L’attacco di Toronto e il futuro del terrorismo

Domenica 22 luglio in Canada, a Toronto, un uomo ha aperto il fuoco sui passanti: 3 morti e 12 feriti il bilancio finale. La polizia canadese ha parlato di un uomo con disturbi mentali, l’Isis ha diramato il solito comunicato per rivendicare l’attacco.

L’attacco di Toronto e il futuro del terrorismo - GEOPOLITICA.info Elaborazione AFP

Domenica 22, nella notte, nel quartiere greco di Toronto, un uomo ha sparato in una via con molti locali, affollati dato l’orario serale. L’autore dell’attacco ha sparato oltre 20 colpi sui passanti, ferendo molte persone e uccidendo una ragazza di 18 anni e una bambina di 10. Secondo le ultime testimonianze la polizia, dopo averlo rintracciato, ha ritrovato l’uomo morto: probabilmente si è suicidato con un colpo di pistola, la stessa usata per l’attacco.

L’uomo è stato identificato col nome di Faisan Hussain, 29enne proveniente da una famiglia di origine pakistana. La famiglia, una volta saputa la notizia, ha fatto sapere che il figlio aveva “gravi problemi di salute mentale, ha lottato con la psicosi e la depressione per tutta la sua vita. Gli interventi dei professionisti non hanno avuto successo. I farmaci e la terapia non erano in grado di curarlo. Mentre facevamo del nostro meglio per cercare aiuto per tutta la sua vita di lotta e dolore, non potevamo mai immaginare che questa sarebbe stata la sua fine.” Una tesi confermata anche dalla polizia canadese, che ha fatto sapere di aver indagato, nel 2010, il ragazzo a seguito di segnalazioni avvenute da funzionari del Victoria Park Collegiate Institute, frequentato da Hussain. L’indagine è partita in base al Mental Health Act, la legge sulla salute mentale che consente alla polizia di intervistare una persona e di valutare se rappresenta una minaccia immediata per se stessa o per la comunità.
Ultimamente Faisal Hussain stava attraversando un periodo estremamente complicato, così come la sua famiglia: aveva perso la sorella in un incidente d’auto, e suo fratello si trova in coma a seguito di un overdose da sostanze stupefacenti. Proprio il fratello rappresenta il link con il mondo della criminalità: nel 2015 è stato arrestato, insieme alla compagna, con denaro proveniente da attività illecite e diverse dosi di cocaina e crack. Sempre nello stesso anno Fahad Hussain è stato rilasciato su cauzione. La pistola usata da Faisal potrebbe provenire proprio da una vecchia rapina effettuata dal fratello, a Saskatoon, zona nella quale è stato arrestato.

L’Isis, tramite la rivista Amaq, ha rivendicato l’attacco utilizzando il solito comunicato: “la persona che ha compiuto l’attacco alla città di Toronto nel sud-est del Canada, domenica sera, è uno dei soldati dello Stato islamico e ha effettuato l’attacco in risposta alle richieste di colpire i cittadini dei paesi della coalizione”. Una tipologia di messaggio che lo Stato Islamico ha sempre usato per rivendicare gli attentati europei: si fa riferimento all’uomo in questione come un “soldato”, e si attribuisce il movente al colpire i “paesi della coalizione” coinvolti nella lotta al terrorismo. Al momento le fonti di polizia canadese non trovano riscontro di un collegamento tra Faisal Hussein e il gruppo terroristico: secondo le testimonianze dei vicini e degli amici il ragazzo in questione non sarebbe neanche un credente praticante, e non avrebbe mai dato segno di alcun processo di radicalizzazione. Tutti i conoscenti contattati si sono dichiarati sorpresi e sconcertati dall’episodio, e la polizia sta continuando ad indagare per cercare tra l’attività online se ci sia qualche collegamento con il mondo del fondamentalismo islamico.

