Le elezioni in Mongolia sono un segno dei tempi

A fine giugno si sono tenute le elezioni parlamentari nella oramai trentennale repubblica democratica, che sta vivendo un momento complicato stretta fra gli autoritarismi di Russia e Cina. La vasta e disabitata Terra dei Khan nasconde un tesoro di risorse minerarie, la cui estrazione rappresenta la quasi totalità del PIL nazionale. Negli ultimi anni, però, gli investimenti stranieri hanno iniziato a venir meno, soprattutto a causa del crollo dei prezzi delle materie prime, l’altissimo debito pubblico, e le insostenibili diatribe fra il governo (con aspirazioni protezionistiche) e i grandi investitori. Il paese si trova ora a scegliere una direzione politica, scoprendo che forse, in fin dei conti, non esiste alcuna possibilità di scelta.

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Lo scorso 8 luglio il Grande Khural di Stato, ovvero il parlamento mongolo, ha tenuto la prima sessione plenaria del nuovo governo. A un osservatore attento, l’aggettivo “nuovo” potrebbe apparire quantomeno ironico. Il Partito del Popolo (MPP) ha infatti confermato la supremazia della precedente legislatura, aggiudicandosi 65 seggi su 76, con solo 9 seggi riservati ai principali oppositori del Partito Democratico, e altri 2 a gruppi terzi. È la prima volta che uno dei due partiti maggioritari riesce a vincere le elezioni per due mandati consecutivi. Come nel precedente mandato, si rileva un curioso contrasto fra il parlamento monopolizzato dal MPP, e il presidente della repubblica espressione dello schieramento opposto, il Partito Democratico (fino al 2017 era stato Elbegdorj, oggi è Battulga).

Quello che noi consideriamo il tradizionale dualismo politico fra destra e sinistra, in Mongolia è irrilevante: il Partito del Popolo MPP, erede dei socialisti rivoluzionari, esprime in realtà forti posizioni nazionaliste, che trovano sostegno nelle campagne e fra le frange più nostalgiche dell’Unione Sovietica, di cui la Mongolia era una costola importante; il Partito Democratico, d’altra parte, rappresenta idee più liberali e riformiste, non disdegnando però derive autoritarie (scenario, questo, interessante e inusuale: vediamo infatti i cittadini della capitale e i giovani – che incarnano quindi l’ala più progressista – guardare alla guida dell’uomo forte più favorevolmente rispetto agli abitanti delle campagne, 42% contro 33%).

I mongoli hanno tenuto negli anni un atteggiamento complesso nei confronti di una democrazia duramente conquistata: nelle presidenziali del 2017, più del’8% dei votanti hanno consegnato scheda bianca, rispecchiando l’insoddisfazione verso i candidati dell’establishment; anche quest’anno, una grande varietà di candidati e pensatori hanno animato le elezioni, e la sfiducia verso la classe politica non accenna a diminuire (il 60% della popolazione non si sente rappresentata), che sia i per i recenti scandali legati alla corruzione, o per la disastrata situazione economica.

Spiegare la vittoria schiacciante del MPP, però, è possibile solo  considerando alcuni fattori chiave: la buona gestione dell’epidemia di COVID-19, che in Mongolia non ha mietuto neppure una vittima; il già menzionato nazionalismo rampante, specialmente nel campo degli investimenti (oltre l’80% della popolazione ritiene che le riserve minerarie del paese non debbano essere possedute da stranieri); il fatto che sia ancora in uso nelle elezioni parlamentari il sistema maggioritario a collegio plurinominale, storicamente sfavorevole per partiti minoritari e candidati donna (dei 76 seggi disponibili, infatti, 52 vengono assegnati tramite le giurisdizioni delle campagne e delle province minori, nonostante la metà della popolazione totale viva nella capitale Ulan Bator; nella capitale sono anche concentrati gli elettori progressisti e i “nuovi” candidati).

Nel contesto attuale si accavallano dunque le sensazioni del popolo e i meccanismi del sistema politico, arrivando a tratti a sovrapporsi, e altre volte a divergere terribilmente.

Alla festa nazionale del Naadam, tenutasi l’11 luglio, è intervenuto allora un presidente Battulga in una posizione tutt’altro che solida, come l’ago di una bilancia in equilibrio precario. Trovandosi sostanzialmente con le mani legate, davanti a un partito concorrente che domina il parlamento (ma con cui si trova in accordo su molte questioni), nel suo tradizionale discorso il presidente ha avuto parole premonitrici: “teniamo a mente che oggi creiamo la storia per la quale saremo giudicati in futuro […] Chi attraversa il varco dorato per entrare al servizio dello Stato Mongolo, dovrà lasciarsi alle spalle anche il minimo desiderio temporaneo o interesse personale. Se dimentichiamo questo, la legge dello stato, la fiducia della gente, e le generazioni passate e future non potranno mai perdonarci.”

Si stringe la morsa russo-cinese

Se c’è una cosa su cui tutte le forze politiche nella Terra dei Khan sembrano allinearsi, è la politica estera. Incastrata fra i “grandi fratelli” Mosca e Pechino, la Mongolia non può prescindere dal mantenere buone relazioni di vicinato con entrambi. Mosca sfama il 90% del bisogno energetico mongolo, e Pechino è primo investitore e primo importatore di prodotti mongoli (82% del totale). Non c’è modo di sfuggire a questa accoppiata, vista anche la posizione geografica della Mongolia e le sue carenze in termini infrastrutturali e finanziarie.

