Le ambizioni di Doha nell’intricata vicenda libica

I paesi del Golfo considerano sempre più il Mediterraneo come un’importante regione strategica: cruciale per il commercio globale e per le rotte energetiche, oltre che per diffondere le proprie politiche e ideologie in aree lontane dai propri confini. L’isolamento diplomatico ed economico del Qatar – causato dalla disputa con gli altri paesi del Golfo – ha  fortemente ridotto la capacità di Doha di proiettare la propria influenza nella regione, anche per questo il Qatar ha approfondito la sua partnership con la Turchia, con cui condivide le stesse inclinazioni islamiste e principale rivale di Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita ed Egitto. In Libia, Doha e Ankara sostengono militarmente ed economicamente il Gna di Tripoli nella sua battaglia contro la fazione orientale. Il Qatar dal 2011 è una presenza ormai costante nell’ex colonia italiana.

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La crisi in Libia è attualmente una delle principali questioni  in cui la rivalità tra i due assi è iniziata a manifestarsi chiaramente: quello turco-qatariota, da una parte, e quello emiro-saudita-egiziano, dall’altra. Durante la rivoluzione del 2011 in Libia, il Qatar ha sostenuto l’intervento della Nato con l’invio di aerei militari ed è stato il primo paese arabo a riconoscere ufficialmente i ribelli libici. Le forze militari di Doha erano presenti in ogni regione del paese nordafricano. La generosità del Qatar nell’alimentare la rivoluzione è stata così apprezzata dal popolo libico che in alcune piazze accanto alla bandiera libica sventolava anche quella qatariota. Oltre ai rifornimenti militari, Doha ha utilizzato altri strumenti di soft power utili al raggiungimento dei propri obiettivi: il canale televisivo Libya Al-Ahrar Tv trasmesso via satellite dal suo quartier generale in Qatar è stato creato nel 2011 durante la primavera araba come mezzo di diffusione della voce dei rivoluzionari in tutto il mondo e per contrastare i messaggi televisivi lanciati da Gheddafi.

Tuttavia non è ben chiaro se il sostegno ai ribelli sia stato un investimento riuscito o meno. Dal 2011 a oggi i tentativi del Qatar di consolidare la propria influenza  in Libia si sono scontrati con le diverse milizie islamiste presenti sul territorio che dalla caduta di Gheddafi hanno destabilizzato il paese e che sono tra le principali cause dell’attuale situazione. La reazione contro le potenti milizie, libere da qualsiasi controllo, che eseguivano attentati e omicidi ovunque, ha coinvolto lo stesso Qatar, accusato di sostenerli e di alimentare l’estremismo all’interno della Libia. In risposta a ciò, Doha ha ridotto le proprie attività nel paese nordafricano: la sua politica estera in Libia è diventata meno intraprendente dopo l’ascesa al trono dello sceicco Tamim bin Hamad al-Thani, anche se ciò non ha portato a rinunciare agli investimenti economici e diplomatici realizzati.

Secondo l’asse rivale, Doha continua a svolgere un ruolo sovversivo in Libia, fornendo armi e attrezzatura militare alle milizie affiliate al Governo di accordo nazionale (Gna), oltre a pagare i loro stipendi, con l’obiettivo di agevolare il controllo e le operazioni turche. Il Qatar avrebbe utilizzato la compagnia di aviazione civile di proprietà dell’estremista libico Abdel Hakim Belhaj per trasportare mercenari dalla Siria a Tripoli. Al contrario di queste accuse che sono da verificare, il sostegno di Doha alla Fratellanza musulmana fin dalla loro comparsa sulla scena politica dei paesi nordafricani è cosa certa.

Qualche settimana fa Qatar, Turchia e il governo di Tripoli hanno firmato un accordo militare, secondo cui Ankara e Doha stabiliranno strutture nell’ex colonia italiana per l’addestramento militare con consulenti turchi e qatarioti al fine di rafforzare l’apparato del Gna, oltre alla possibilità per i giovani libici di recarsi a studiare nelle accademie di entrambi i paesi.

Eppure quest’intesa non aumenterà drasticamente l’impronta militare del Qatar in Libia, almeno non tanto quanto l’aumento della presenza degli uomini di Erdogan. Molto probabilmente, Doha continuerà a lavorare in gran parte attraverso Ankara.

Mentre i rivali del Qatar etichettano i legami con il Gna come prova della sponsorizzazione qatariota al terrorismo, a loro volta Doha vede il proprio sostegno a Tripoli come una necessità per la stabilizzazione dell’aria e la diffusione di un sistema pluralistico contro quello autoritario diffuso nei paesi rivali. In realtà, questo riflette l’atteggiamento di Doha nel Nord Africa in generale, dove il Qatar è in contrasto con l’agenda di Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti che vedono il processo democratico come una minaccia al loro governo. Questi paesi guardano al coinvolgimento di movimenti religiosi come la Fratellanza musulmana, ritenuta un’organizzazione terroristica, e al pluralismo politico in generale come un male da tenere lontano dai propri confini e dalla propria aerea di interesse. Viceversa, il Qatar ritiene che una stabilità duratura, in questo caso in Libia, debba passare dal coinvolgimento dei partiti religiosi presenti sul territorio nel dialogo politico nazionale.


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Guardando al futuro, la capacità di Doha di sviluppare con successo i propri interessi in Libia sarà strettamente connessa e condizionata dai suoi legami con Ankara e dal successo e presenza turca nel futuro processo di pace. Ad oggi, l’influenza della Turchia nel paese nordafricano ha raggiunto un livello in grado di resistere agli shock provenienti dall’esterno. Entrambi i paesi ambiscono a mettere le mani sulla ricostruzione della Libia, oltre che a mantenere vivi gli accordi conclusi con Tripoli, in particolar modo quello relativo alla nuova demarcazione dei confini marittimi. Tuttavia sembra abbastanza logico porsi una domanda. Per quanto tempo gli sforzi economici del Qatar – finanziatore delle avventure militari di Erdogan – saranno  sostenibili, data l’attuale crisi economica che attanaglia l’intero pianeta come conseguenza dell’emergenza sanitaria causata dalla pandemia di coronavirus e che sta provocando un calo della domanda energetica e soprattutto un calo dei prezzi del greggio?

Mario Savina,
Geopolitica.info