L’asse Iran-Venezuela: un pericolo per Washington?

Lo scorso 2 giugno, sotto lo sguardo minaccioso delle navi da guerra statunitensi dispiegate nei Caraibi, l’ultima delle cinque navi iraniane contenenti benzina già raffinata ha attraccato in Venezuela. Il sodalizio diplomatico tra i due paesi fiaccati dalle sanzioni americane si rafforza, Washington minimizza nascondendo forte preoccupazione.

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Può sembrare paradossale che il Venezuela, primo paese al mondo per risorse naturali di greggio, con oltre 302 miliardi di barili di riserve accertate, sia stato costretto a importare petrolio dall’Iran. L’oro nero ha sempre rivestito un ruolo cruciale per l’economia venezuelana, rappresentando oltre il 95% delle esportazioni del paese, ma negli ultimi tempi le cose si sono complicate in maniera preoccupante. Le sanzioni USA, unite alla disastrosa gestione economica da parte di Maduro e al crollo del prezzo del petrolio causato dalla pandemia, hanno contribuito a mettere ancora più in difficoltà un’economia in recessione ormai da oltre sei anni. Inoltre, nell’ultimo decennio, l’agguerrita corruzione, la scarsissima manutenzione delle infrastrutture e la pessima gestione della compagnia petrolifera nazionale (PDVSA), hanno causato il crollo della capacità di raffinazione degli impianti. Soltanto due dei sei impianti sono operativi e la produzione ammonta ad appena 55.000 barili al giorno, ben al di sotto dei 135.000 necessari per soddisfare il fabbisogno quotidiano del paese. In sostanza, il massimo venditore di benzina più economica al mondo deve ora importarla e pagarla a caro prezzo.

La situazione si è ulteriormente aggravata alla fine dello scorso marzo, quando la Russia ha dichiarato la cessazione delle attività in Venezuela della compagnia petrolifera, la cui proprietà è a maggioranza del governo russo, Rosneft. La Russia si era affermata negli ultimi cinque anni come alleato economico e diplomatico fondamentale per il regime chavista, agendo come intermediaria per la vendita di greggio venezuelano e garantendo la distribuzione dei due terzi delle esportazioni di PDVSA nel 2019. Tuttavia, le sanzioni americane alle due principali società controllate della Rosneft che operavano a Caracas, Rosneft Trading e Tnk Trading International, hanno obbligato il Cremlino a fare un passo indietro. Pur continuando ad assicurare sostegno diplomatico, prestiti, investimenti e protezione militare, la liquidazione da parte di Rosneft ha ridotto il sostegno finanziario diretto a Caracas e ha obbligato Maduro ad appoggiarsi ad altri paesi per tentare di arginare l’emergenza.

Alla luce di questo scenario, l’aiuto di Teheran è cruciale per la stabilità del regime. Il totale complessivo di petrolio raffinato trasportato dalle cinque navi è stato stimato intorno ai 60 milioni di galloni, circa 1,5 milioni di barili.  Per quanto riguarda il pagamento, vi sono alcuni dubbi: Caracas, secondo diversi rapporti, dovrebbe pagare la fornitura in lingotti d’oro. Il valore totale dell’operazione, comprensivo dei costi per la riparazione delle fatiscenti raffinerie, oscilla tra i 500 e i 700 milioni di dollari; altri però sostengono che il Venezuela, sull’orlo della bancarotta, non abbia le risorse sufficienti per coprire tale cifra. Infatti, molte delle riserve auree di Caracas sono custodite presso la Banca d’Inghilterra, che si rifiuta di restituirle nel rispetto delle sanzioni imposte al Venezuela, e a tal proposito il regime chavista ha recentemente avviato una causa legale contro la stessa banca.

