L’attacco finanziario come minaccia incombente nella contesa USA-Cina

Il costante e ingente acquisto di dollari e di titoli del tesoro americani da parte della Cina ha destato preoccupazioni circa la condizione di paese “debitore” in cui si trovano gli Stati Uniti. Questa percezione si è ulteriormente acuita nel contesto della Guerra Commerciale, aggiungendosi alle accuse di Trump che incolpa Pechino di “manipolare la valuta”. Vale la pena indagare la veridicità di questa critica, così come la possibilità che la Cina, facendosi forte della sua posizione di creditore, possa ricorrere a un vero e proprio attacco finanziario.

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La Cina manipola la valuta?

Partiamo dal presupposto che, nell’attuale sistema monetario, tutte le banche centrali manipolano in qualche modo le loro valute; ci si deve quindi accertare del grado di manipolazione esercitato da Pechino, e non dell’esistenza stessa della manipolazione.

L’anno scorso, il governo USA ha ufficialmente definito la Cina un “manipolatore di valuta”. Secondo Washington, questo avviene in primo luogo tramite movimenti del tasso di cambio: la Cina svaluterebbe il renminbi (RMB) per rendere le proprie esportazioni meno costose e, di conseguenza, più attraenti. Avendo sempre avuto un tasso di cambio più o meno fisso nei confronti del dollaro, a partire dal 2010 la banca centrale (Bank of China) ha stabilito un “dirty float”, ovvero una condizione in cui al RMB è permesso di fluttuare fra due valori limite stabiliti dalla banca. In pratica, è come se Bank of China avesse il potere di controllare a tutti gli effetti il tasso di cambio.

È lecito affermare che la strategia economica cinese sia ampiamente dipendente dalle esportazioni che, stimolando la crescita, garantiscono un certo grado di dinamicità e produttività all’enorme mercato interno del lavoro. Un requisito fondamentale per supportare questa strategia è un tasso di cambio favorevole, che mantenga il RMB a un livello relativamente basso rispetto al dollaro, e quindi attraente per gli importatori. Se la valuta cinese dovesse apprezzarsi troppo, le esportazioni ne risentirebbero, e di conseguenza anche la crescita economica e il tasso di disoccupazione. Per evitare questa eventualità, la Cina deve in qualche modo “manipolare” il tasso di cambio, principalmente tramite le attività della banca centrale.

Per semplificare il processo, si può dire che:

  • le esportazioni cinesi vengono pagate in dollari, che i commercianti convertono poi in RMB, andando ad accrescere le riserve di dollari nel sistema bancario cinese;
  • questo processo porta a un apprezzamento del RMB, che il governo deve in qualche modo contrastare;
  • per farlo, Bank of China si trova costretta a comprare tutti i dollari in eccesso raccolti dagli esportatori cinesi – come detto sopra – oppure a stampare RMB.

La strategia sopra citata è usata anche da altre economie orientate all’esportazione, che si trovano però ad affrontare come risultato un’accentuata inflazione. La Cina riesce a gestire anche questo aspetto tramite sussidi e politiche di controllo dei prezzi, rese possibili grazie alla morsa ferrea che il governo esercita sull’economia.

Quando si guarda al medio-lungo periodo, resta difficile accusare Pechino di manipolare la valuta: infatti, nonostante le svalutazioni evidenti, il RMB oggi si è apprezzato del 16-17% contro il dollaro rispetto al 2005 (anno in cui sono partiti i primi esperimenti di cambio variabile). Il tasso di cambio reale può fornire un quadro più completo: infatti, perché una svalutazione artificiale porti a una maggiore competitività, tale svalutazione non deve essere seguita da un aumento dei prezzi interni. Anche in questo caso, vediamo un sensibile aumento del RMB rispetto al dollaro, e ancora una volta le accuse di manipolazione appaiono infondate.

Gli USA hanno insistito per anni affinché il Dragone consentisse un più libero movimento del capitale, che avrebbe rappresentato un primo passo verso un regime di cambi flessibili. Vista l’attuale politica monetaria di Pechino. però, questo rimane pressoché impossibile: infatti, per prevenire brusche variazioni del tasso di cambio, un paese in forte crescita che miri a mantenere una politica monetaria autonoma deve necessariamente limitare il movimento di capitale. Pur mantenendo una postura piuttosto invasiva, negli ultimi dieci anni la Cina ha però allentato molte restrizioni, liberalizzando ad esempio le operazioni in conto corrente e consentendo alle aziende cinesi di accumulare dollari.

