Le ambivalenze delle relazioni tra Global Society e popolo curdo

Nella storia del popolo curdo solo due atti di diritto internazionale hanno riconosciuto la sua esistenza.  Il primo è un trattato mai ratificato come il noto Trattato di Sèvres; il secondo l’autorevole Ris. ONU 688/1991, adottata unanimemente dai protagonisti della Global Society per porre fine alle gravi violazioni dei diritti umani attuate dall’allora Rais Saddam Hussein. Una risoluzione che per la prima volta, dopo il declino del sistema bipolare, ha dato voce alle esigenze umanitarie curde, con l’avallo dell’opinione pubblica mondiale. Al di fuori di tali casi, i rapporti tra Global Society e la popolazione curda sono stati espressione di opportunismo contingente e transitorio delle diverse potenze di turno.

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Dalla guerra russo-turca al Trattato di Sykes-Picot.

Durante la guerra russo-turca del 1877-78, il Sultanato più volte ha armato le popolazioni curde sul confine per contrastare l’avanzata russa, in cambio della promessa di maggiore autonomia. Terminata la guerra guerreggiata, per converso, è stata la potenza zarista ad avvicinarsi alle aspettative autonomiste curde pur di ostacolare il governo di Costantinopoli; ovvero, creare il pretesto per un intervento armato funzionale alla cooptazione di territori anche anatomici nella sfera di influenza russa.

Lo scoppio del primo conflitto mondiale ha rimescolato le carte del destino del popolo curdo in quanto gli esiti del conflitto potevano tradursi in una liberazione dalla Sublime Porta. Invece, i curdi si sono ritrovati nella morsa mortale tra le truppe russo-armene e quelle turche. In tale circostanza, i curdi non hanno potuto che rivolgere l’attenzione verso le potenze europee come Francia e Regno Unito, sperando in una ancora di salvezza. Ancora una volta, da soggetti geopolitici sono divenuti oggetto della propaganda militare dei contendenti; in particolare, Londra sfrutta le mire indipendentiste curde per ostacolare la tenuta territoriale dell’Impero Ottomano. Nel frattempo, infatti, W. Churchill, in qualità di Primo Lord dell’Ammiragliato, ha dato inizio ad un programma di ammodernamento della Royal Navy con riconversione dei motori da combustione a carbone in quella a petrolio. Un programma che rende necessario garantire un rifornimento continuo di questa nuova materia prima, rinvenibile soltanto nei territori del Sultanato. Più nello specifico nei territori di Mosul e Kirkuk, abitati da curdi. Ebbene, le tensioni che affliggono Costantinopoli ben possono tradursi in un punto di svolta nella dominazione del Mediterraneo e delle risorse energetiche mediorientali da parte della Corona Inglese. E i curdi locali, nelle strategie inglesi, paradossalmente finiscono con il rappresentare una pedina da utilizzare per dichiarare scacco matto al Sultanato. L’attrattiva energetica viene, così, a formalizzarsi, sul piano diplomatico, nel trattato di Sykes-Picot, del 16 maggio 1916. Un accordo stipulato, in caso di vittoria su Costantinopoli, per evitare ulteriori conflitti tra le potenze contraenti mentre si tenta una prima spartizione dei suoi territori. Pur prendendo coscienza della esistenza della Regione del Kurdistan, l’accordo non fa sconti. I ministri degli esteri russo, francese e inglese (rispettivamente Sergej Dmitrievic Sazonov, Marck Sykes e Francois Georges Picot) segretamente delineano la frammentazione non solo di tutti i domini ottomani ma anche dei territori curdi. L’ Impero Ottomano viene definitivamente diviso in due diverse sfere di influenza: quella britannica, che include la Mesopotamia, la Palestina e la Giordania; e la sfera francese, comprendente Siria e Libano. Due sfere e due parti distinte del territorio curdo. Il Kurdistan settentrionale-iracheno rientra nella sfera di influenza di Londra, interessata ad accaparrarsi anche il settore meridionale-turco pur di rafforzarne i confini. Il Kurdistan siriano viene, invece, posto sotto controllo di Parigi, nonostante i vivi contrasti con le forze Kemaliste sul fronte meridionale.

Dal trattato di Sèvres al trattato di Losanna.

