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TematicheRussia e Spazio Post-sovieticoLe anomalie geopolitiche nei “piani di pace”

Le anomalie geopolitiche nei “piani di pace”

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C’è una notizia. E la notizia è che un piano di pace è stato proposto da Putin all’Ucraina e ai Paesi occidentali che la sostengono. Non si tratta per certo di una novità, sebbene molti giornali italiani insistano nel vedere in questa notizia un doppiogiochismo russo e una sorta di implicito bluff da parte del Cremlino. Eppure, la formale apertura russa ai negoziati – arrivata durante il discorso di Putin tenuto ai funzionari del Ministero degli Esteri di venerdì scorso – giunge in una fase topica delle relazioni internazionali e dei rapporti che, a livello globale, risultano a dir poco tesi. Al tempo stesso, si evidenziano alcune anomalie diplomatiche strutturali che ricorrono ormai da due anni. 

Anzitutto, il quadro del “fronte occidentale”. Si è appena concluso un G7 dove a farla da protagonista, almeno dal punto di vista mediatico, in termini di dialettica politica, sono stati i princìpi morali e la questione sull’aborto, temi del tutto inconsueti per tali consessi. L’anomalia nel voler mettere al centro questi temi da parte di Macron è probabilmente dettata da due fatti contingenti, che però non possono essere trascurati: per un verso, infatti, è stato un G7 che a partire da Macron ha visto incrinata la posizione di molti governanti occidentali, uscenti o delegittimati dal voto europeo, ad eccezione di Giorgia Meloni; per un altro verso, vista questa condizione di debolezza anche in riferimento alle questioni belliche, Macron ha forse preferito affrontare tematiche politiche che potessero rafforzare la sua posizione internamente, lasciando così in disparte le crisi globali. Oltretutto, almeno sul piano formale, a margine dei vertici sono emerse posizioni contrastanti proprio sugli aiuti all’Ucraina.

Un’altra anomalia del G7 è il fatto che si sia trattato nei fatti di un G8 allargato. Figurano infatti ormai in pianta stabile, al posto della poltrona vuota della Federazione Russa, il duo europeo formato da Charles Michel (Presidente del Consiglio Europeo) e Ursula von der Leyen (Presidente della Commissione Europea). Presenza che simbolicamente appare nelle foto di rito ormai con una certa costanza dal 2020 e che appare tutt’altro che secondaria, valendo moltissimo in queste circostanze la photo-opportunity come momento sostanziale delle relazioni diplomatiche. Sebbene tale evidente eccezione, sempre più accettata come normale, non desti le attenzioni di alcun osservatore politico internazionale, dovrebbe invece far riflettere sulla direzione sovrannazionale che tali consessi stanno prendendo, che si unisce oltretutto alla volontà di far percepire il consesso come aperto globalmente a una compagine sempre più estesa di altri rilevanti attori internazionali, ivi inclusi il Pontefice e lo stesso Volodymir Zelensky.

È proprio il Presidente ucraino – che, occorre ricordarlo, ha formalmente terminato il suo mandato lo scorso 20 maggio – ad aver convocato un summit di pace a Lucerna, in Svizzera, che nella storia della diplomazia rappresenta un’altra singolare eccezione: nei due giorni per intavolare un dialogo sulle prospettive di un cessate il fuoco, tra le 96 delegazioni presenti mancava infatti l’attore-chiave del conflitto, la stessa Russia. Il paradosso ulteriore, che appare quasi ironico se non trattasse temi drammatici e potenzialmente devastanti come un’escalation nucleare di scala globale, è che il comunicato dopo la prima giornata dei lavori, poi ripreso dalle agenzie di stampa, richiamava alla necessità della presenza di “tutte le parti per pervenire alla pace”. L’anomalia si è poi riversata sul documento finale stilato al termine del summit, che ha visto defilarsi i Paesi alleati della Russia, comprese potenze come la Cina e l’India, nonché l’Arabia Saudita, storica alleata statunitense nella regione che, proprio nei mesi scorsi ha valutato l’opzione di vendere il proprio greggio alla Cina non più in dollari ma in yuan. 

In questo quadro complessivo piuttosto atipico, di revisione delle alleanze e di contraddizioni diplomatiche, c’è un’altra notizia che rappresenta un tassello di cruciale importanza per comprendere i passaggi successivi della crisi ucraina. 

