L’Arabia Saudita e il difficile equilibrio tra diversificazione, identità e reputazione internazionale

Negli ultimi anni l’Arabia Saudita ha lanciato un progetto di diversificazione economica sotto la spinta del principe ereditario Mohammed Bin Salman. Vision 2030 è il progetto su cui la casa saudita sta fortemente puntando per ottenere il risultato desiderato: rendere maggiormente indipendente l’economia saudita dal petrolio e dai settori che ne derivano. Ma il regno potrebbe essere intrappolato nella morsa di due necessità potenzialmente conflittuali: quella di modernizzare il suo sistema economico e quella di mantenere salda la legittimazione politica derivante dal wahhabismo. In aggiunta, a livello internazionale la casa saudita vive un momento di transizione di reputazione e si sta impegnando a rilanciare la sua immagine.

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La maledizione delle risorse nel futuro saudita 

Nel dibattito politologico si parla spesso di “maledizione delle risorse” per quelle economie che dipendono esclusivamente dalle risorse naturali. Il filone di ricerca che si concentra sulla maledizione delle risorse studia gli effetti che le risorse naturali esercitano sui regimi politici e le loro istituzioni (Auty, 1993). Uno degli effetti negativi studiati è la mancanza di diversificazione dell’economia (Venables, 2016) e a molti dei paesi che soffrono di questa carenza è consigliato attuare quelle riforme necessarie a rendere l’economia meno dipendente da un’unica risorsa (Ross, 2017). Sicuramente uno dei paesi che soffre di questa sorta di maledizione è l’Arabia Saudita. Secondo il Country report del Fondo Monetario Internazionale dedicato al regno saudita nel 2019 il petrolio è fonte diretta del 40% del PIL. Inoltre, equivale al 70% delle entrate fiscali del regno e all’80% dell’export. Le ultime vicende che riguardano il petrolio dimostrano quanto sia rischioso dipendere da un’unica risorsa naturale.

I due principali problemi legati a questa dipendenza sono l’esposizione agli shock temporanei nel mercato, e soprattutto i cambiamenti di lungo periodo che potrebbero portare a un costante calo della domanda di petrolio. Specialmente in questo momento storico in cui il prezzo del petrolio è sceso in modo considerevole, è evidente quanto sia importante diversificare la propria economia e cercare altre vie di sviluppo economico. Questo richiederà il cambiamento del paradigma di rentier state, che provvede al sostentamento della popolazione attraverso le risorse ricavate del petrolio con un ruolo marginale lasciato al settore privato. Secondo il report dell’FMI, milioni di posti di lavoro potrebbero essere necessari nei prossimi cinque anni, e questo incontrerebbe le esigenze di una crescente fetta di giovani sauditi pronti ad entrare nel mondo del lavoro.

Il difficile compito di conciliare Vision 2030 e il wahhabismo 

Proprio per rispondere alle esigenze di una diversificazione economica nel 2016 è stato lanciato il progetto Vision 2030. L’Arabia Saudita si propone come futuro attore internazionale di assoluta rilevanza anche a livello economico cercando di rendere maggiormente attrattivo il paese agli occhi degli investitori. Tra gli obiettivi possiamo scorgere la volontà dimigliorare la qualità della vita, anche attraverso lo sviluppo dell’intrattenimento e dello sport, la crescita di rilevanza del settore privato, e la promozione del turismo che dovrebbe avere come fulcro i luoghi di culto islamici. Inoltre, si specifica l’obiettivo di potenziare il settore industriale e di avvicinare il sistema educativo agli standard internazionali. L’emblema delle ambizioni di Mohammed Bin Salman è Neom, la città a cui dovrebbero spettare finanziamenti pari a circa 500 miliardi di dollari, che nelle intenzioni iniziali dovrà essere una colossale smart city affacciata sul Mar Rosso. Per portare avanti il piano di imponenti riforme Mohammed Bin Salman ha iniziato una lotta alla corruzione interna e al dissenso, ma questo ha portato anche alla eliminazione fisica e alla repressione degli oppositori. La violenza mostrata dal principe ereditario conferma come il cambiamento perseguito richieda uno scontro interno di non facile risoluzione. La fazione del paese che potrebbe osteggiare il percorso di riforme economiche nel lungo periodo è sicuramente quella wahhabita, che è anche la fonte identitaria per eccellenza del paese.

