L’aquila, appollaiata sul minareto, tiene a bada il dragone.

L’emergenza derivata dalla pandemia non ha risparmiato nessun Paese del globo. La Cina, paese da cui ha originato il virus, ne ha contenuto l’effetto devastante in pochi mesi grazie ad un rigido protocollo di sicurezza, fatto che ha consentito a Pechino di intraprendere da marzo una rilevante politica di aiuti a molti Paesi colpiti e che le permetterà di guadagnare spazio e influenza, soprattutto in Europa. Il contagio ha colpito anche la principale potenza mondiale, gli USA, non impedendole però di continuare a perseguire precisi obiettivi internazionali, diversificati e in più quadranti, compreso quello mediorientale.Vasto paese dell’area, l’Iran attraversa una crisi economica che dura da più di un anno, causata da sanzioni e misure restrittive. A questa difficile situazione si aggiunge il COVID-19, che porta l’Iran in vetta alla drammatica classifica dei decessi in Medio Oriente. Teheran chiede a Washington una riduzione delle sanzioni sui prodotti medico-sanitari, il cui mancato successo sembra confermare il perseguimento, da parte americana, di una strategia di massima pressione. Le attuali relazioni internazionali tra Iran e USA sono il punto d’arrivo di una lunga storia tormentata e complessa.

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La questione nucleare nelle relazioni USA-Iran

Con la fine della Seconda Guerra Mondiale, priorità degli USA in Medio Oriente sono il contenimento dell’Unione Sovietica, l’accesso alle enormi risorse energetiche della regione e la stabilità politica israeliana. Per circa 35 anni i rapporti politico-diplomatici fra Teheran e Washington sono positivi: l’Iran sostiene gli USA grazie al suo importante ruolo nell’OPEC e nel Golfo Persico, gli USA  appoggiano lo Shah durante il colpo di stato contro Mossadeq.Firmato nel 1957 l’accordo di cooperazione per lo sviluppo del nucleare civile, l’Iran diviene alleato strategico e principale fornitore di gas e petrolio degli USA. Nel 1970 Reza Palhavi ratifica il Trattato di non proliferazione, circoscrivendo le conoscenze scientifiche e tecnologiche al solo uso civile. Dopo la rivoluzione islamica del 1979, per incompatibilità con il credo sciita, l’ayatollah Khomeini interrompe il programma nucleare. Durante la guerra con l’Iraq di Saddam Hussein, l’Iran riavvia il proprio programma nucleare in violazione del Trattato, da cui deriva una serie di soluzioni diplomatiche proposte da Parigi, Berlino e Londra, nell’intento di convincere Teheran ad aderire ai protocolli dell’Agenzia per l’energia nucleare. Nel frattempo l’Iran rivendica il diritto di proseguire il proprio programma nucleare nel rispetto del Trattato. Dal 2003, con la caduta di Saddam Hussein, inizia per l’Iran un processo di riaffermazione nella regione tramite la riconquista degli spazi perduti nel ventennio precedente. Dinamica, pare, sottovalutata da parte degli Stati Uniti e che suscita l’atteggiamento ostile di Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti. Nel 2005, con le elezioni di Ahmadinejad, il presidente iraniano rivendica il diritto del Paese di proseguire il programma di arricchimento, rigettando gli accordi precedenti con l’UE-3. Fin dal 2008 è intenzione del presidente statunitense Obama superare l’empasse diplomaticamente: in occasione delle contestate rielezioni nel 2009 di Ahmadinejad, il governo americano temporeggia nel condannare il governo iraniano per le gravi violazioni dei diritti umani, denunciate dal Movimento Verde. Nel contesto delle Primavere Arabe del 2011, l’Iran aumenta il controllo in Iraq dopo il ritiro degli USA, contrasta l’ISIS ed è vicino ad Assad in Siria e ai ribelli Houthi in Yemen. Nel 2013, con l’arrivo del presidente pragmatista Hassan Rohani, si riscontra un miglioramento delle relazioni diplomatiche. Obama riconosce all’Iran il diritto di proseguire il programma nucleare, nel solo ambito civile e nel rispetto del Trattato. Nel 2015, la firma del JCPOA (Joint Comprehensive Plan Of Act) annulla le sanzioni derivate dalla risoluzione 1747, in cambio dell’eliminazione della quasi totalità delle riserve di uranio a medio e basso arricchimento e una drastica riduzione di centrifughe a gas. L’Iran è interlocutore internazionale: nasce nella regione un vero e proprio asse tra quei paesi che cercano di isolarlo, supponendolo emergente “potenza egemone”, legittimata dall’esterno.Dopo l’uscita di Trump dal JSPOA nel maggio 2018, nuove sanzioni indeboliscono l’economia iraniana, a seguito della pressione sull’esportazione del greggio.


