L’arrivo di Xi Jinping in Italia. La via della seta non sarà solo commercio ma informazione.

L’Italia, rimasta indietro nella competizione economica con gli altri paesi UE sugli investimenti cinesi, si sta lanciando nella dubbia impresa di recuperare questo gap. La firma degli accordi relativi al memorandum di intesa oggetto della visita di questi giorni di Xi Jinping potrebbe aprire la strada ad una collaborazione lastricata d’oro per la classe politica ed imprenditoriale italiana, ma, nonostante le aspettative, avere conseguenze difficili da prevedere.

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L’ultimo accordo, sulla scia dal Memorandum of Understanding fra Cina e Italia, è quello siglato martedì al Maxxi di Roma, quasi in parallelo all’arrivo di Xi Jinping, tra Sole 24 Ore e Economic Daily Group, su almeno 30 collaborazioni per lo sviluppo di prodotti editoriali rivolti alle imprese italiane e cinesi. Accanto a questo accordo la firma di un memorandum tra Class Editori e l’agenzia di stampa Xinhua News Agency. I due colossi dell’informazione cinese che contano più di 100 milioni di follower sull’account New China e 180 istituti all’estero sono la voce del Partito Comunista nel mondo.

La Cina arriverà anche in tv grazie ad un accordo tra China Media Group e Mediaset attraverso il lancio della versione italiana dei “Classici citati da Xi”, prodotta da CMG che fa capo al Dipartimento di Pubbliche Relazioni guidato dal Partito Comunista Cinese. Si tratta di una serie di video in cui il Presidente Xi Jinping legge e cita i classici cinesi e offre spiegazioni sulla società e la cultura contemporanee cinesi. Una versione per il pubblico italiano che andrà in onda su Class Editori e TgCom24 di Mediaset.

Il vicecapo redattore di China Daily, Sun Shangwu ha ricordato che “l’Italia diventerà il primo paese G7 a entrare nella Nuova Via della Seta”. La collaborazione tra Italia e Cina nel settore dell’informazione perciò sarà fondamentale e svolgerà ruolo di “ponte” dell’iniziativa della Belt and Road verso il resto d’Europa.

Presente all’evento anche l’ambasciatore Li Ruiyu, che ha ribadito  il  messaggio auspicando una sempre maggiore cooperazione tra Italia e Cina per espandere l’influenza del modello cinese nei rapporti internazionali e nei consessi multilaterali.

Opportunità ma anche rischi

Nelle aziende che hanno sottoscritto questi memorandum, giornalisti e editori dovranno interfacciarsi con l’apparato di propaganda del PCC per produrre contenuti e notizie. L’esposizione dei network alla cautela e a forme di auto censura è solo un’ipotesi che però non va sottovalutata. Una cooperazione fra media italiani e cinesi potrebbe rivelarsi in certe occasioni anche un limite alla nostra libertà di informazione. Sebbene il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Vito Crimi abbia rassicurato su questo, il livello di libertà di parola concesso in Cina viola i principi base su cui il nostro ordinamento democratico si fonda.

Nulla di nuovo. Da anni molte organizzazioni internazionali denunciano le violazioni di queste libertà in Cina, la stessa Unione Europea avrà in agenda la difesa dei diritti delle minoranze cinesi, su cui Pechino esercita un forte controllo politico. al meeting Europa – Cina di Aprile. Come non è nuova la pratica di bandire i giornalisti occidentali scomodi e indesiderati dal Paese.

Per anni l’approccio cinese ai mezzi di comunicazione occidentali è stato prettamente difensivo ma da poco più di un decennio un sistema molto più pragmatico cerca spazio nella rete del mainstream globale dell’informazione. L’apertura della sede britannica della China Global Television Network CGTN, a Londra è forse uno dei casi più eclatanti di questa volontà di espansione dei media maturata sotto la leadership di Xi Jinping a partire dal 2016.

Alla narrativa cinese dell’apertura e del mutuo vantaggio, “leitmotiv” della cooperazione sul modello win-win del “socialismo con caratteristiche cinesi” di Xi Jinping. l’Italia sta dando ampio credito con questi accordi.

