L’Asia-Pacifico tra aggressività cinese e acquiescenza globale

Mentre l’attenzione del mondo era concentrata su Singapore per l’incontro tra il Presidente Trump e il dittatore nordcoreano Kim, un avvenimento, apparentemente minore, ribadiva l’impegno e la determinazione degli Stati Uniti a rimanere protagonisti e garanti dello status-quo nell’area Asia- Pacifico, e a non abdicare al proprio ruolo politico-economico-militare lasciando il passo alla egemonia cinese, con tutte le epocali conseguenze che ciò comporterebbe.

L’Asia-Pacifico tra aggressività cinese e acquiescenza globale - Geopolitica.info

L’evento in questione è stata la solenne inaugurazione a Taipei della nuova sede della rappresentanza USA a Taiwan, dal 1979 denominata “American Institute”. Un imponente e modernissimo edificio di oltre 14.000 mq nel quale lavoreranno 500 funzionari di tutte le istituzioni governative statunitensi.

E le parole pronunciate durante la cerimonia, alla presenza della Presidente Tsai, da parte USA con l’Assistant Secretary of State Marie Royce, il Rappresentante a Taiwan Kin Moy e i parlamentari giunti da Washington, hanno confermato gli impegni americani nei confronti della libera e democratica Taiwan, alla quale – nel tracciato bipartisan seguito da tutte le Amministrazioni succedutesi dal 1979 (quando Carter riconobbe la RPC) con il sostegno costante e unanime del Congresso – gli Stati Uniti garantiscono adeguate forniture militari per mantenere alta quella deterrenza indispensabile a scongiurare che le continue minacce cinesi passino dal campo della verbosità provocatoria alla scellerata aggressione, con le immaginabili tragiche conseguenze.

Il 2 giugno le stesse chiare conferme, allo stesso tempo in funzione di rassicurazione per tutti (e di mònito al regime sino-comunista), erano arrivate dal Segretario alla Difesa, Jim Mattis, nel suo discorso al Seminario sulla sicurezza strategica in Asia svoltosi a Singapore.

Queste affermazioni, reiterate con sempre maggiore frequenza da parte USA, sono evidentemente da mettere in relazione con la crescente aggressività cinese nel Pacifico, politica e militare, rivolta, con provocazioni di ogni tipo, non solo verso Taiwan – con l’effetto di far crescere, come mai prima, il sentimento anticinese nella popolazione taiwanese – ma anche verso le altre nazioni dell’area, tutte preoccupate e allarmate, dal Giappone ai piccoli stati insulari, questi ultimi oggetto di una colonizzazione attuata con prestiti finanziari che si sono sempre trasformati in cappi al collo, dai quali questi stati non sono più riusciti a liberarsi.

Accanto a queste comprensibili ipersensibilità dei paesi dell’Asia-Pacifico vi è, da parte occidentale ed europea, la percezione delle azioni internazionali cinesi come una sfida permanente di carattere economico. Sono di queste ore le notizie sui dazi imposti dagli Stati Uniti dopo mesi di polemiche sulle accuse di furti di proprietà intellettuale perpetrati contro aziende statunitensi presenti sul mercato cinese. Oppure, si pensi al cosiddetto “dumping”, ossia alla pressione esercitata dalle esportazioni cinesi basate, secondo i critici, su una produzione a basso costo in grado di danneggiare altre economie, come quelle europee.

L’aspetto che sembra mancare nel dibattito occidentale è la consapevolezza del fatto che la spregiudicatezza di Pechino – attuata con le modalità tipiche dei regimi comunisti – non si è mai fermata all’ambito economico, ma si è sviluppata seguendo varie direttrici, a mano a mano che il peso della Cina cresceva sulla scena mondiale. Infatti, tralasciando gli aspetti prettamente commerciali ed economici, si potrebbero citare vari settori o ambiti sui quali si sono concentrate le attività oltreconfine del regime di Pechino, tra le quali spiccano la cultura o l’università.

Si prenda ad esempio la vicenda esplosa nel 2017, quando centinaia di pubblicazioni della Università di Cambridge (testi dedicati ai drammatici eventi della storia cinese contemporanea, come le carestie degli anni ’50/‘60 in Cina e la cosiddetta “Rivoluzione Culturale”, che hanno causato decine di milioni di morti e tremende sofferenze umane, o i vari conflitti susseguitisi negli anni sui confini cinesi) furono rimosse dalla casa editrice gestita dall’Università inglese, in seguito a una perentoria pretesa del regime di Pechino. Fu un evento che si risolse, a seguito di veementi polemiche nel mondo accademico, con la retromarcia dell’Università di Cambridge, e la ri-pubblicazione degli articoli rimossi dal database della casa editrice; ciò nondimeno, fu un chiaro e inquietante segnale di quanto la Cina intendesse (e intenda) far pagare la sua crescente influenza internazionale.

