Le elezioni israeliane: risultati e scenari

Il 23 marzo in Israele si sono tenute le elezioni legislative per il rinnovo della Knesset, il parlamento monocamerale nazionale. Si trattava delle quarte elezioni in meno di due anni, a conferma della cronica instabilità del sistema politico israeliano. Il 67,2 % degli aventi diritto si è recato alle urne (il dato più basso dal 2009). I risultati elettorali non hanno diradato completamente le incertezze, aumentando semmai la complessità dello stallo politico nel paese, in cui si tenterà di formare un governo che possa disinnescare l’ipotesi delle quinte elezioni consecutive.

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L’analisi del voto

Rispettando le previsioni, il Likud del Primo Ministro Netanyahu, ininterrottamente in carica dal 2009, si è aggiudicato la vittoria, ottenendo 30 seggi alla Knesset, corrispondenti al 24 % dei voti espressi. Il principale partito d’opposizione si conferma il centrista Yesh Atid, capeggiato da Yair Lapid – già leader dell’opposizione nella passata legislatura – con 17 seggi. Come si può notare, tra il primo e il secondo partito rimane un ampio distacco che ribadisce il ruolo di perno del Likud nel sistema politico israeliano. In totale, hanno superato la soglia di sbarramento ben 13 partiti, sui 38 che si erano presentati. Si tratta di uno dei parlamenti più frammentati della storia di Israele. In quattro occasioni – 1951, 1984, 1988, 1999 – si era arrivati al numero record di 15 formazioni politiche in parlamento. Nella scorsa legislatura ci si era fermati a 8.

I 13 partiti che siederanno alla Knesset sono i seguenti: Likud (30 seggi), Yesh Atid (17), Shas (9), Blue and White (8), Labour, Yamina, United Torah Judaism, Yisrael Beiteinu (7), Joint List, Religious Zionist party, Meretz, New Hope (6), Ra’am (4). Entrando nel merito delle formazioni politiche rappresentante, viene confermato il trend di uno spostamento a destra dell’asse politico israeliano. 72 seggi su 120 saranno ricoperti da parlamentari appartenenti a formazioni di destra: Likud, Shas, Yamina, United Torah Judaism, Yisrael Beiteinu, Religious Zionist Party, New Hope. Secondo le elaborazioni fornite dall’Israel Democracy Institute, inoltre, la 24esima Knesset avrà il secondo maggior tasso di frammentazione della storia israeliana: 8,53 a fronte dell’8,69 del 1999. Tale indicatore prende in considerazione sia il numero dei partiti rappresentanti che la distribuzione proporzionale dei seggi.

Tra le democrazie del mondo, Israele rappresenta il paese con la più elevata frequenza elettorale. Dal 1996, in media, lo Stato ebraico ha assistito a un’elezione ogni 2,3 anni. Per fare un confronto, l’Italia, ad esempio, conta una media di un’elezione ogni 4,4 anni. Nonostante l’elevata frequenza delle tornate elettorali, il ricambio della classe politica è solo apparente. Infatti, dei 120 parlamentari eletti nella tornata del 23 marzo, solo 20 sono “nuovi” membri della Knesset –parlamentari non eletti nella 23esima Knesset. Di questi 20 nuovi membri, cinque politici avevano comunque già ottenuto un seggio in legislature precedenti alla 23esima, figurando come “rientranti”. Dal punto di vista di genere, il parlamento sarà composto da 30 donne e 90 uomini, così come era accaduto nella precedente legislatura.