Negli anni successivi al trattato di Sykes-Picot, la Corona inglese, mediante l’emanazione di graziosi provvedimenti di autonomia a favore della popolazione curdo-irachena si avvantaggia di forze locali per garantire stabilità ai territori conquistati e per proseguire rafforzata verso l’area meridionale. Infatti, a breve, anche il Kurdistan meridionale finisce con l’essere diviso in due zone: la zona più a Nord comprendente la città di Mosul sotto influenza francese e quella a sud, con la città petrolifera di Kirkuk, sotto influenza britannica. Sconfitta Costantinopoli, l’esigenza delle potenze vincitrici di creare una cintura di sicurezza tra Russia e Turchia, paradossalmente, spinge verso la teorizzazione di uno Stato cuscinetto coincidente con l’Antico Kurdistan. I confini di un possibile Stato cuscinetto curdo vengono disegnati nel noto Trattato di Sèvres, siglato il 10 agosto 1920: in esso, il destino del popolo curdo finisce nuovamente per intrecciarsi con le volontà delle potenze mondiali semplicemente per piegarsi ad esse ed essere funzionali alla loro affermazione globale. Nonostante ciò, tale trattato costituisce l’unico atto diplomatico che riconosce il diritto del popolo curdo ad uno Stato nazionale (art. 62,63 e 64). Un atto che non ha avuto seguito in virtù della progressiva perdita di autorità del Sultano, con cui era stato stipulato, in favore del rafforzamento dell’Assemblea Nazionale Kemalista di Ankara, che non vi aderisce. Perciò, dopo aver ripreso il controllo del territorio turco, Kemal può tranquillamente barattare i territori curdi con le potenze europee pur di conseguire l’osannata “pace turca” mediante il Trattato di Losanna del 24 luglio 1923. Quest’ultimo nega apertamente qualunque riserva governativa alla popolazione curda che si ritrova divisa fra Turchia, Siria, Iraq e Iran. In altri termini, i principali attori geopolitici hanno creato, nel 1920, l’entità del Kurdistan per disconoscerla appena quattro anni dopo. Un prodotto della diplomazia che costituisce l’architrave di tutta una serie di trattati che andranno a ridefinire i profili internazionali della Turchia senza mai intervenire in merito, da un lato, alla esistenza di uno Stato armeno e, dall’altro, ad una possibile autonomia curda.

L’emersione internazionale del popolo curdo dopo la fine del sistema bipolare.

Bisognerà aspettare più di 60 anni perché la sorte del popolo curdo assurga, nuovamente, all’attenzione della opinione pubblica mondiale. Infatti, lo scoppio della guerra del Golfo, ha costruito l’occasione per i curdi di rivoltarsi contro il regime dittatoriale di Saddam Hussein; rivolte soffocate dal rais con armi batteriologiche e chimiche. Solo l’unanimità di vedute di tutti i protagonisti della Global Society, sostanziatasi nella risoluzione ONU 688/1991, è riuscita, in questa occasione, a sventare una tragedia umanitaria. Da questo momento, i curdi iracheni divengono principale strumento americano di pressione nei confronti del regime del rais; tanto è vero che nel 2003 i Peshmerga ribaltano il regime al fianco delle truppe di Washington. Ed è il governo di Washington il maggiore sostenitore dell’indipendenza del Kurdistan iracheno. L’establishment americano viene, infatti, dalle circostanze del caso, costretto a rivedere la propria posizione in merito alla questione curda. Sino ai primi anni del 2000, esclusa la parentesi della risoluzione 688/91, la tendenza è stata nel far coincidere il progetto di autodeterminazione curda con considerazioni di lotta al terrorismo. Washington, in maniera palese, si è sempre mostrato al fianco di Ankara nell’inarrestabile lotta contro il terrorismo del Pkk. Ne costituisce prova l’assidua caccia all’uomo perseguita dal Pentagono nei confronti del leader del Pkk, Abdullah Ocalan, arrestato, poi, nel 1998, in Kenia. Non solo, la Turchia è considerata da tutte le potenze occidentali come partner strategico nella regione; un affidabile alleato per il contenimento della Russia come confermato dalla membership Nato. Perciò, nessun Paese Europeo né gli Stati Uniti hanno intenzione di frapporre tra essi e Ankara il destino del popolo curdo.

D’altronde dalla caduta del Muro di Berlino, la responsabilità di tenuta della regione ricade interamente sul governo americano. Prima di allora, era stata l’Unione Sovietica ad investire i panni di mediatrice tra tutti gli attori della regione. Superato il decennio di decadenza, però, dal 2001 il Cremlino è ritornato attore dell’area mediorientale. Ma, in un primo tempo, si è mostrato inevitabilmente interessato più ai rapporti con Baghdad che con i curdi, in quanto troppo impegnato a adottare appositi ostacoli tariffari ai commerci di petrolio iracheno, suo diretto concorrente. Non a caso, anche dopo la costituzione del Kurdistan Regional Government (KRG) gli osservatori hanno accusato la Russia di disinteressarsi della questione curda. Nel frattempo, però, Mosca giunge a reputarsi l’unica potenza a vantare una propria rappresentanza governativa sul territorio, senza nascondere più di tanto le sue attenzioni sull’estrazione e la vendita di petrolio per mezzo dell’oleodotto che da Kirkuk raggiunge Israele.