Tuttavia, per avere il polso di quale sia la spregiudicatezza di Pechino nei rapporti internazionali non bisogna andare molto lontani dai confini cinesi. Si potrebbero citare le innumerevoli dispute nel Mar Cinese Meridionale, tra cui quella relativa alle isole Spratly dove nel 2015, a seguito di rivendicazioni avanzate da più parti per decenni, e svariate violazioni degli accordi tra i principali paesi coinvolti, il regime cinese decise di installare una base militare in uno degli atolli delle Spratly, dando inizio a esercitazioni e attività di varia “natura” che hanno, ovviamente, determinato proteste da parte di paesi vicini e lontani, tra i quali gli Stati Uniti, che temono il ripetersi su altre isole di queste occupazioni militari.

Anche in questo discorso, però, il miglior termometro dell’imperialismo della Repubblica popolare cinese consiste, ancora una volta, nell’isola di Taiwan. Al di là delle innumerevoli azioni discriminatorie perpetrate da Pechino nei confronti di Taipei sul piano internazionale negli ultimi due anni, sulle quali questa rubrica ha dato puntuale conto, sono molteplici e sempre più frequenti, nel 2018, le azioni ostili cinesi contro Taiwan colpevole di non avere alcuna intenzione di suicidarsi nella unificazione con il Continente, unificazione respinta dalla volontà democraticamente espressa del popolo taiwanese che ben comprensibilmente rifiuta lo scenario di passare dall’essere cittadini di una società dove tutte le libertà, personali e pubbliche, sono pienamente affermate e rispettate, a proprietà di un regime comunista.

Nel gennaio scorso, ad esempio, il governo cinese aveva bloccato l’accesso al sito web della società alberghiera americana Marriott International, colpevole di riferirsi a Taiwan come paese. Oltretutto, tra gennaio ed aprile, l’amministrazione dell’aviazione civile cinese aveva preteso che 36 compagnie aeree internazionali, tra cui l’Alitalia, cessassero di indicare singolarmente Taiwan, minacciando misure legali punitive e procedimenti amministrativi contro queste compagnie, nel caso in cui non avessero obbedito alle loro pretese.

Richieste che, a parte l’aspetto grottesco, sono al di fuori di qualsiasi quadro legale di riferimento, dato che nell’ordinamento statunitense (come nella stragrande maggioranza degli ordinamenti occidentali) Taiwan e Cina sono sempre state considerate entità sovrane distinte, regolate da diversi accordi, atti legislativi e sentenze. Per cui, le compagnie aeree minacciate da Pechino non solo avevano (e hanno) il pieno diritto di inserire tra le proprie destinazioni Taiwan (senza alcun riferimento alla RPC), ma le pressioni cinesi avevano come obiettivo anche quello di spingere le compagnie prese di mira a violare apertamente le leggi e gli ordinamenti dei propri paesi.

Mosse che non sono passate inosservate ai governi interessati, a partire dalla Casa Bianca, che ha descritto le azioni della Cina come “assurdità orwelliane“, sottolineando insieme ad altri governi, come quello australiano, che verrà opposta resistenza a queste inaudite pressioni cinesi, che le imprese private non dovrebbero prendere in considerazione.

Queste vicende, come altre, potrebbero essere flebili segnali di un’inversione di tendenza della comunità internazionale nei confronti di modalità tanto spregiudicate quanto inaccettabili della politica estera cinese. Per quanto il regime dell’eterno Xi Jinping stia tentando di proporsi come nuovo campione della globalizzazione, si fanno sempre più esplicite le pesanti contropartite che la Cina vorrebbe ottenere in cambio del suo crescente ruolo strategico. E in questa partita il nodo di Taiwan rimane centrale, sia per gli equilibri del quadrante Asia-Pacifico sia per le prospettive di espansione (economica, territoriale e culturale) della Cina comunista.

Tuttavia, quel che lascia interdetti è l’atteggiamento remissivo e ancillare di molti altri paesi che, di fronte alle qui descritte attività cinesi, in giro per il mondo e nella propria area di riferimento geo-strategico, non sono ancora riusciti a sviluppare forme valide di contrasto e di sostegno alle realtà più vessate e minacciate dal bullismo cinese, a partire da Taiwan.

Nessuno nega che un certo grado di pragmatismo e ipocrisia siano necessari nel gestire i rapporti internazionali, in particolare con un gigante come la Cina comunista. Ma tra il pragmatismo e il servilismo, tra il dialogo e l’acquiescenza, tra la diplomazia e il mutismo, esistono differenze sostanziali che la comunità internazionale, e l’Occidente in particolare, dovrebbero tenere bene a mente. Nella storia, piegarsi di fronte a dittatori e satrapi non è mai stato foriero di buone cose per paesi e popoli di ogni tempo e continente.