Le elezioni georgiane e l’incognita abcaso-osseta

Il prossimo 31 ottobre i cittadini georgiani verranno chiamati alle urne per eleggere la nuova legislatura. Queste elezioni si prospettano come le più complesse degli ultimi anni per la politica georgiana. A contendersi la guida del paese due grandi partiti: il progressista “Sogno Georgiano” e il liberale “Movimento Nazionale Unito”, ma la vera sfida è riuscire a tenere Abcasia ed Ossezia del Sud ancora unite a Tbilisi.

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La crisi politica travolge Abcasia e Ossezia del Sud.

Come è noto, crisi politiche non coinvolgono solo gli Stati indipendenti riconosciuti dalla Comunità Internazionale, come la Georgia. Anzi, le realtà de facto indipendenti, come la Transnistria, l’Ossezia del Sud o l’Abcasia, sono maggiormente esposte a crisi istituzionali e guerre intestine che travolgono la loro politica interna ed estera e, in questo memorabile 2020, Sukhumi e Tskhinvali sono state travolte da quest’onda. Il 22 marzo scorso si sono tenute le nuove elezioni presidenziali, dopo che il tribunale di stato abcaso si era pronunciato contro la sospensione delle elezioni del settembre 2019, che avevano visto la vittoria di Raul Khajimba, leader del partito nazionalista “Forum per l’Unità Nazionale dell’Abcasia” (FNUA), giunto al suo secondo mandato e già viceministro e Primo ministro del paese. Ma in seguito alle violenze esplose ad inizio anno nella Repubblica secessionista, Khajimba si è dimesso dalla presidenza, invocando nuove elezioni. La tornata elettorale del 22 marzo ha visto la vittoria al I turno dell’indipendente Aslan Bzhania, leader del partito di opposizione, con il 56% delle preferenze.

Andando più a est, in Ossezia del Sud, la scia delle proteste e del malcontento verso la presidenza di Anatoliy Bibilov è sfociata, il 28 agosto scorso, in violenze, dopo che il cittadino Inal Jabiyev è stato ritrovato morto dopo un fermo da parte della polizia osseta. Sul cadavere erano presenti evidenti tracce di percosse. Questa vicenda ha suscitato sdegno tra l’esigua popolazione della Repubblica (quasi 30 mila abitanti) la quale è immediatamente scesa, tra le strade di Tskhinvali per protestare contro le violenze della polizia, la corruzione e l’operato del governo.

Bibilov, la cui presidenza iniziata nel 2017 è stata sempre accompagnata da forti critiche per la sua repressione alle opposizioni, e da scandali di corruzione, ha cercato di ristabilire l’ordine costringendo il governo Pukhayev alle dimissioni.

Le reazioni di Mosca e Tbilisi.

Ovviamente le reazioni di Tbilisi non si sono fatte attendere. Nel caso dell’Abcasia il governo Gakharia non ha riconosciuto le elezioni, così come avvenuto per tutte le altre tornate elettorali dal 1999, anno di indipendenza della Repubblica Abcasa. A dare man forte alle posizioni georgiane sono intervenute la Nato, l’Osce e l’Unione Europea che non riconoscono all’unanimità ne le avvenute elezioni né, tanto meno, l’Abcasia come stato indipendente, auspicando una duratura unità nazionale georgiana. Stessa cosa per quanto riguarda l’Ossezia del sud

Di tutt’altra posizione sono state invece le reazioni della Russia e dei 4 paesi (Venezuela, Nicaragua, Nauru e Siria) che riconoscono Sukhumi e Tskhinvali come capitali di stati indipendenti. Se da una parte il Cremlino si è congratulato con Bzhania per la vittoria alle presidenziali, augurandogli un quinquennio di prosperità economica, di stabilità interna e di “libertà nazionale”, dall’altra parte non ha ritenuto essenziale inviare rinforzi in Ossezia per ristabilire l’ordine. E’ bene ricordare infatti che la Russia ha sempre appoggiato sia il movimento secessionista abcaso, sia quello Osseto e, proprio Bibilov, è stato apertamente appoggiato nel 2017 da Putin il quale, a partire dall’agosto 2008, dopo la vittoria nella “Guerra dei cinque giorni” contro la Georgia, ha spinto per un immediato riconoscimento di Abcasia  e l’Ossezia del Sud come stati indipendenti, mantenendo però diversi contingenti militari a ridosso dei confini con la Georgia, con il compito di sorvegliare la sua stabilità.

La politica georgiana in Abcasia

Le tornate elettorali georgiane hanno sempre rappresentato per Sukhumi e Tskhinvali un grande interrogativo. Il rischio della recrudescenza di un nuovo conflitto regionale tra russi e georgiani è sempre dietro l’angolo. Un tentativo di conciliazione tra Abcasia e Georgia è stato portato avanti dalla Vicepresidente Irma Inashvili recandosi, lo scorso settembre, a Sukhumi portando in dono un’icona sacra. Il gesto ha suscitato i malumori del governo secessionista il quale ha letteralmente cacciato gli emissari georgiani.

La situazione dell’etnia georgiana in Abcasia e Ossezia del Sud è una delle più difficili. I massacri di massa e la pulizia etnica attuata negli anni ’90 ai danni della popolazione georgiana in Abcasia e nel 2008 in Ossezia, hanno portato ad un totale di 30 mila morti accertati e centinaia di migliaia di rifugiati georgiani. Ad oggi, la minoranza georgiana in Ossezia e Abcasia non ha diritto di voto, mentre in alcuni distretti come quello di Gali, a sud della repubblica, essi sono stati cancellati dall’elenco elettorale.


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L’incognita per il futuro politico della Georgia rimane, agli occhi abcasi, un argomento di interesse vitale, specie se – come suggeriscono i sondaggi – la vittoria è proiettata nelle mani di “Sogno Georgiano”, il cui leitmotiv politico è quello di un maggiore avvicinamento all’area di influenza unionista europea e atlantista, a discapito dei rapporti col vicino Putin e, nel Caucaso in fiamme, a Tbilisi si giocherà il “tutto per tutto”.

Emanuele Pipitone
Geopolitica.info