorato turco si collochi su uno spettro ideologico ampio rappresentato approssimativamente dai conservatori,  secolaristi, turchi e i curdi, queste distinzioni siano più sfumate che nette.

Se i grandi partiti hanno in parte perso la loro credibilità tra gli elettori, nuove formazioni sono emerse, seppur con diversi gradi di successo. Pertanto, elemento di sfida comune per entrambi i maggiori partiti è dettato dalla variabile dei partiti minoritari. L’AKP deve guardarsi le spalle soprattutto dal Yeniden Refah Partisi (Nuovo partito della prosperità), una composizione considerata figlia della medesima tradizione politico-ideologica dell’AKP. A differenza del suo sostegno alle scorse elezioni presidenziali, ha nominato un proprio candidato per questa tornata. Il suo slogan per “un ordine giusto” mira a catturare i cosiddetti voti di protesta di coloro che sono insoddisfatti delle scarse “prestazioni e della decadenza morale” del partito di Erdoğan. Un’insidia simile viene dallo Zafer Partisi (il Partito della Vittoria), la cui retorica nazionalista e anti-immigrazione potrebbe sottrarre voti all’area della destra conservatrice.

Contemporaneamente, sia il CHP che l’AKP devono confrontarsi con una possibile perdita di voti proveniente dal DEVA (Partito della Democrazia e del Progresso) e del Gelecek Partisi (Partito del Futuro), fondati da ex figure di spicco dell’AKP e recentemente fuoriusciti anche dalla coalizione a guida CHP per le scorse elezioni presidenziali. Se gli elettori di questi partiti liberal-conservatori decideranno di appoggiare l’uno o l’altro candidato resta un fattore difficile da decifrare, ma che in un partita elettorale che si giocherà con ogni probabilità sul filo del rasoio potrebbe risultare determinante.

Allo stesso modo, come anticipato, anche il CHP non può questa volta contare su alcuni partiti chiave nelle ultime tornate elettorali. Se il fuoriuscito İyi Parti sembra esso stesso alla prese con una battaglia per la propria sopravvivenza politica, il partito di sinistra filo-curdo DEM sarà certamente l’ago della bilancia per il risultato finale. In primo primo luogo perché il partito rappresenta attualmente la terza forza in parlamento. In secondo luogo, perché il “voto curdo” è tradizionalmente definito come “swing vote”. Inizialmente, la possibile nomina di Başak Demirtaş – moglie del leader curdo Selahattin Demirtaş in carcere dal 2016 – come candidata per Istanbul aveva generato forte entusiasmo e la prospettiva di un aumento dei voti per il partito. Ciononostante, il risultato opposto potrebbe essere determinato da altri fattori, quali la scelta finale per una candidata meno carismatica come Meral Danış Beştaş, le fratture interne al partito riguardo “un ritorno alla causa curda” e le accuse da parte del CHP di negoziati sottobanco con l’AKP. Se certamente tali dinamiche impattano meno nelle aree a maggioranza curda, a Istanbul e nelle grandi città potrebbero invece far propendere i simpatizzanti più recenti del partito a propendere per una scelta più sicura per i candidati del CHP.

Queste dinamiche imprevedibili hanno portato l’AKP e il CHP ad elaborare strategie diverse. Coerentemente con la sua storia, la retorica populista e nativista dell’AKP emerge nei proclami di Murat Kurum e di Erdoğan secondo cui una vittoria del loro partito rappresenterebbe una vittoria per “gli oppressi”, non solo in Turchia ma anche in contesti come quello di Gaza.

Giocare in questo campo è invece più spinoso per il CHP che si trova a dover convincere una pluralità di elettori. Se da un lato il partito cerca di ricalcare la strategia vincente del 2019, insistendo molto su social media e giovani, d’altra parte si trova però costretto ad adattare la propria retorica per abbracciare uno spettro che spazia dai conservatori ai curdi senza voltare le spalle allo zoccolo duro repubblicano e kemalista.

