Le conseguenze del “rientro” francese nella Nato
La rinnovata capacità di influenza francese negli affari esteri mediterranei declinatasi in questi ultimi due anni – prima in Libia e ora in Malì – ha inizio con una data ben precisa: il 4 aprile 2009. In quella occasione, nel Summit Nato a Strasburgo, la Francia – dopo 33 anni – rientrava nel comando integrato militare del Patto Atlantico. Un’assenza dai quadri decisionali che durava dal 1966, quando Charles De Gaulle decise di restare all’interno dell’organizzazione senza impegnare le proprie forze militari nelle operazioni attivate dall’art.5 del Trattato sulla difesa collettiva.  

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La scelta del generale fu una forte risposta all’influenza massima esercitata dagli Stati Uniti sulla Nato su due questioni: la catena di comando e il nucleare. La Francia infatti propose già dal 1958 una guida elitaria dell’organizzazione basata sulle potenze atlantiche: un triumvirato Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, al quale affidare la difesa europea senza l’apporto decisivo – e quindi il veto – delle medie e piccole potenze; la decisione di applicare poi la dottrina McNamara della risposta graduale ad un conflitto nucleare con l’Urss – che avrebbe visto solo l’Europa come teatro di scontro – portò De Gaulle a riaffermare la sovranità francese attraverso l’azione passiva all’interno della Nato. La Francia ha guadagnato però dalla sua politica isolazionista un maggiore spazio di manovra diplomatico su questioni che nel frattempo hanno trascinato la Nato in teatri operativi nel quale l’antagonista non era più l’Unione Sovietica ormai implosa. Se così Mitterand poteva aprire solo una collaborazione logistica nelle operazioni dei Balcani, Chirac poteva rifiutare e condannare apertamente l’attacco statunitense in Iraq nel 2003.

La Francia, a partire dalla caduta del Muro, ha preservato di fatto le sue truppe dall’intervento diretto in luoghi nei quali non c’erano interessi nazionali altrui da difendere. Con l’arrivo di Sarkozy all’Eliseo la prospettiva francese sulla sicurezza si è dunque capovolta: la parallela integrazione dell’Unione attraverso il secondo pilastro Pesc non poteva lasciar fuori dal comando Nato proprio la Francia, che si riappropriava del suo ruolo occupando da subito il vertice del Sact (Supreme Allied Commander Transformation) deputato all’elaborazione delle dottrine e alla preparazione delle capacità militari. Un rientro di prestigio all’interno del consesso decisionale della Nato che corrispose ad un aumento della spesa militare per quell’anno (67 miliardi di dollari, 2,5% del Pil, quarto paese al mondo). Il nuovo e preponderante ruolo all’interno del comando integrato è stato reso ancor più influente con il graduale ma continuo disimpegno statunitense nel Mediterraneo a favore del Pacifico, lasciando così la sponda sud del Mare Nostrum nella sfera d’azione privilegiata di alcuni Paesi europei. Questo ha permesso alla Francia di raggiungere quello scopo che non aveva fatto suo al tempo di De Gaulle: divenire uno dei partner di riferimento essenziali e operativi degli Stati Uniti sull’altra sponda dell’Atlantico insieme alla Gran Bretagna.

A riprova di ciò si deve citare la guerra in Libia iniziata nella primavera del 2011: l’attacco aereo della Nato ha visto la stretta cooperazione di questi tre attori con una netta preminenza francese che si è palesata nel numero degli aerei messi a disposizione e dei bombardamenti effettuati. La possibilità di guidare de facto la missione libica, con gli Stati Uniti in funzione di supporto logistico, ha permesso alla Francia nel contempo di riacquistare posizioni di influente prestigio nel Maghreb, divenendone l’interlocutore privilegiato, e non solo. In stretta applicazione del concetto di geosussidiarietà (intervento di stabilizzazione in aree di interesse nazionale), la Francia ha deciso di dare l’avvio nel gennaio 2013 all’Operazione Serval per supportare le forze maliane, e quelle di interposizione dell’Ecowas, nella riconquista dell’Azauad in mano ai gruppi ribelli quaedesti. L’intervento francese in Malì – tutt’ora in corso – è strumentale alla salvaguardia degli interessi energetici di Parigi in tutta l’area centroccidentale: l’eliminazione della minaccia islamica fondamentalista serve ad evitare la destabilizzazione soprattutto dei confini porosi dell’Algeria produttrice di gas e petrolio per l’economia francese.

L’autorevolezza del Quai d’Orsay in Africa, lungi dal terminare con la decolonizzazione – interventi nell’area di diretta influenza si sono susseguiti anche senza l’apporto di una difesa collettiva, vista la difficoltà economica da parte dei paesi oggi membri dell’Ecowas nel formare eserciti efficienti – vive una nuova fase. Ad oggi il rinnovato prestigio francese militare in Europa, notificato dal ruolo attivo nella Nato, fa del Paese il riferimento essenziale per le contese nei paesi africani francofoni, uno dei nuovi arbitri dei conflitti a bassa intensità che stanno attraversando il Sahel. Tant’è che la Francia, insieme a Gran Bretagna e Germania, è l’attore più attivo nello sviluppo dell’integrazione della difesa dell’Unione Europea: all’interno della nuova diplomazia unionista vuole avere ruoli apicali. Non sarà certo casuale che la missione dell’Ue per l’addestramento delle forze maliane, l’Eutm Malì (European Union Training Mission) sia a guida francese. Visti i tagli sempre più consistenti che interessano i bilanci della Difesa in Europa, l’efficienza e la razionalizzazione delle spese nel settore – date da una maggiore integrazione nei programmi – permetterà all’Ue di divenire un interlocutore attendibile e la Francia non vuole perdere la leadership della sicurezza eurocentrista tanto agognata da De Gaulle.