Fra outsider e aghi della bilancia

Dopo aver passato in rassegna i risultati delle elezioni di martedì scorso, concentriamoci ora su tre partiti che, ognuno in modo diverso, rappresentano dei casi particolari sia per la formazione di un nuovo governo e sia per evitare che si vada di nuovo alle urne per la quinta volta. Yamina, “verso destra” in ebraico, guidato da Naftali Bennet, ex Ministro della Difesa, è riuscito ad ottenere soltanto 7 seggi, circa la metà di quelli proiettati nei sondaggi preelettorali ma comunque abbastanza da rendere il partito l’ago della bilancia per la formazione della 24 esima Knesset, poiché assieme al partito arabo Ra’am, rappresenta l’unica formazione politica non ancora schierata in nessun blocco. L’appoggio di Yamina a uno dei due campi potrebbe quindi risultare decisivo, soprattutto nel caso dovesse sostenere la coalizione dell’attuale Primo Ministro. Da diversi punti di vista, non è sorprendente che Bennett possa trovarsi nel ruolo di ultimo decisore. Nonostante il suo tentativo di proporsi come uomo alternativo a Netanyahu e chiaramente di destra, il pragmatismo ha sempre trionfato all’interno di Yamina, facendolo effettivamente diventare la linea di giunzione tra la destra religiosa e il centro-destra, in modo da poter un giorno essere incluso in qualsiasi tipo di governo. A questo punto, Bennett potrebbe scegliere di unirsi a Netanyahu, suo grande ex-alleato fino al passaggio all’opposizione da parte di Yamina nel maggio 2020, consegnandogli di fatto una sfuggente maggioranza per un altro mandato, o cercare di trattare con il “blocco del cambiamento” guidato da Yesh Atid che vuole disarcionare l’attuale Primo Ministro. Fino a prima della chiusura della campagna elettorale, Bennet è stato attento a lasciarsi aperte entrambe le opzioni, affermando di voler fare solo “ciò che reputa il meglio per Israele”. Interessante è anche l’ingresso in parlamento del Religious Zionism Party, conosciuto in precedenza come Tukma e staccatosi da Yamina prima delle elezioni. Questo partito di ultradestra nazionalista è in realtà un conglomerato di tre partiti più piccoli: il Religious Zionism Party guidato da Bezalel Smotrich; Otzma Yehudit, di Itamar Ben-Gvir, dal carattere antiarabo e Kahanista (i seguaci del Rabbino ultranazionalista Meir Kahane); Noam, il cui leader è Avi Maoz, fondato nel 2019 per “liberare” Israele dalle influenze non ebraiche e “straniere”, fra cui la crescente accettazione degli stili di vita LGBTQ+. Prima della chiusura delle urne, questa formazione era considerata addirittura non in grado di superare la soglia di sbarramento ma lo scrutinio gli ha riconosciuto ben sei seggi, garantendogli la presenza nella prossima legislatura. L’inatteso risultato sembra essere stato causato specialmente da uno spostamento dei voti della porzione Haredim della società israeliana dallo storico partito ultraortodosso United Torah Judaism al Religious Zionism Party. Quest’ultimo ha portato avanti durante la campagna elettorale diverse strategie politiche che gli hanno permesso di attecchire fra gli Haredim, soprattutto il supporto per l’esenzione dalla leva per gli ultraortodossi e per la rilevanza affidata al rispetto della Torah. Il partito dovrebbe comunque essere strettamente legato al blocco pro-Netanyahu, soprattutto per motivi politico-ideologici, garantendo quindi all’attuale Primo Ministro un nuovo alleato, anche se bisognerà osservare come si comporterà durante le trattative politiche per la formazione del prossimo governo.

L’ultimo caso rilevante è anche l’ingresso nella Knesset di Ra’am, un partito di ispirazione islamista. Fino a queste elezioni, Ra’am ha concorso con le altre tre fazioni a maggioranza araba – Hadash, Balad e Ta’al – sotto la bandiera della Lista Comune (Joint List), ma all’inizio di quest’anno si è distaccato per alcuni aspri disaccordi riguardo a questioni religiose e culturali. Molti analisti politici avevano presagito l’impossibilità da parte di Ra’am di superare la soglia di sbarramento, anche a causa della bassa affluenza alle urne da parte della comunità araba, ma i risultati finali hanno assegnato al partito arabo quattro seggi. Fin dalla fondazione di Israele, il partito socialista Hadash – ora parte della Lista Comune – era stato il più grande partito arabo nella Knesset. I risultati delle ultime elezioni hanno invece consentito a Ra’am di raggiungere gli stessi seggi di Hadash, poiché quest’ultimo condivide sei seggi con Balad e Ta’al. Finora, il leader del partito, Mansour Abbas, si è astenuto dal rivelare chi raccomanderebbe al Presidente Rivlin per designare il prossimo Primo Ministro. Inoltre, ha affermato che non si è impegnato con nessuno dei possibili candidati premier, e che il suo principio guida sarà l’interesse della comunità araba, soprattutto il problema dell’aumento della criminalità nelle città israeliana a maggioranza araba. L’unica condizione posta da Abbas è stata quella di opporsi categoricamente ad entrare in qualsiasi governo che contempli anche il Partito Sionista Religioso, dal carattere esplicitamente antiarabo. Quindi, oltre Yamina, anche Ra’am si ritrova ad essere un importante attore politico da tenere in considerazione, nonostante abbia conseguito “solo” quattro seggi. Ma in un contesto elettorale così frammentato come quello della politica israeliana, anche un singolo seggio risulta decisivo.

Quale sarà il prossimo governo?

