Law enforcement e sicurezza nazionale americana. Riformare il sistema per garantire efficacia e stabilità


L’omicidio di George Floyd e le dure proteste dilagate in tutto il territorio americano hanno riportato all’attenzione dei media nazionali ed internazionali una questione spinosa e quanto mai attuale: l’impellente necessità di una seria ed efficace riforma del sistema di polizia. Dalla revisione delle regole di ingaggio alla maggiore selezione degli operatori, si alza forte la domanda di un cambio radicale nel sistema di law enforcement a stelle e strisce.

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“Defund the Police” e la minaccia alla sicurezza nazionale

Le immagini dell’arresto di George Floyd, divenute virali, hanno inevitabilmente rinnovato ed inasprito le critiche di lunga data nei confronti delle metodologie operative delle forze dell’ordine americane, accusate, fra l’altro, di abuso di potere e razzismo. Criticità, queste, mai definitivamente risolte in tentativi di riforma poco efficaci e poco credibili intrapresi dal Police Department. La rabbia e la voglia di rivalsa causati da un sempre maggiore scontento nei confronti dell’operato dei tutori dell’ordine pone, tuttavia, importanti questioni riguardanti la sicurezza interna. Approcci più radicali come quelli del movimento Defund the Police rischiano di trasformarsi in seri pericoli per la sicurezza nazionale americana. 

Nato dalla vibrante protesta all’indomani dell’arresto e dell’uccisione di Floyd, il movimento radicale “Defund the Police”, fa dell’abolizione del Dipartimento di Polizia il suo vessillo. Composto da frange più o meno estreme, questa nuova organizzazione propone, nella sua parte più conciliante e moderata, una riallocazione dei fondi destinati agli organi di polizia in favore di più ingenti investimenti nel sistema sanitario e sociale del paese. Fortemente criticato dai sindacati di polizia che ne evidenziano la potenziale pericolosità – le frange più estreme agognano la totale abolizione di qualsivoglia meccanismo di controllo dell’ordine pubblico – il movimento ha acquisito una crescente rilevanza tanto da giocare un importante ruolo anche nelle elezioni presidenziali del 2020. In quell’occasione, la macchina del fango del presidente Trump aveva, in maniera del tutto fuorviante, ipotizzato un sostegno di Joe Biden nei confronti degli attivisti e contro la polizia. Voci ben presto smentite dallo stesso attuale inquilino della Casa Bianca che, recentemente, ha annunciato la volontà di riformare profondamente il sistema convinto della bontà della stragrande maggioranza dei tutori dell’ordine pubblico. 

Da quanto detto è facile comprendere come il nuovo movimento che raccoglie diverse sensibilità possa, nella sua parte più radicale e poco incline al dialogo, rappresentare una seria minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Il desiderio di una maggiore e più rigorosa selezione degli operatori di polizia rischia di essere oscurato da chi usa la causa della giustizia sociale come volano per guerriglia e disordini. Del resto, sono ancora nitide le immagini della folla inferocita che, il 6 gennaio 2021 ha messo a nudo, a livello internazionale, la vulnerabilità del sistema di sicurezza degli Stati Uniti. 

Una riforma necessaria

La necessità di prevenire e contrastare queste nuove e temibili minacce alla sicurezza è da tempo oggetto di un serio dibattito politico e fonte di intense controversie politiche. Punto di partenza imprescindibile è l’idea che la polizia negli Stati Uniti necessiti di una trasformazione radicale lontana da strategie di riforma convenzionali. Tale cambiamento influenzerebbe ogni aspetto delle forze dell’ordine al fine di rendere il Corpo più efficiente e al passo con i tempi, senza dimenticare un processo di revisione del sistema di reclutamento degli operatori che devono essere capaci di essere credibili e legittimati anche nel momento in cui il contesto operativo richieda l’uso della forza. Tale processo di riforma deve necessariamente comprendere anche l’utilizzo di tecnologie digitali (ad esempio, dispositivi intelligenti dotati di telecamere), tecniche (come il data mining) e servizi (ad esempio, cloud computing e social media) per prevenire, indagare e perseguire attività criminali che, oggi più che mai, nascono e si sviluppano in rete. L’avvento della polizia digitale ha in parte riconosciuto l’impatto della rivoluzione delle tecnologie dell’informazione sulla società e ha colto le opportunità che tali tecnologie hanno fornito alle forze dell’ordine per aumentare l’efficacia, l’efficienza, la trasparenza e l’equità del sistema di giustizia penale.  

La richiesta di un cambiamento radicale nell’applicazione impone anche una riflessione circa la trasformazione dell’autorità di polizia, del potere e della responsabilità. All’indomani della morte di Floyd, alcuni colossi informatici tra cui Amazon e Microsoft hanno comunicato l’intenzione di rendere non disponibili le rispettive tecnologie di riconoscimento facciale alle forze di polizia paventando il pericolo che tale tecnologia potesse favorire la profilazione razziale da parte delle forze dell’ordine. Il rischio, secondo i CEO dei colossi informatici, sarebbe un distorto utilizzo delle tecnologie come, per esempio, il monitoraggio dei social media, potenzialmente vulnerabile ai pregiudizi razziali degli operatori delle forze dell’ordine. Tecnologia che, tuttavia, qualche anno prima in occasione dell’ondata di sdegno provocata dall’uccisione di Michael Brown a Ferguson, nel Missouri nel 2014, era stata introdotta proprio per scoraggiare la cattiva condotta e rendere più trasparenti le attività delle forze dell’ordine attraverso l’installazione di telecamere sulle divise.


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I numerosi tentativi di ridurre quel gap tra la polizia e le comunità afroamericane hanno rivelato come ancora lungo sia il percorso di rinnovamento del comparto sicurezza americano. La profonda sfiducia espressa dai leader e dai cittadini afroamericani dimostra che uno dei benefici promessi dalla polizia digitale – migliori relazioni tra la polizia e le comunità – non si è materializzato nei quartieri e nelle comunità di tutto il paese nonostante l’aumento dell’adozione da parte della polizia di nuove tecnologie, tecniche e servizi. Lo stesso Dipartimento di Giustizia americano ha osservato come “i miglioramenti tecnologici hanno aumentato le capacità di polizia, ma non è certo che abbiano permesso alle forze dell’ordine di fare il loro lavoro in modo più efficace”, concludendo che “la tecnologia non ha avuto un impatto rivoluzionario sulla polizia in termini di modifica drastica delle filosofie e delle strategie utilizzate per prevenire la criminalità, rispondere alla criminalità o migliorare la sicurezza pubblica”
Da registrare un ulteriore tentativo di porre rimedio alla costante e, purtroppo crescente, distanza tra le forze dell’ordine e le comunità locali: il Justice in Policing Act del 2020, infatti, ha sottoposto all’attenzione dei decisori politici altre idee di riforma della polizia facendo leva sulla necessità di maggiori investimenti sull’addestramento e sulla formazione dei cadetti nonché su regole ferree per la cattiva condotta della polizia e sull’imposizione di un tetto per limitare il trasferimento di armi e attrezzature di livello militare alle forze di polizia. L’impressione è che, ancora una volta, si vada nella direzione di tentativi poco efficaci per placare l’opinione pubblica ma poco utili per affrontare un problema che sembra avere radici culturali molto più profonde.

Stefano Lioy,
Geopolitica.info