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Lavrov in Africa: il revisionismo normativo e l’anticolonialismo come armi dello scramble moscovita.

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Nel suo tour africano in Etiopia, Egitto, Uganda e Repubblica Democratica del Congo, il Ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha rispolverato le vecchie parole d’ordine della diplomazia sovietica nel continente nero.

Che la Russia utilizzi il tema della contrapposizione tra Occidente e Paesi in via di sviluppo utilizzando le definizioni ereditate dalla guerra fredda di primo, secondo e terzo mondo non è una novità, così come gli slogan anti-coloniali. Tuttavia, basare il proprio discorso seguendo queste idee in un periodo cinetico dell’ordine internazionale, ovvero in una fase di scontro frontale tra potenze per l’egemonia, ha un altro – e più interessante – significato.

Lavrov ha voluto rimarcare che la Russia continuerà ad adempiere in buona fede ai suoi obblighi in base ai contratti internazionali in termini di esportazioni di cibo, fertilizzanti, energia e altri beni vitali per l’Africa, ricordando comunque che se il mercato alimentare è entrato in crisi a causa del blocco delle esportazioni di grano russo ed ucraino, causando enormi difficoltà nei Paesi africani, ciò non è imputabile a Mosca ma alla politica sanzionista dell’Occidente. Quello coltivato ed esportato da Russia ed Ucraina in Africa costituisce il 40% del grano fornito al continente nero, una quantità che può essere, ça va sans dire, un’arma di ricatto ma anche uno strumento per accreditarsi in una regione del mondo sempre più importante per le risorse strategiche che possiede. 

Dopo l’accordo di Istanbul – alquanto travagliato – per lo sblocco del grano nei porti del Mar Nero, la Russia ha certamente acquisito ulteriore credito in Africa (per fare un esempio, basti pensare alla forte dipendenza che un Paese importante politicamente e militarmente per la stabilità del Mediterraneo allargato come l’Egitto ha per il grano russo) ma si tratta comunque di una posizione ambigua in quanto è ben risaputo che il documento sottoscritto da Mosca e Kiev sotto l’egida turco-onusiana faccia più comodo al resto del mondo che non ai due Stati in guerra, per i quali, anzi, genera un problema di sicurezza notevole. Con la Convenzione di Montreux attiva e con le sorti della guerra che si decidono a terra, per paradosso, sia all’Ucraina che alla Russia, l’accordo sottoscritto ad Istanbul garantisce più preoccupazioni che soluzioni. Se è vero che per il momento i russi non hanno energie e risorse tali da poter tentare la conquista di Odessa, il litorale occidentale ucraino resta comunque un obiettivo strategico di questa guerra per Mosca e la presenza di ispettori turchi ed onusiani nei porti della conurbazione odessita (Odessa, Chornomorsk e Yuzhny) non sarà per l’Ucraina una garanzia tale da consentirle di abbassare la guardia su questo fronte, che è sempre stato oggetto di una particolare drole de guerre fin dal 24 febbraio.

Inoltre, le azioni offensive delle forze ucraine sul fronte di Kharkiv (parte di una più generale offensiva programmata con direttrice anche Melitopol) non hanno, chiaramente, solo l’obiettivo di riconquistare la Crimea, ma strategicamente di rompere la morsa russa sulla sponda nord-occidentale del Mar Nero che significa la fine manu militari del blocco di Odessa. Il più importante porto del Mar Nero sottoposto a minaccia costante d’essere attaccato dal nemico è uno degli “incubi strategici” dello Stato Maggiore di Kiev ed è una questione con la quale fare quotidianamente i conti.

Per tornare all’Africa, oltre che sulla sicurezza alimentare, Lavrov ha insistito particolarmente su un tema caro al “revisionismo normativo” della diplomazia moscovita, cioè sulla sottorappresentanza nel Consiglio di Sicurezza ONU degli Stati in via di sviluppo e sulla minore agibilità politica dei Paesi africani, asiatici e latinoamericani negli organismi internazionali rispetto alle potenze occidentali. Questione legata a filo doppio con l’immagine di “potenza anti-colonialista” che la Russia vuole dare di sé stessa che, se può valere per l’Africa, tenta di nascondere comunque le politiche di dura conquista coloniale e conseguente imposizione di russificazione di territori come la Siberia, l’Ucraina ed il Caucaso nel periodo di consolidamento ed espansione dell’Impero zarista, senza dimenticare le brutali politiche staliniste contro le nazionalità in URSS.