Nonostante le indagini in corso, questa tipologia di attacco ci offre diversi spunti per analizzare il fenomeno del terrorismo e le sue possibili evoluzioni.
Per prima cosa, la disgregazione territoriale dello Stato Islamico nei territori della Siria e dell’Iraq, e il conseguente disfacimento delle principali cellule organizzative del Califfato, porta un naturale ridimensionamento del terrorismo europeo e uno slittamento verso fenomeni riconducibili a un singolo attore. Questo comporta un bisogno di evoluzione nelle metodologie di analisi del terrorismo, che sino ad oggi si sono prevalentemente concentrate sulle dinamiche di gruppo. Caratteristiche come il seguire un’autorità (basate sulle ricerche di Milgram e Kelman), i processi di radicalizzazione dovuti a un reclutatore, l’acquisizione di uno status importante all’interno di una specifica comunità e in generale tutte le dinamiche riconducibili all’azione di un gruppo su un singolo, sono difficilmente applicabili agli ultimi casi di terrorismo in territorio europeo e americano.
Il processo di involvement, prima tappa di un percorso che porta una persona ad effettuare azioni terroristiche, è più rapido e meno definibile rispetto al passato. In ormai molti casi non si riscontra quel principio di gradualità (che suddivide il fenomeno di radicalizzazione in diversi passaggi) che si ricercava nei profili radicalizzati, e se la determinazione della sequenza cognitiva associata al comportamento di un potenziale terrorista risultava già complessa e difficile da ordinare, ora assume i connotati di percorso quasi impossibile da mappare. Il terrorismo, o le azioni che si rifanno ad eventi che nel recente passato sono stati condotti nelle città occidentali da individui radicalizzati, rischia di diventare un alibi per individui che nulla hanno a che fare con il fondamentalismo islamico ma che cercano un motivo di vendetta nei confronti della società.

Anche il ciclo stesso dell’azione terroristica in territorio americano o europeo (è bene rimarcarlo), cioè la selezione del bersaglio, l’attività di ricerca e di messa a punto della strategia, e infine l’attuazione dell’attacco, è sempre meno chiaro ed analizzabile secondo gli schemi utilizzati dalle ricerche dell’ultimo decennio. Il tutto risulta casuale, dovuto al susseguirsi degli eventi che segnano la vita del potenziale terrorista e al contesto nel quale si muove. Come riportato dal giornalista e studioso del terrorismo contemporaneo Guido Olimpio, il nuovo terrore, condotto da immigrati di seconda generazione o da individui che si radicalizzano sul web all’interno delle città occidentali, può essere sovrapponibile, nelle modalità operative, alle azioni di un mass shooter: se non ci fosse stata la rivendicazione dell’Isis l’attacco di Toronto si sarebbe potuto inserire a pieno tra la casistica degli sparatori seriali. La storia personale di Faisan Hussain presenta alcune caratteristiche tipiche che si riscontrano in individui che decidono di commettere un’azione violenta nei confronti della comunità: una di queste, la più significativa, è l’evento disturbante da ritrovare nella perdita della sorella, che si unisce alla difficile situazione familiare causata dall’incarcerazione del fratello e dalla successiva malattia.

L’evoluzione del terrorismo già aveva presentato la miniaturizzazione delle cellule jihadiste: gruppi con sempre meno persone, difficili da individuare e in grado di progettare attacchi semplici, poco letali ma con target dal forte valore simbolico. Negli ultimi anni il fenomeno si è esasperato con le azioni solitarie di uomini che hanno subito una rapida radicalizzazione, ed hanno effettuato attentati con armi bianche o con veicoli. In futuro, anche a causa del pericolo dell’emulazione, si potrà assistere sempre più frequentemente ad attacchi come quello visto a Toronto: le tecniche utilizzate dai jihadisti “di casa nostra” possono essere uno spunto per chi, per cause totalmente diverse dal fondamentalismo islamico, decide di arrivare a compiere un’azione violenta.
Azioni che risulteranno meno letali rispetto a quelle coordinate che siamo abituati a vedere negli scenari mediorientali, e che abbiamo conosciuto in Occidente dal settembre 2001, ma che saranno meno intercettabili e che obbligano a una riflessione sulle attuali metodologie di analisi del fenomeno terrorismo.