L’interpretazione ultraconservatrice dell’islam è la peculiarità del wahhabismo, il quale ha accompagnato le conquiste e la legittimazione dei Saud fin dalle origini del regno (Al-Rasheed, 2002). La legittimazione dello stato si fonda quindi sul conservatorismo religioso e l’obiettivo posto dalle riforme dal principe ereditario rende la stabilità politica interna (anche a livello di establishment) molto fragile. Proprio il principe ereditario si è posto l’obiettivo di ridimensionare il conservatorismo dell’Islam in Arabia Saudita, ritenuto un fattore anomalo e caratteristico dei soli ultimi trent’anni. Insomma, Mohammed Bin Salman sembra voglia rimodellare la narrazione identitaria dell’Arabia Saudita che ne ha caratterizzato fin qui storia, legittimazione e istituzioni. 

La difficile collocazione identitaria e la reputazione internazionale

Il riformismo di Salman che apre alla modernizzazione economica nel lungo periodo potrebbe scontrarsi con il rifiuto del clero wahhabita. Il principe ha già messo in atto la repressione nei confronti dell’islam più radicale, e il rapporto con il dissenso interno è complicato e motivo di imbarazzo per la casa Saudita. L’uccisione del giornalista Khasoggi nel consolato di Istanbul è stato un duro colpo per la reputazione internazionale dell’Arabia Saudita che si è ritrovata con i riflettori puntati dalla comunità internazionale e da varie organizzazioni per i diritti umani. Una immediata conseguenza è stata la mancata partecipazione all’evento “Davos in the desert” nel 2018 da parte di alcuni CEO di importanti aziende come Google. Anche la guerra in Yemen combattuta per arginare l’influenza iraniana nella penisola arabica è diventata oggetto di critica per gli attacchi indiscriminati sui civili. Una delle strategie che sembra aver messo in atto il regno per ripulire la sua immagine a livello internazionale è quella dello sportswashing. Infatti, l’Arabia Saudita ha cominciato ad ospitare finali nazionali calcistiche (come la Supercoppa Italiana) e incontri sportivi internazionali di assoluto rilievo, come per esempio il confronto tra Joshua e Ruiz per l’assegnazione del titolo mondiale di boxe.

Negli ultimi mesi un fondo sovrano saudita si sta impegnando per l’acquisto del Newcastle, squadra che milita nella Premier League inglese. L’obiettivo di questa strategia è quello di oscurare tutte le critiche legate alla repressione dei diritti umani e del dissenso interno offrendo l’immagine di un paese pronto ad aprirsi al mercato e agli investimenti esteri. Non sarà facile, perché la disapprovazione che ha travolto il regno dopo l’uccisione di Khasoggi è ancora oggi difficile da gestire. Inoltre, l’Arabia Saudita si ritrova a dover affrontare un indebolimento dell’alleanza storica con gli Stati Uniti che ha raggiunto uno dei punti più bassi con la guerra dei prezzi del petrolio. Un’alleanza che, dopo l’indipendenza energetica raggiunta negli ultimi anni dagli Stati Uniti, risulta ormai fondata principalmente sull’avversione al comune nemico nel Medio Oriente: l’Iran. Per concludere, si sottolinea come l’Arabia Saudita si trovi in un momento di delicata transizione e sia nel bel mezzo di un bivio decisivo. Identità e riformismo si stanno confrontando all’interno del regno e questo scontro mette in evidenza tutti i limiti dell’apertura riformista di Mohammed Bin Salman. La continua oscillazione tra mutamento e repressione violenta non aiuta l’immagine a livello internazionale dell’Arabia Saudita alla quale non può bastare il solo sportswashing per convincere gli stakeholders internazionali a fidarsi dei propri progetti.