La posizione anti-colonialista della Russia è stata tacciata apertamente di ipocrisia dal Presidente francese Emmanuel Macron, che ha definito Mosca come una delle ultime “potenze coloniali imperiali” ed accusando anche alcuni Paesi africani accondiscendenti con Lavrov per non aver condannato apertamente la guerra d’aggressione in Ucraina. Effettivamente molti Stati africani non si sono uniti alle sanzioni anti-russe volute dagli Stati Uniti, anzi, alcuni di essi hanno mostrato chiaramente la loro ostilità alle politiche sanzioniste, adottando una politica di spiccata neutralità rispetto la guerra russo-ucraina. Quello che Lavrov ha definito “corso indipendente” per l’Africa, è stata invece ridotta a “pressione diplomatica” di Mosca sugli Stati africani per Macron. Di fatto, come in ogni conflitto in cui gli africani siano “spettatori” o attori passivi, anche quando le sue conseguenze si riflettono direttamente sugli equilibri del continente, essi sono costretti a “prendere una posizione” a sostegno o contro le potenze coinvolte. Fu così al tramonto dell’epoca coloniale quando l’Africa divenne campo di battaglia per due potenze imperiali come l’Impero Britannico ed il Regno d’Italia (1940-1943) ed è così oggi, a decolonizzazione ormai avvenuta ma con un nuovo scramble in atto.

Con la guerra iniziata lo scorso 24 febbraio tra Russia ed Ucraina, l’Occidente e Mosca sono impegnati in un durissimo scontro per la conquista di cuori e menti dei popoli dei Paesi africani e mediorientali, con punte avanzate anche in Sud America, che nel corso degli ultimi anni sono stati terreno di scontro politico-economico e delle “guerre per procura” tra questi due blocchi. In un’ottica di contrapposizione frontale, la Russia ha dovuto rispolverare le vecchie parole d’ordine della diplomazia sovietica, che fino al “disimpegno” internazionale gorbacioviano, aveva sostenuto militarmente, economicamente e commercialmente – con un vantaggio a volte reciproco ed a volte sbilanciato a favore di Mosca, proprio come oggi avviene con Pechino – i regimi socialisti del terzo mondo, con l’effetto di ampliare il programma imperiale moscovita dallo slavismo ortodosso zarista, di dimensione principalmente europea, ad una concezione con ambizioni di portata mondiale. 

La presenza di Sergey Lavrov, che di tale postura geopolitica russa è un sostenitore, in Africa spiega chiaramente quali siano le ambizioni della Russia in quest’area del mondo che sono, poi, il riflesso della portata geopolitica della guerra d’Ucraina, di molto superiore a quella meramente “territoriale” e che investe l’intero globo. Partendo da questo assunto, è facile prospettare un rinnovato attivismo, maggiormente aggressivo ed “arrischiato” da parte della Russia in Africa, dove la scarsità di risorse da poter impiegare (essendo il continente nero fuori dalle canoniche prospettive imperiali di Mosca, al di là dei programmi) potrebbe rappresentare certamente un vulnus ma anche la molla per spingere Mosca ad accelerare i tempi per il raggiungimento dei suoi obiettivi imperiali. Inutile dire che la presenza di una “scheggia impazzita” russa in Africa – vista anche la sostanziale estraneità politica di Mosca al tradizionale scramble – rappresenti un rischio concreto per gli interessi e la sicurezza dei Paesi occidentali. 

Se per il Segretario di Stato USA Antony Blinken la Russia sta cercando in Africa una via d’uscita dall’isolamento cui le sanzioni occidentali l’hanno confinata, di fatto la visita di Lavrov in Stati chiave ne mette in evidenza l’attivismo in Africa che è causa di instabilità anche per le potenze europee con interessi militari ed economici nell’area. 

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