La maschera opportunistica delle diverse potenze verso la popolazione curda è destinata, comunque, in ogni epoca, a cadere. E prima o poi esse sono chiamate a interporsi con le popolazioni curde.

Primariamente gli Stati Uniti tentano di superare il consolidato orientamento di negazione del problema curdo. Infatti, la storia, con i suoi corsi e ricorsi, ha finito con il sorprendere anche l’amministrazione del Pentagono quando l’onda nera dell’Isis sembra poter essere fermata solo dai Peshmerga-iracheni e dalle Unità di protezione popolare curdo-siriane. Dall’ottobre 2014, inizia, cosi, una lunga e proficua alleanza tra Usa e popolo curdo nella lotta al sedicente califfato. Anche Mosca, successivamente, accoglie in maniera positiva il nuovo ruolo assunto dalle forze curde, proponendo, persino, un coinvolgimento del Partito curdo-siriano dell’Unione democratica nei negoziati di risoluzione delle questioni regionali e nel relativo processo di stabilizzazione politica; contrapponendosi, in questo modo, alle politiche ostili di Ankara. Nel frattempo, nella seconda metà del 2016, apre a Mosca la prima rappresentanza curda, una sorta di ambasciata de facto del Rojava, sotto le mentite spoglie di una no-profit. L’acuirsi dei rapporti con Erdoğan che si traduce in una guerra nei cieli siriani, spinge Mosca ad aprire anche verso le esigenze dei curdi-turchi. Sennonché ritorna sui suoi passi, quando i curdi siriani giungono a proclamare la nascita di un governo nella Regione Federale del Nord della Siria. Da questo momento, il Cremlino esplicitamente dichiarata di voler mantenere l’integrità territoriale della Siria e di non essere disponibile ad alcun accordo di riassetto politico della nazione alleata. I curdi pur chiamati in causa per partecipare ai negoziati, incominciano a perdere voce. E Putin manifesta il volto dell’alleato fedele solo di Damasco.

Di lì a breve, cade anche la maschera opportunistica americana: l’otto ottobre scorso, il Presidente Trump concorda con l’alleato turco il diverso dispiegamento di forze sul territorio siriano. Una concessione nei confronti dell’alleato Nato che consente ad Ankara di attuare una vera e propria operazione di sventramento del governo de facto del Rojava, sotto l’egida del Partito di unione democratica (PYD), ramo siriano del più noto PKK. Ne deriva che le ragioni di equilibrio del bilancio americano, tra impegni militari esteri e risorse, hanno spinto le sorti del popolo curdo nelle spire imperialistiche (in realtà mai celate) del Sultano Erdoğan. Non solo. Da questo momento la questione curda del Rojava perde definitivamente ogni centralità acquisita precedentemente nell’agenda di Putin. Il popolo curdo scompare dal novero dei protagonisti interessati alla costruzione di un nuovo ordine mediorientale e lo dimostra il Memorandum di Sochi, del 22 ottobre scorso. Il Cremlino, dopo aver manifestato attenzione per la conservazione della integrità territoriale siriana, si è fatto partecipe delle ragioni giustificative della operazione turca “Fronte di pace”. Al termine del vertice di Sochi il presidente Putin ha, infatti, aggiunto che “Io sono convinto che i sentimenti separatisti nel Nord-Est della Siria, siano stati fomentati dall’esterno. La regione va liberata dalla presenza illegale straniera”. In altre parole, ha disconosciuto l’intera fondatezza delle politiche pro-Rojava sino a quel momento condotte, mentre si prefigura come leader dell’area mediorientale e interlocutore privilegiato sia di Damasco che di Ankara.

I curdi-siriani si sono, così, ritrovati abbandonati da tutti i principali protagonisti della Global Society, UE e ONU compresi. E all’orizzonte appare, per il momento, irrealizzabile la speranza che si generi, nell’area mediorientale, uno o più competitors che tengano sotto controllo i focolai imperialistici in corso e che facciano riemergere il diritto curdo all’autodeterminazione. Un diritto modellato davanti agli occhi del popolo curdo sin dal Trattato di Sèvres, inoculato nel loro animo sotto le spoglie di uno spirito nazionalista. Uno spirito nazionalista curdo, non sempre innato ma sempre funzionalizzato in chiave egemonica. Aspirazioni indipendentiste strumentalizzate dalle potenze di turno, per, poi, essere negate non appena raggiunto l’obiettivo egoistico del momento. In questo modo, sul piano geopolitico, sono cadute e continuano a cadere molte maschere affette da ambiguità.