Le dimissioni di Medvedev: tra riforme e stabilita’

Le inaspettate dimissioni di Dmitrij Medvedev, annunciate nel pomeriggio del 15 gennaio, hanno riacceso le luci su quanto sta avvenendo a Mosca dove, all’ombra dei tentativi di negoziare una tregua in Libia, sembra lentamente prendere piede la prospettiva di un lento, ma necessario, cambiamento al vertice dello Stato russo.

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L’annuncio del Primo Ministro russo è giunto inaspettato agli occhi di gran parte degli osservatori internazionali, sorprendendo per le tempistiche con cui il Premier uscente ha comunicato le proprie dimissioni e quelle dell’intero Governo. La scelta operata da Medvedev ha fatto seguito al discorso alla nazione di Vladimir Putin, durante il quale il Presidente russo ha annunciato l’avvio di un vasto programma di riforme costituzionali volte a ridefinire il ruolo i poteri delle principali istituzioni dello Stato. Di fronte all’Assemblea Federale, dopo aver ribadito il ruolo di grande potenza militare della Russia, sottolineato la necessità di far fronte al problema demografico del paese e ribadito la necessità di consolidare le radici profonde dell’unità della nazione per guardare al futuro, Putin ha affermato alla necessità di ridisegnare alcuni elementi del sistema istituzionale russo riferendosi, principalmente, ai due attori fondamentali della Federazione: la Presidenza e la Duma.

Con riferimento al futuro ruolo del Presidente della Federazione ha sostenuto la necessità di mantenere il carattere presidenziale della Repubblica russa, pur aprendo alla possibilità di condividere alcuni poteri con le altre istituzioni e di limitare a due il numero massimo di mandati che il Presidente potrà ricoprire. Rispetto alla Duma, ha asserito la necessità di una maggiore condivisione delle responsabilità di governo con il potere legislativo, per il quale ha proposto un rafforzamento del meccanismo fiduciario, nei fatti attualmente inesistente, che leghi la Camera Bassa del Parlamento al Governo, il quale, secondo la proposta avanzata da Vladimir Putin, dovrebbe essere formato sulla base di un’ampia intesa tra il Premier e la Duma, alla quale dovrebbe spettare il potere di nominare il Primo Ministro, i Viceministri e i Ministri del Governo. Contestualmente sono state annunciate una serie di proposte volte alla ristrutturazione di alcuni meccanismi di nomina dei vertici delle agenzie federali e di alcuni organi regionali, coinvolgendo maggiormente il Consiglio Federale, la Camera Alta del Parlamento, al fine così di cedere alcuni poteri dalla Presidenza all’Assemblea Federale.

L’annuncio di tali riforme ha avuto come primario effetto quello di portare il Governo presieduto da Dmitrij Medvedev alle dimissioni, rese pubbliche poche ore dopo il discorso di Vladimir Putin. Secondo quanto affermato dallo stesso Medvedev, la necessità di sostenere adeguatamente il Presidente nel nuovo processo di riforma costituzionale ha portato il Governo alle dimissioni, offrendo al leader del Cremlino l’opportunità di formare il Governo più adeguato alla gestione di questa nuova fase di evoluzione della politica russa. Seppur non ancora confermato dal voto della Duma, a sostituire Medvedev sarà Mikhail Mishustin, dal 2010 a capo del Servizio Tributario Federale, una figura in realtà non molto nota che non sembra presentare una forte personalità politica né un proprio seguito indipendente, avendo avuto una formazione e un’esperienza prettamente tecnica.

Quanto sta avvenendo a Mosca segna il passo di un possibile prossimo cambiamento non solo negli aspetti istituzionali ma anche, e soprattutto, nella distribuzione del potere all’interno delle diverse branche dello Stato russo, manifestando così un’evoluzione notevole rispetto al forte presidenzialismo cui abbiamo assistito nell’ultimo decennio. Cosa possiamo quindi dire rispetto alla prospettiva di nuove riforme in Russia?

  • Malgrado l’annuncio di riforme in senso vagamente “parlamentare”, Putin ha in più occasioni affermato la necessità di una struttura che veda il Presidente mantenere alcune prerogative fondamentali, soprattutto rispetto alla gestione della politica di sicurezza e difesa, aprendo ad alcuni cambiamenti ma in modo evidentemente graduale al fine di non compromettere la propria attuale posizione. Qualora tali riforme fossero confermate nei prossimi mesi, segnerebbero, effettivamente, l’avvio di un lento processo di transizione al fine di condurre senza strappi la Russia al 2024, quando si concluderà il quarto mandato di Vladimir Putin alla guida del Cremlino;
  • Verosimilmente, pur non ricandidandosi alla Presidenza, Putin manterrà un ruolo di primo piano all’indomani della fine della sua esperienza alla guida del paese, ricavandosi una posizione che gli permetta di rimanere influente nella politica russa, senza dover però apporre modifiche radicali alla Costituzione. Data la prospettiva di un futuro rafforzamento del Governo rispetto alla Presidenza, nelle ultime ore si è immaginato un possibile incarico come Primo Ministro dai poteri “rafforzati” o come guida del Consiglio di Stato, l’organo che riunisce i diversi Soggetti della Federazione e i rappresentanti del Governo centrale e che permetterebbe al leader russo di mantenere un’elevata capacità di influenza della vita politica tanto a livello locale quanto a livello federale;
  • L’avvento della nuova struttura istituzionale comporterebbe la necessità di una ristrutturazione del sistema partitico russo e, prima tra tutti, di Russia Unita, il partito che dal 2004 ha sostenuto la Presidenza nella Duma. Qualora le riforme fossero confermate, il partito del potere dovrebbe evolversi in una struttura più solida e adeguata a gestire la transizione, supportando il nuovo Governo e l’azione del Presidente, oppure, procedendo verso una riconfigurazione del proprio ruolo e della propria struttura, passando attraverso uno scioglimento, un’eventualità già considerata in passato;
  • Per quanto attiene al futuro di Dmitrij Medvedev, l’ormai ex-Primo Ministro ricoprirà l’incarico di Vicepresidente del Consiglio di Sicurezza della Federazione Russa, l’organo di raccordo delle diverse agenzie e istituzioni coinvolte nel processo di elaborazione della politica estera e di difesa russa. Pur mantenendo un ruolo di primo livello vicino al Presidente, sembra essere improbabile una prossima candidatura alla Presidenza dopo il 2024, a causa dei profondi dissapori emersi tra i due Presidenti durante la precedente esperienza di Medvedev al Cremlino (2008-2012) e del ruolo subordinando, nonché prettamente interno, che la sua figura ha generalmente avuto dal ritorno di Putin alla Presidenza.

In conclusione, la classe dirigente moscovita, riunita intorno alla figura di Vladimir Putin, ha dimostrato la sua evidente avversione ad ogni rischio non necessario in più occasioni e l’eventuale avvio di un processo di riforma interno che possa portare ad una fuoriuscita senza strappi del leader che per vent’anni ha governato la Russia va esattamente nella stessa direzione. La grande attenzione dimostrata anche nel discordo alla nazione rispetto alle questioni sociali e ai problemi interni è sintomatica di una grande consapevolezza di quelle fragilità interne che, insite nella Russia post-sovietica, sembrano da alcuni anni riemergere. Il mancato consolidamento dell’economia, il trend demografico negativa, le difficoltà nel produrre innovazioni che si traducano in effettivo sviluppo nonché le distorsioni di un sistema di potere evidentemente patrimoniale sono tutti elementi che, dopo vent’anni dall’avvento di Putin, permangono seppur ammantati dal grande sostegno di cui ancora gode il leader del Cremlino.