In base ai risultati degli scrutini elettorali, sembra ormai chiaro un nuovo stallo politico, dato che nessun candidato risulta avere un percorso chiaro verso la formazione di una coalizione stabile che possa garantire una maggioranza di 61 seggi. L’alternativa sarebbe una quinta elezione alla fine della prossima estate, un risultato che quasi tutte le forze politiche vorrebbero evitare. Una delle opzioni più probabili è quella di un nuovo governo di destra, appoggiato da numerosi partiti minori. Il Likud, il più grande partito con 30 seggi, si rifiuta di prendere parte a qualsiasi coalizione che non veda Benjamin Netanyahu come prossimo Primo Ministro. Durante la campagna elettorale, Netanyahu ha promesso agli elettori che, in caso di vittoria, avrebbe creato un “vero” governo di destra, il che significa che nessun partito di centro-sinistra sarebbe stato invitato ad entrare nella coalizione. Tuttavia, questa possibilità sembra di difficile realizzazione dato che le urne hanno consegnato al blocco che supporta l’attuale Primo Ministro soltanto 52 seggi, nove in meno di quelli necessari per avere una maggioranza. Questo ha comportato un abbassamento dei toni da parte di Netanyahu, il quale ha materialmente bisogno di allargare la sua coalizione per formare un nuovo governo. Questo cambiamento è confermato dal suo atteggiamento nei confronti di Ra’am, il partito islamista di Mansour Abbas. Mentre prima delle elezioni Netanyahu aveva aspramente criticato il partito arabo per aver votato contro gli accordi di normalizzazione tra Israele e gli Stati del Golfo, sabato scorso un parlamentare del Likud, Ayoub Kara, ha avuto dei lunghi colloqui con Abbas per parlare del possibile supporto di Ra’am al blocco pro-Netanyahu. Tuttavia, questa opzione appare difficile poiché i partiti ultraortodossi e religiosi, Shas, United Torah Judaism e Religious Zionism Party, che sostengono l’attuale Primo Ministro, difficilmente accetteranno l’idea di entrare in un governo con un partito islamista. Netanyahu sembra avere un problema simile con il partito Yamina di Naftali Bennett, che come specificato in precedenza, si trova ancora diviso su quale schieramento appoggiare. Dopo le elezioni, Bennett ha avuto una serie di colloqui telefonici con i leader di tutti i partiti, tranne Ra’am e la Lista Unica. Escludendo le due formazioni arabe, Bennett ha segnalato a Netanyahu che non prenderà parte a una coalizione con dentro anche Abbas. L’altra possibilità è quella di un governo formato dal blocco anti-Netanyahu, che ha ottenuto 57 seggi in totale. Il blocco è guidato dal partito di centro Yesh Atid, il cui leader Yair Lapid ha già iniziato ad incontrare gli altri capi di partito per trovare i numeri necessari alla maggioranza. Domenica scorsa, Lapid ha incontrato lo stesso Mansour Abbas, per negoziare i termini per un possibile storico ingresso in un governo a stampo centrista. Lapid dovrebbe anche incontrarsi con il leader del partito Blu e Bianco, Benny Gantz, per discutere una strategia per sostituire Netanyahu e formare un nuovo governo. Sono anche circolate diverse ipotesi riguardo la formazione di un possibile “governo di sanità nazionale” che comprenda Yesh Atid (17 seggi), Blu e Bianco (8), Yamina (7), Yisrael Beytenu (7), il partito Laburista (7), New Hope (6) e con il sostegno esterno dei partiti arabi (Ra’am e la Lista Unica, per un totale di 10 seggi) e Meretz (6) per una vasta coalizione di 68 seggi. Inoltre, sarebbe prevista la rotazione del posto di Primo Ministro fra Naftali Bennet e Yair Lapid. Ciononostante, appare davvero difficile la materializzazione di questo scenario, che richiederebbe il raggiungimento di un compromesso da parte di attori estremamente eterogenei.Sembra quindi chiaro che i risultati elettorali hanno lasciato entrambi i blocchi impossibilitati dal formare una chiara maggioranza. Il 31 marzo la Commissione elettorale centrale ha consegnato i risultati ufficiali al Presidente Reuven Rivlin, che nei prossimi giorni potrà dare il via alle consultazioni con i partiti prima di invitare uno di loro a formare un governo, il 7 aprile, dando il via a un processo che potrebbe durare anche due mesi. Ricordiamo anche che la Knesset incombente dovrebbe essere quella destinata a votare il nuovo Presidente d’Israele, dato che il mandato settennale di Rivlin è in scadenza. Attualmente, le prossime elezioni presidenziali sono previste per luglio, bisognerà quindi vedere se questo potrebbe spingere i partiti a formare un governo ed evitare che si vada di nuovo alle urne, ipotesi che comunque resta ancora aperta.