Le dimissioni di Thaci e il tribunale speciale per il Kosovo

Hashim Thaci, presidente del Kosovo si è dimesso il 4 novembre dopo che il tribunale speciale del Kosovo ha formalizzato le accuse nei suoi confronti per i crimini di guerra avvenuti tra il 1998 e il 2000, quando era a capo dell’UCK. Tali crimini rientrano nella guerra che ha determinato l’indipendenza del Kosovo dalla Serbia. Nel conflitto sono morte più di 10.000 persone, di cui la maggior parte di etnia albanese. I combattimenti si sono conclusi dopo 78 giorni grazie anche al supporto aereo della NATO, che ha costretto le truppe serbe a ritirarsi.

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Il tribunale e le accuse di crimini di guerra

Le Camere speciali del Kosovo sono state istituite presso il tribunale internazionale dell’Aja per crimini di guerra e contro l’umanità. Sebbene la corte sia parte integrante del sistema giudiziario del Kosovo, essa ha sede nei Paesi Bassi e impiega personale e giudici internazionali. Il tribunale, finanziato dall’UE e con un procuratore capo americano, è stato istituito nel 2016 per giudicare i crimini commessi durante e subito dopo (tra il 1998 e il 2000) il conflitto del Kosovo, molti dei quali sono stati documentati anche in un rapporto del Consiglio d’Europa del 2010. Inoltre, queste camere speciali sono state fortemente volute dagli Stati Uniti e dagli altri alleati occidentali del Kosovo con l’obiettivo di proteggere i testimoni dei crimini e vigilare sul corretto svolgimento di processi. Il principale timore degli alleati consisteva nell’incapacità dei giudici kosovari di poter processare in maniera oggettiva e super partes gli ex-membri dell’ Esercito di liberazione del Kosovo(UCK). Per questo motivo, tale tribunale internazionale non è ben visto da parte della popolazione albanese del Kosovo, che lo percepisce come un tentativo di rivalutazione storica dei fatti che hanno portato all’indipendenza del paese da parte della comunità internazionale. Questo sentimento che si oppone a qualsiasi ingerenza da parti terze è riassunto nelle parole del primo ministro kosovaro Avdullah Hoti dove afferma che l’UCK abbia combattuto per la libertà del Kosovo e che nessuno possa giudicare la loro lotta.

Per quanto riguarda il caso di Thaci, la Procura Speciale del Kosovo ha annunciato nel giugno 2020 che intendeva accusare il presidente in carica ed altri leader politici, di una serie di crimini di guerra e contro l’umanità, tra cui l’omicidio, la sparizione di persone, la persecuzione e la tortura. “L’accusa sostiene che Hashim Thaci, Kadri Veseli e gli altri sospettati sono penalmente responsabili di quasi 100 omicidi. I crimini denunciati nell’atto d’accusa coinvolgono centinaia di vittime note di albanesi del Kosovo, serbi, rom e di altre etnie e comprendono anche oppositori politici”.

Who’s who: Thaci e gli altri accusati

Gli accusati erano i leader politici del cosiddetto Esercito di liberazione del Kosovo. Questo gruppo paramilitare di guerriglieri definito dall’accusa come “impresa criminale congiunta” era diventato operativo durante la guerra del 1998-99. L’UCK mirava a liberare il Kosovo dalla presenza serba e a prenderne il comando attraverso atti di intimidazione, violenze ed omicidi nei confronti degli avversari politici. Sempre negli atti d’accusa si individua nei centri di detenzione dell’UCK in Kosovo e in Albania la sede dove venivano compiuti i soprusi verso i simpatizzanti della causa serba o i sostenitori delle forze militari della ormai ex Repubblica Federale di Jugoslavia.

Assieme a Hashim Thaci sono stati accusati anche Kadri Veseli (parlamentare del Partito Democratico del Kosovo, PDK), Rexhep Selimi (ex direttore delle operazioni dello Stato Maggiore dell’UCK, nonché attuale capogruppo parlamentare del Movimento Vetevendosje) e Jakup Krasniqi (ex portavoce dell’UCK). Tutti gli imputati si sono dichiarati non colpevoli nelle udienze preliminari tra lunedì 9 e mercoledì 11 novembre presso le camere del tribunale. L’ex presidente dopo aver appreso la notizia delle accuse ha deciso giovedì 4 novembre di convocare una conferenza stampa nella capitale del paese, Pristina, dove ha giustificato le sue dimissioni dalla carica dichiarando che non si sarebbe presentato come presidente del Kosovo davanti ad un tribunale per i crimini di guerra. Da un punto di vista burocratico, le dimissioni sono legittime e il ruolo di presidente ad interim è stato affidato alla presidente dell’Assemblea del Kosovo Vjosa Osmani e resterà in carica fino a quando il parlamento non eleggerà un nuovo capo di Stato. Thaci e Selimi in particolare hanno ribadito più volte la loro innocenza e hanno sottolineato come si siano sottoposti volontariamente al giudizio della corte al fine di “stabilire giustizia e verità per tutti”.

Le criticità del processo

Secondo Lotte Leicht, direttrice di Human Rights Watch per l’area Europa, molte delle vittime albanesi, serbe e rom dei crimini per cui sono stati formulati i capi d’accusa, in realtà sarebbero scomparse dopo il termine della guerra, con la conseguenza di non essere direttamente collegate alle azioni di Thaci e degli altri imputati.

Tale discrepanza nella giurisdizione è rintracciabile nel “doppio standard” della corte che presiede il processo: molti di questi crimini, infatti, non erano stati giudicati dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia. Questo perché il lasso di tempo coperto dal tribunale considerava i crimini commessi tra l’inizio delle ostilità (marzo 1998) e la fine della guerra (giugno 1999), mentre il tribunale speciale del Kosovo ha esteso la possibilità di giudizio per crimini compiuti entro il 31 dicembre 2000.

Inoltre, sempre secondo Leicht, d’ora in avanti sono necessari tre passaggi fondamentali affinché il processo si compia in maniera oggettiva e giunga ad un giudizio imparziale.

In primo luogo, il tribunale, l’UE e gli altri sostenitori devono continuare ad assicurare una solida protezione dei testimoni, la cui mancanza ha impedito che si formulassero accuse contro gli altri ex leader dell’UCK.

In secondo luogo, l’accusa e il tribunale devono garantire a questi e a tutti gli altri futuri imputati un processo equo e imparziale con tutti i diritti processuali dovuti.

In terzo luogo, i governi degli Stati Uniti e dell’Unione Europea dovrebbero utilizzare questo processo per promuovere la giustizia in Serbia, al fine di condannare coloro che si sono resi partecipi dei crimini e degli abusi commessi in Kosovo e nell’ex Jugoslavia.

La maggior parte dei crimini di guerra in Kosovo sono stati compiuti dalle milizie serbe. Tuttavia, la volontà del governo di Belgrado di perseguire i criminali di guerra è stata pressoché nulla (si veda il caso di Milosevic) e i procedimenti giudiziari sono molto rallentati dalla politica interna, restia a consegnare i propri “eroi di guerra”.


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Se da una parte, la disponibilità del Kosovo di collaborare con il tribunale speciale è indicativa di un’apertura nei confronti del rispetto dello stato di diritto e della storia recente, dall’altra è necessario aspettare l’esito del processo per stabilire come e in quale misura un’eventuale condanna venga accettata in patria. Inoltre, da un punto di vista strategico, le dimissioni del presidente Thaci possono servire anche come monito alla vicina Serbia, affinché si presti a sottoporre i propri criminali di guerra ad una corte internazionale.