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Investimenti cinesi in Iran: un processo travagliato

Fino ad allora la Cina, maggior importatore di greggio del pianeta, sfrutta al massimo i benefici del JSPOA, aumentando le importazioni dall’Iran ed elevandone la collaborazione a Partnership Strategica Globale. Le sanzioni americane, però, costringono Pechino a rivolgersi ad altri Paesi come l’Arabia Saudita. Questo si traduce nella diminuzione del 60% degli acquisti di greggio iraniano nel 2019 rispetto all’anno precedente. Dal 2000 Pechino investe economicamente in Medio Oriente. L’Iran occupa una posizione geografica di rilievo all’interno del mastodontico progetto cinese della BRI (Belt and Road Initiative). Uno dei corridoi terrestri che collegherà l’Oriente all’Europa attraversa Teheran per proseguire in Turchia, costituendo il fulcro del passaggio mediorientale del ponte eurasiatico. Gli investimenti cinesi sono perciò concentrati nella costruzione della linea ferroviaria Teheran-Isfahan e nella elettrificazione della tratta Teheran-Mashhad. Ma la difficile situazione mediorientale attuale (guerra siriana in primis) e la guerra dei dazi innescata da Washington, costituiscono un evidente ostacolo ai progetti cinesi. Pechino, fedele alla sua politica di non interferenza, preferisce adattarsi ad ogni situazione, cercando di trarre il massimo vantaggio dai rapporti economici con i Paesi della regione, senza “inimicarsi” troppo gli USA. In questo complicato mosaico si inserisce l’accordo commerciale del 15 gennaio 2020 con gli USA, il cui settimo capitolo impone alla Cina di acquistare, tra il 2020 e il 2021, 200 miliardi di dollari di merci americane in più rispetto al 2017. In cambio la Trade war iniziata da Trump nel marzo 2018 si arresta, con il dimezzamento di parte dei dazi esistenti. Nonostante il governo cinese si sia dichiarato impermeabile ai dazi statunitensi, l’esoso impegno economico derivato dall’accordo conferma quanto il ridimensionamento delle gabelle sia vitale per l’economia di Pechino, in difficoltà. 

Un mondo post-americano?

In posizione difensiva rispetto all’incedere del progetto BRI, strumento che potrebbe elevare la Cina a principale attore economico del pianeta, gli USA sembrano trarre vantaggio dalla prudente politica del dragone, sempre più orientata a scopi commerciali. L’America di Trump resta dunque all’offensiva, e il propagandato disimpegno americano sembra essere ingannevole: affinché in Medio Oriente non emerga un egemone, riprende piede la strategia del contenimento, che passa per l’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani, a capo di al-Quds. Auspica forse l’America un cambio di regime? Certo è che l’Iran sembra non avere alcuna capacità egemonica in Medio Oriente, a causa della presenza di Israele e a causa di quei Paesi arabi che, per ragioni etnico-culturali, sono poco disposti a ricadere nella sfera di influenza persiana.


Un mondo post-americano sembrerebbe, oggi, un ossimoro.