La cooperazione tra media italiani e media cinesi getta le basi per uno strettissimo rapporto tra i due paesi. Tanto stretto che seppure apparentemente lastricato d’oro si trova esposto al rischio di vedere intrecciarsi, interessi politici, economici e strategici sulla via della seta da Roma a Pechino.

Veniamo infine al resto del MoU. Di progetti lanciati ce ne sono diversi, ancora prima della firma di questo memorandum che ha e avrà sicuramente per l’Italia una valenza politica. Non va dimenticato, infatti, che uno degli obiettivi dell’Intesa potrebbe essere la cooperazione con l’Africa, in tre direzioni: la gestione del flusso migratorio, la disponibilità di accesso a nuovi mercati per le nostre imprese, nonché iniziative di sviluppo economico congiunto assieme ai Paesi africani. Nella visione del Sottosegretario Geraci, la cooperazione con la Cina potrà aiutare l’Italia ad arginare l’immigrazione illegale dall’Africa e offrire così sostegno concreto a politiche di sicurezza nell’area.

In ambito nazionale, i progetti i più discussi sono certamente quelli che riguardano le vie di comunicazione marittime, i porti che potrebbero potenzialmente fungere da accesso all’Europa delle merci cinesi e viceversa. Molto si è detto tirando spesso ad indovinare su quali e quanti sarebbero stati i porti scelti come approdo italiano alle vie della seta. Non è mai emersa infatti una chiara direzione degli investimenti cinesi verso un solo scalo. Presumibilmente non ci saranno investimenti faraonici in una grande opera ma una serie di finanziamenti mirati ad allacciare la viabilità tra i diversi paesi europei o balcanici che avranno firmato i MoU con la Cina. Un esempio in questa direzione è il caso di Venezia che già dallo scorso novembre, aveva ottenuto un investimento dalla Cosco Shipping Company per attivare un collegamento tra il Pireo e il terminal Vecon, accordo finalizzato a febbraio tra il presidente dell’autorità portuale del Nord Adriatico, Pino Musolino, e il CEO dell’autorità portuale del Pireo, Fu Chengqiu. Credo che dovremo abituarci a questo tipo di accordi. Su Trieste, ancora ieri Zeno D’Agostino, a capo dell’autorità di Trieste, si dichiarava disposto ad accettare anche finanziamenti americani, qualora questi dovessero bussare alla sua porta.

Quelli che vediamo oggi sono i risultati dell’intesa tra il governo di Xi Jinping e quello di Conte, come effetti della neo-costituita Task Force Cina voluta dal Ministro Di Maio e guidata dal Sottosegretario Geraci. Il rafforzamento della cooperazione Italia-Cina e l’evoluzione degli accordi delle ultime ore, sono il risultato della loro politica di apertura cinese. Operato che si era posto in linea di continuità con i governi precedenti: già Gentiloni nel 2017 era stato l’unico leader del G7 a partecipare al vertice BRI organizzato da Xi Jinping a Pechino. Ottimi rapporti con l’élite politica cinese intercorrevano anche con Matteo Renzi che più volte è stato invitato in Cina a titolo personale.

Oggi assistiamo ad una evoluzione, molto accelerata certamente dalla figura di Michele Geraci, ma non così inaspettata dei legami tra Roma e Pechino. Da un punto di vista prettamente geopolitico la centralità italiana nel Mediterraneo ne fa uno snodo naturale delle vie della seta ma agire isolata dall’Europa mette l’Italia in una condizione non sostenibile. Inoltre, rappresenta il preludio al sostegno incondizionato verso la politica estera di Pechino. In questa delicata situazione l’Italia non dovrebbe sottovalutare l’impostazione tuttavia autoritaria del suo governo.

Il rischio quindi è che la firma del Memorandum possa autorizzare il sistema economico italiano o parte del suo sistema-paese a sottoscrivere accordi e collaborazioni senza vagliare politicamente la natura degli interlocutori con cui si confronta, diventando una sorta di lascia-passare pericoloso per la Cina in Italia.

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