Altro importante fattore da considerare riguarda l’assetto politico-istituzionale e l’atmosfera generale all’interno della quale si gioca la partita. Se da un lato il CHP ha dalla sua parte il fatto di poter contare su cinque anni di governo della municipalità di Istanbul, dall’altra è necessario ricordare come gli spazi di competizione elettorale in Turchia nell’ultimo decennio si siano notevolmente ristretti. Lo spazio che viene lasciato all’opposizione soprattutto in televisione e nei tradizionali mezzi di comunicazione è sempre più ridotto a causa della monopolizzazione da parte del partito di governo. Nonostante il Paese sia diventato sempre più autoritario e con una forte centralizzazione dei poteri, la presenza di una campagna elettorale molto partecipata e accesa, fa capire come rimanga comunque una parvenza di pluralità e di confronto politico, tanto a livello partitico quanto a livello popolare. L’attivismo della società civile e l’alta affluenza alle urne in Turchia dimostrano i tratti di una “resilienza democratica”.

Possibili Scenari

Queste saranno le ultime elezioni della mia vita”. Queste ultime dichiarazioni da parte di Erdoğan segnalano anche quanto il far breccia sull’aspetto emotivo giochi un ruolo di rilievo in un contesto altamente polarizzato come quello turco. Seppure il Presidente non sia nuovo a tali proclami, l’eventualità di una sua uscita di scena aprirebbe ad una serie di possibili scenari post-elettorali. Una vittoria dell’AKP non farebbe altro che confermare i capisaldi su cui Erdoğan ha costruito la propria carriera e mantenuto saldamente il potere. Ovvero, il rinnovamento della sua concezione di democrazia maggioritaria che si autoalimenta grazie proprio a  campagne elettorali volte a riaffermare il suo consenso politico e di “uomo che continua a vincere sugli altri”. In un contesto caratterizzato da incertezze interne e cambiamenti geopolitici, un successo della compagine di governo andrebbe certamente a rinvigorire le strategie di sopravvivenza del regime mediante il tradizionale equilibrio tra sicurezza (nel dilemma libertà-sicurezza) e benessere (nel dilemma democrazia-benessere).

Al contrario, l’affermarsi dell’opposizione, soprattutto ad Istanbul, dimostrerebbe la possibilità di sconfiggere Erdoğan ai seggi senza strategie di compromesso con coalizioni eterogenee. Inoltre, in linea con il desiderio degli elettori per “una ventata di aria fresca”, confermerebbe come il processo di ristrutturazione partitica del CHP sia stato recepito positivamente.

Questo permetterebbe anche al partito di elaborare una strategia più ampia e preparare il terreno per una candidatura ancor più strutturata alle elezioni presidenziali del 2028. In ultimo, ma sicuramente non meno importante, una potenziale vittoria di Imamoğlu lo porterebbe ad essere l’unico politico che negli ultimi vent’anni è riuscito a sconfiggere, seppur a livello locale, Erdoğan ai seggi.

In generale, emerge quindi chiaramente come la portata politica e simbolica di queste elezioni municipali vada al di là della mera scelta dei rappresentanti a livello locale. Piuttosto, guardando tanto alla battaglia mediatica, alla campagna elettorale agguerrita e al confronto politico quotidiano anche a livello popolare, l’appuntamento del 31 marzo sembra aver assunto i contorni di un referendum non solo tra i due politici più in vista del momento –  Erdoğan ed Imamoğlu – ma anche quelli più ampi di una scelta per il futuro politico del Paese.

Il tutto, con un riverbero sulle complesse dinamiche socio-politiche, sui numerosi problemi da risolvere internamente e sulla futura direzione della Turchia.

Samuele C.A. Abrami, Riccardo Gasco

Articoli Correlati

L’inatteso vincitore della guerra ucraina: la Turchia di Erdoğan

Nel bilanciamento degli interessi contrapposti di una guerra geograficamente limitrofa e strategicamente sconveniente, la Turchia di Erdoğan si è...

I BRICS e il controllo degli stretti: una possibile spiegazione dell’allargamento

Il primo gennaio 2024 il gruppo BRICS si è allargato ad Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi...

Il modello controverso dell’accordo UE -Turchia sui migranti 

Il Mediterraneo centrale rimane la principale rotta per i migranti che scelgono l’Unione europea come destinazione: provenienti soprattutto da...

Forza e fragilità del Mediterraneo

Mare dai molti nomi, corrispondenti alle diverse accezioni che di esso hanno ed hanno avuto i diversi aggregati umani...