Ed ecco che si palesa tutta la fragilità degli schieramenti politici mongoli, che a discapito della demagogia non possono che allinearsi in modo unitario verso l’unica direzione possibile. Mentre Battulga promuove l’alleanza ideologica con la Russia, e il Partito del Popolo (teoricamente suo oppositore, con postura nazionalista) consolida questa stessa alleanza, non passa inosservata la visita del presidente in Cina – l’ultima prima della pandemia – e l’accettazione del governo mongolo della quasi totale dipendenza economica dagli umori di Pechino. La politica estera non è una scelta. La sempre minore richiesta cinese di materie prime ha contribuito ad affossare l’economia mongola negli ultimi anni; con il COVID-19, in particolare, nel primo semestre del 2020 le esportazioni totali sono calate del 40% su base annua. Nulla può la retorica nazionalista contro questo dato di fatto, quando l’economia del paese dipende dal settore minerario per circa il 90% – gran parte del quale direttamente o indirettamente in mano pubblica.

Si è spesso parlato della contesa russo-cinese per l’influenza sulla Mongolia.

Sul piano culturale, questa sfida ha un vincitore indiscusso: per quanto i mongoli possano essere dipendenti dal Dragone per ragioni commerciali e di buon vicinato, infatti, il loro cuore batte per Mosca soltanto. Oltre ai valori condivisi e alla storia recente, la Mongolia fa anche parte del più ampio progetto di coinvolgimento nella sfera d’influenza russa delle ex-repubbliche sovietiche dell’Asia centrale. Considerata di solito come politica “orientale”, questa strategia russa ad ampio respiro non può essere vista però solo in ottica anti-cinese, ma anche come offensiva verso altri attori internazionali che si contendono quell’antico crocevia dei popoli: in primis la Turchia, e in secondo luogo gli Stati Uniti, che hanno di recente dichiarato un partenariato strategico e l’intenzione di ratificare un third neighbor trade act con Ulan Bator.

Ad essere realistici, è improbabile che l’approccio di Washington possa mai avere un benché minimo effetto sulla Mongolia. I due principali sfidanti – Putin e Xi – infatti, sono perlomeno d’accordo su una cosa: in Asia centrale l’America non dovrà mai entrare. Su questo aspetto – e sulla politica estera bifronte della Mongolia – pesa anche l’apparente distensione dei rapporti fra Pechino e Mosca. Questo avvicinamento porterebbe non solo a un più stabile scenario energetico nell’Asia settentrionale, ma darebbe anche la possibilità alla Mongolia – in quanto alleata di entrambi i paesi – di perseguire una politica energetica proattiva. Non a caso, il grande progetto infrastrutturale russo Power of Siberia 2 dovrebbe coinvolgere sia la Cina che la Mongolia, con quest’ultima che non ne beneficerebbe solo come paese di transito per i gasdotti, ma anche in ottica strutturale: nel collaborare con questi due giganti, infatti, Ulan Bator potrebbe avvalersi dei migliori strumenti di ricerca per individuare ulteriori giacimenti di idrocarburi nel suo enorme territorio. Verrebbe altresì rimpolpato il monte investimenti  (seppur appannaggio dei soliti Russia e Cina, a scapito di europei e giapponesi), al momento in forte decrescita a causa del protezionismo governativo.

Con il 30% della popolazione in condizioni di povertà, un’economia agonizzante, e una popolazione sempre più consapevole della propria condizione (vedere le proteste in piazza del 2019), il governo mongolo non può non sottostare alle lusinghe di Russia e Cina, a prescindere da quale partito sieda nel Grande Khural di Stato. Eventuali risvolti geopolitici nelle relazioni con altri attori passano per il momento in secondo piano, cedendo il passo alla necessità impellente di ricostruire un sistema paese.

Da questa sottomissione indispensabile emerge però una scintilla di resilienza sul piano culturale. Pur avendo sempre rigettato ogni paragone con i vicini cinesi, i mongoli risentono ancora del loro passato sovietico, con influenze che svariano dal piano linguistico, a quello economico e politico. Tuttavia, negli ultimi anni la questione identitaria è emersa in modo violento, stimolata anche da una maggiore consapevolezza strategica: i casi vincenti di paesi che hanno implementato una postura “neutrale” fra grandi potenze (Corea del Sud, Thailandia, e molti altri, uno su tutti Singapore) non sono estranei al dibattito pubblico, dove si accarezza l’idea che una posizione intermedia possa in fin dei conti tramutarsi in un vantaggio, e non solo nella trappola senza scampo che sembra essere.


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L’entusiasmo che stimola il discorso politico è anche causa e conseguenza di un risorgimento culturale già in atto, equiparabile a quello visto in altri stati post-sovietici. Fino a pochi anni fa, i costumi e la musica tradizionale erano etichettati come retrogradi, in un complesso d’inferiorità alimentato anche dalla stessa élite mongola, di background formativo sempre e inevitabilmente russo o cinese. Oggi il presidente non esita a mostrarsi in abiti tradizionali, mentre celebra in diretta televisiva la festa del Naadam; oggi le altre comunità di etnia mongola sparse in giro per il mondo affermano con orgoglio la propria origine ancestrale e la propria affiliazione; oggi ogni evento sovietico è ufficialmente abolito, con le poche eccezioni delle ricorrenze belliche.

Quali fra queste tendenze riflettono cambiamenti reali, e quali sono solo elementi di facciata? L’autodeterminazione non porta necessariamente allo sviluppo, e un paese che non può scegliere la propria politica estera parte senz’altro con uno svantaggio importante. La situazione in Mongolia è ancora molto incerta.