Non volendo rinunciare al tasso di cambio centralizzato, Pechino si è trovata a dover intervenire nel mercato valutario, comprando e vendendo dollari con l’obiettivo di mantenere il tasso di cambio fra i due valori limite stabiliti dalla banca centrale. In pratica, quando il tasso si muove in una certa direzione, Bank of China lo tira nella direzione opposta tramite la compravendita di dollari, finché il valore desiderato non viene ristabilito. Siccome negli ultimi anni l’ingente attività economica portava il RMB ad apprezzarsi, la Cina doveva comprare sempre più dollari in cambio di RMB, andando ad ammassare un’enorme riserva di dollari (la più grande del mondo, tre volte superiore alla seconda, detenuta dal Giappone). Nonostante la magnitudine di queste riserve – discussa dagli USA anche in sede di Congresso – la possibilità che esse possano rappresentare un’arma nella guerra commerciale è piuttosto remota: se Pechino vendesse all’improvviso tutta la liquidità che possiede in dollari, Washington dovrebbe avere comunque la capacità di assorbire lo shock; inoltre, tale mossa danneggerebbe in primo luogo la Cina, a causa della conseguente paralisi delle sue esportazioni verso gli Stati Uniti.

Considerando anche l’accesso del RMB al paniere DSP del Fondo Monetario Internazionale nel 2016, è lecito aspettarsi una sempre minore ingerenza di Pechino nel mercato valutario e un graduale avvicinamento a un regime di cambi flessibili. L’accusa americana si fonda sul presupposto che, nell’arco di questa transizione, la Cina continui comunque a favorire le proprie esportazioni tramite ben calcolate svalutazioni artificiali.

I titoli del tesoro come arma per un attacco finanziario

Un’ulteriore conseguenza dell’attività monetaria cinese si ripercuote sul mercato azionario: le riserve in dollari vengono reinvestite dal Dragone in titoli del tesoro americani, che sono universalmente riconosciuti come investimenti liquidi e sicuri; come risultato, Pechino è ora il maggior detentore di titoli americani nel mondo. Si potrebbe tradurre questa meccanica anche in un’ottica diversa: comprando debito americano – e quindi un investimento garantito – la Cina effettua in realtà dei prestiti agli Stati Uniti, così che questi possano continuare a comprare prodotti cinesi a basso costo. È superfluo affermare che questa è stata per molto tempo una situazione win-win per entrambi i paesi, almeno fino ai recenti sviluppi e all’apparente isolazionismo di Trump.

L’acquisto sfrenato di titoli USA può essere giustificato anche da altri motivi, fra cui: salvaguardare – e in qualche modo cementare – l’enorme surplus della bilancia commerciale che la Cina ha con Washington; accrescere la propria massa monetaria in termini di dollari e di conseguenza rafforzare anche la propria credibilità agli occhi dei mercati.

Cosa succederebbe se la Cina vendesse all’improvviso tutte le sue riserve di dollari? Ipoteticamente, gli Stati Uniti potrebbero trovarsi di fronte a una crisi valutaria e ad alti tassi d’interesse, con pesanti ricpecussioni sulla crescita economica, nonché a una minore fiducia degli investitori nella garanzia del dollaro. Questo però è un caso limite e probabilmente non realistico: il tasso di cambio variabile e l’abbondanza di dollari in circolazione porterebbero a un aggiustamento automatico, con le riserve vendute che sarebbero poi acquistate da un altro paese (o magari proprio dagli USA).

L’effetto sarebbe invece nocivo per la Cina stessa, che vedrebbe il RMB apprezzarsi e, di conseguenza, le sue esportazioni perdere il vantaggio competitivo che hanno avuto finora. La svendita dei titoli del tesoro americani sarebbe ulteriormente sconveniente per la Cina, nella misura in cui andrebbe ad inficiare il tanto considerato surplus della bilancia commerciale. Inoltre, lo Zio Sam potrebbe reagire stampando moneta: questo stimolerebbe l’infazione, certo, che però in questo particolare caso giocherebbe a favore degli americani, poiché – in quanto debitori della Cina – si troverebbero con un dollaro più debole e quindi un valore di rimborso inferiore! Insomma, nonostante la recente perdita di valore dei titoli USA causa Covid-19, lo scenario di un “fuori tutto” da parte della Cina sembra non profilarsi all’orizzonte, per il momento. Allo stesso modo, come abbiamo visto sopra, il grado di manipolazione della valuta esercitato da Pechino non raggiunge livelli tali da giustificare azioni punitive. L’attacco finanziario come arma per scombussolare i mercati è per entrambe le parti un’opzione limite, un passo verso l’ignoto che, visto l’attuale stato delle cose, non ha senso intraprendere.