Sabato scorso è infatti uscito il leak del New York Times che testimonia, carte alla mano, dei negoziati avviati dopo l’invasione russa dell’Ucraina. La notizia era risaputa e ormai di pubblico dominio da tempo, ma il fatto che emerga dalla testata americana proprio ora – in una congerie così delicata di eventi e dichiarazioni, aperture e apparenti spiragli di pace – non può essere del tutto casuale. La portata della questione ha un evidente potenziale impatto sulle prospettive di una pace nella regione: riferire dell’accordo che fu raggiunto subito dopo lo scoppio della guerra, nella primavera del 2022, in cui si parlava distintamente della possibilità di lasciare i territori occupati dalla Russia sotto la sua sovranità, escludendo di rivendicare la Crimea e un possibile ingresso nella NATO, sembra avere il significato di ricordare che le prospettive proposte oggi dalla Russia non dovrebbero essere trascurate. 

Il Cremlino, infatti, si dice pronto alla fine della guerra, a condizione del ritiro immediato delle truppe ucraine dalle repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk e dalle regioni di Kherson e Zaporozhye. L’altra condizione posta da Putin per il completo cessate il fuoco è la neutralità ucraina e l’abbandono dei piani di adesione alla NATO, per garantire la sicurezza nelle regioni limitrofe e pervenire alla “denazificazione” totale del Paese e alla sua smilitarizzazione. A tali condizioni, Putin ha sostenuto il ritiro “rapido” dei soldati russi dall’Ucraina e l’avvio formale dei negoziati di pace, assicurando anche il ritiro “sicuro” delle truppe ucraine e chiarendo che si tratterebbe di una pace definitiva e non temporanea.

Questa prospettiva, esplicitata nell’incontro con i vertici diplomatici russi, basata sulla contingente condizione geopolitica e dettata da una realtà sul campo che vede prevalere le forze russe sul campo, sebbene non controllando appieno le regioni di Kherson e Zaporozhye. Peraltro, vi è il forte rischio di una sconfitta ucraina nel 2024, come il generale britannico, ex comandante del Joint Force Freedom, Richard Barrons ha fatto sapere ad aprile scorso, si inquadra peraltro in un più generale contesto di avanzata del contesto generico di “Sud globale”, richiamata retoricamente da Putin in funzione anti-occidentale. 

Non solo: in quell’occasione, il capo del Cremlino ha parlato anche di un nuovo concetto di Eurasia, dicendo chiaramente che “la geografia non può essere cambiata” e che occorre dunque trovare un assetto di equilibrio tra i paesi che condividono il macro-continente geopolitico, esplicitando il tema dell’“Est globale” accanto a quello del Sud. Nella prospettiva russa, è stato esplicitato che non c’è alcun rischio che Mosca si avventuri in attacchi contro l’Europa, riferendosi proprio alle prospettive delineate da molti politici europei, dicendosi altresì pronto a instaurare relazioni di nuovo amichevoli con gli ex partner. 

C’è un altro fatto interessante sottolineato da Putin nel suo discorso e passato sotto traccia nei media. Ha infatti riferito che, in colloqui avuti con un “collega straniero”, un “professionista” venuto in visita a Mosca il 5 marzo del 2022 per favorire colloqui di pace, si era detto disposto a lasciare la sovranità sulle regioni di Kherson e Zaporozhye a patto che si garantisse ai russi un “ponte terrestre stabile con la Crimea”. L’accordo fu poi, nelle parole del presidente russo, respinto dai vertici ucraini, che diedero al delegato occidentale del filo-putiniano. Nell’agenda del Cremlino risulta che proprio il 5 marzo Putin incontrò l’allora Primo ministro israeliano Naftali Bennett. Un anno dopo, in un video pubblicato su YouTube, fu proprio l’ex premier a riferire al giornalista Hanoch Daum durante un’intervista di circa 5 ore dei piani russi e dell’assicurazione di Putin di non uccidere Zelensky.

Siamo in una fase di oscillazione tra fragili piani di pace e venti di allargamento della conflittualità al teatro indo-pacifico. Per pervenire a veri negoziati, però, occorre ripartire dalla realtà fattuale sul campo e dalle forze che la compongono (che ci piacciano o meno), nonché dai princìpi di base che hanno innervato la diplomazia nel corso dei secoli, superando le attuali “anomalie” che talvolta diventano nodi insormontabili. Non si può infatti prescindere dal considerare tutte le parti in causa e le loro opposte rivendicazioni, facendo leva sullo strumento del dialogo e dell’apertura, smantellando gli auto-divieti di dialogare con la controparte e facendo sì che i summit di pace vedano coinvolte tutte le parti. La diplomazia serve, o dovrebbe servire, proprio a questo.

Alessandro Ricci

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