Le criticità delle proteste ad Hong Kong

La legge di sicurezza nazionale, approvata da Pechino lo scorso 3 luglio 2020, segna un’accelerazione del processo di integrazione di Hong Kong nella Cina continentale che sembra oramai incontrovertibile.

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L’accordo sino-inglese del 1997, che avrebbe dovuto garantire una certa autonomia giuridica e amministrativa di Hong Kong da Pechino almeno fino al 2047, sembra diventata “carta straccia” così come il principio: “un paese, due sistemi”. Un cambiamento determinato non solo da congiunture internazionali, in particolare la guerra commerciale tra Pechino e Washington, l’aumento dell’assertività americana nel Mar Cinese e la contestata ingerenza negli affari interni cinesi tramite Hong Kong ma anche a causa di questioni endogene alla querelle hongkonghese legate alla mal gestione delle proteste di piazza contro l’assorbimento del “Porto Profumato” nell’Impero di Mezzo.

Gli enormi errori compiuti dai manifestanti di Hong Kong hanno fornito a Pechino il “casus belli” per accelerare un processo che era nell’agenda già da molto tempo. Questo risultato è stato causato in primis dalla mancanza di un’organizzazione verticale del movimento di protesta con leader illuminati in grado di arrivare ad un compromesso con i vertici di Hong Kong sui 5 punti enunciati dalla piazza (maggiori libertà democratiche, il rilascio dei cittadini arrestati, il divieto di estradizione dei cittadini di Hong Kong in Cina, un’inchiesta sulla brutalità della polizia, le dimissioni dell’esecutivo della città), instaurando un dialogo politico di lunga durata nella consapevolezza che il “coltello dalla parte del manico” è impugnato da Pechino.

Secondo, l’incapacità di isolare e condannare la parte violenta-fanatica del movimento, spesso oggetto di “un’omertà di piazza” in nome del comune nemico, ha creato tra gli stessi cittadini hongkonghesi una visione distorta dell’immagine del movimento che manifesta per la democrazia e la libertà di pensiero e poi compie atti di aggressione e vandalismo nei confronti dei propri connazionali (come il cittadino pro-Pechino che è stato bruciato vivo dai manifestanti) e delle forze dell’ordine, rompendo quell’armonia sociale che ha da sempre caratterizzato il rapporto tra cittadini e polizia.

Terzo, l’impatto del movimento, sebbene all’inizio nato con propositi costruttivi, ha avuto nel lungo periodo un effetto nettamente negativo sulla stabilità e sul benessere del “Porto Profumato” e quando un movimento invece di unire la società la divide profondamente, allora ha fallito nel suo intento anche perché una larga fetta della popolazione di Hong Kong è contro questo modus operandi dei rivoltosi. In più lo scetticismo nei confronti delle proteste è amplificato dalla presenza di bandiera statunitensi tra i manifestanti e non di quelle hongkonghesi, il che fa presagire la presenza di un’ingerenza esterna negli affari interni dell’ex colonia inglese.

Quarto, la visione strettamente ideologica del movimento non permette di comprendere i rebus geopolitici in gioco nel “Porto Profumato” tra Cina e USA che travalica il sentimento anti-cinese della piazza. Infatti, è utopistico credere che Washington agisca in base a criteri “democratici” come dimostrato ampiamente dal riconoscimento indiretto, ma de facto, della sovranità di Pechino sulla ex colonia inglese avvenuta con l’approvazione da parte del Congresso americano di sanzioni economiche nei confronti della Cina per l’entrata in vigore della legge sulla sicurezza nazionale.

Si è spesso parlato del rischio di “una nuova piazza Tienanmen” ma nessuno delle élite di Pechino vuole un nuovo spargimento di sangue di quelle proporzioni perché è stato un sacrificio troppo pesante non solo per il popolo cinese ma anche per gli stessi vertici che con Xi Jinping hanno assunto un ruolo paternalistico nei confronti dei giovani, consapevoli che nel bene e nel male sono il futuro della Cina e del ritorno dell’Impero Celeste sullo scacchiere internazionale come grande potenza.