L’arrivo delle navi iraniane, sotto scorta della marina e dell’aviazione militare venezuelana una volta entrate nelle acque territoriali, è stata sicuramente una vittoria propagandistica per il regime chavista. Maduro ha annunciato che presto visiterà Teheran, e ha nominato una figura chiave come ministro del petrolio, Tareck El Aissami. La nomina di El Aissami, considerato da molti come un difensore della liberalizzazione dell’economia, sembra andare nella direzione intrapresa negli ultimi mesi da PDVSA. Stando a un documento visionato da Reuters, la compagnia petrolifera venezuelana sarebbe vicina a una svolta epocale che porterebbe alla vendita di importanti quote della stessa a imprese private straniere. Ciò garantirebbe denaro fresco per Maduro, mentre per gli alleati, un maggior controllo sulla compagnia consentirebbe una maggiore influenza sul paese e quindi una riduzione dei prestiti. Si eviterebbe così a Mosca, Pechino e Teheran, maggiori creditori, un’ulteriore esposizione finanziaria in un teatro secondario e dissestato economicamente.

Non sono mancate però le critiche: secondo il diplomatico venezuelano dissidente Gustavo Marcano, la nomina di El Aissami fa parte della strategia di Maduro volta a ripartire incarichi di rilievo a gruppi dediti al narcotraffico in cambio di sostegno al regime. El Aissami è considerato da Washington come uno dei principali referenti del partito Ba’ath e dell’Iran in Venezuela. Inoltre, l’attuale ministro del petrolio è accusato di aver gestito o supervisionato ingenti spedizioni di stupefacenti, comprese quelle con destinazione Stati Uniti. Per queste ragioni da febbraio 2017, l’Office of Foreign Assets Control (OFAC), un’agenzia sotto il controllo del Dipartimento del Tesoro che si occupa di far rispettare le sanzioni commerciali e finanziarie adottate dagli Stati Uniti contro individui e aziende, garantisce fino a 10 milioni di dollari di ricompensa a chiunque fornisca informazioni rilevanti, che possano portare all’arresto e alla condanna del neoministro del petrolio venezuelano.

Nel frattempo l’Iran, tramite le parole del portavoce del ministro degli esteri Abbas Mousavi, ha garantito che, nonostante le sanzioni americane, continuerà a rifornire il Venezuela se Caracas lo richiederà in futuro. Sempre secondo Reuters, lo stesso presidente Rohani avrebbe dichiarato all’emiro del Qatar durante una conversazione telefonica, che se gli americani causeranno problemi alle navi iraniane nei Caraibi, Teheran non rimarrà a guardare. A dare manforte a questa dichiarazione ci ha pensato un’agenzia di stampa iraniana vicino ai Guardiani della rivoluzione. Secondo quest’ultima, le forze navali iraniane sarebbero state pronte a colpire le navi commerciali statunitensi nel Golfo Persico e nel golfo di Oman il mese scorso, nel caso in cui le forze statunitensi avessero interferito con le petroliere iraniane dirette in Venezuela.

Il segretario di Stato Pompeo ha ironizzato, sostenendo che «le forniture iraniane al Venezuela sono appena sufficienti per garantire carburante al paese per due settimane». Tuttavia, dietro questa dichiarazione, si nascondono tutti i limiti della strategia della “massima pressione”, portata avanti, infruttuosamente, da Washington contro i due paesi. Questa strategiavoluta da Trump – e che avrebbe dovuto portare, attraverso sanzioni e altre forme di pressioni economiche, alla caduta di Maduro con la conseguente affermazione di Guaidó,sembra essersi arenata. Anche in Iran, a dispetto delle sanzioni americane e delle recenti manifestazioni scoppiate a causa dell’aumento dei prezzi del carburante, poi trasformatesi in proteste contro il governo e la guida suprema Khamenei, il potere non mostra segni di una imminente sfaldatura. La Casa Bianca poi deve anche fare i conti con pesanti problematiche interne: la pandemia, le rivolte contro il razzismo che imperversano in molte città e il costante calo di popolarità del presidente Trump. In questa situazione, un intervento militare in Venezuela potrebbe far distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica da altri temi, ma appare fortemente improbabile una mossa di tale portata prima delle elezioni di novembre. Per adesso Washington osserva preoccupata.