L’approccio di Singapore nel contenere la pandemia riflette il suo modo di essere Stato

Fino ad Aprile, Singapore riportava pochi casi di Covid-19 e nessun decesso, ma solo un mese e mezzo dopo, intorno al 20 Maggio, i positivi erano diventati 30,000 (23 morti). Il reflusso aveva costretto il governo a prendere misure più stringenti, e molti notiziari internazionali avevano gridato al fallimento di quello che, per i primi due mesi, era stato applaudito come modello esemplare nel contenimento dell’epidemia, insieme a quello Taiwanese. Invece che rappresentare l’inadeguatezza di un sistema, però, l’attuale situazione epidemica di Singapore potrebbe semplicemente essere uno specchio della sua complessa struttura socioeconomica, della sua diplomazia articolata e, in definitiva, del suo modo di essere Stato.

L’approccio di Singapore nel contenere la pandemia riflette il suo modo di essere Stato - Geopolitica.info

Per comprendere l’essenza distintiva di Singapore non serve neppure entrare nella città vera e propria: uno scalo di qualche ora all’aeroporto Changi (miglior aeroporto del mondo per l’ottavo anno consecutivo) è sufficiente per ammirarne l’organizzazione meticolosa, la pulizia, il gusto estetico, e una certa attenzione per il comfort dei viaggiatori. Impossibile non notare la composizione multiculturale dell’umanità che lo popola: spiccano i cinesi, affermata borghesia locale, i malesi autoctoni, e infine gli indiani. A proposito di questi ultimi, la maggior parte di loro svolge nei terminal i lavori più umili, come spazzini, addetti alle pulizie, facchini. Senza di essi, il magnifico aeroporto Changi non potrebbe offrire il servizio per cui è famoso.

Dei 5,8 milioni di persone che vivono nella città-stato (con i cinesi quale etnia dominante), quasi un milione e mezzo sono lavoratori stranieri, perlopiù manovali da India, Bangladesh, e Sri Lanka. Questi migranti, che alloggiano in strutture private spesso sovraffollate e con carenti condizioni igieniche, vengono “importati” tramite canali preferenziali e percepiscono uno salario di circa 600 dollari. Di per contro, a un professionista straniero che venga assunto a Singapore tramite un normale contratto di lavoro, deve essere corrisposto per legge un salario equivalente a quasi 3,000 dollari statunitensi. Singapore è il terzo paese del mondo per PIL pro capite a parità di potere d’acquisto (conteggio in cui i lavoratori stagionali dall’Asia meridionale non vengono ovviamente inclusi) e, negli ultimi anni, si è classificata nelle primissime posizioni delle classifiche di paese più competitivo, per facilità di fare impresa e libertà economica.

Gestione dell’epidemia

La proverbiale efficienza della “città del leone” si è manifestata nelle prime fasi della lotta al Covid-19: già da inizio febbraio, un sofisticato sistema di rilevazione e tracciamento era in grado di individuare la catena di trasmissione in sole 24 ore dal riscontro di positività; agli indiziati era richiesto di isolarsi nella propria abitazione, condizione che ha evitato il sovraffollamento degli ospedali e il collasso del sistema sanitario. Alle operazioni di tracciamento hanno preso parte anche le forze di polizia che, grazie ai loro sviluppati strumenti di sorveglianza e gestione dei dati, sono state fondamentali nel lavoro di contenimento.

Il direttore generale dell’OMS Ghebreyesus ha definito quello di Singapore “un buon esempio di approccio governativo a tutto tondo”; per quanto criticato e condannato per il suo operato nelle fasi iniziali della pandemia, in questo caso Ghebreyesus non avrebbe potuto usare una definizione più calzante. Questo approccio, pressoché irrealizzabile per la maggior parte degli altri paesi, è stato reso possibile dalla natura stessa della città-stato asiatica, dove una fazione politica dominante esercita un fermo controllo sulla legislazione, il servizio d’informazione si fa strumento dell’apparato statale, e dove si assiste a un’abitudinaria collaborazione da parte dei cittadini, che accettano di buon grado l’alto grado di sorveglianza richiesto per massimizzare il contenimento del virus.

Queste condizioni danno vita a un modello ottimale: dalla rapida impartizione delle istruzioni, alla tecnologia avanzata nel trattamento del caso individuale, fino alla fiducia che la popolazione ripone nella competenza e vigilanza delle autorità.

Un ultimo elemento di spicco è quello della totale separazione fra le classi sociali che, come abbiamo visto, trova in Singapore un esempio estremamente istituzionalizzato: la ricca classe borghese e i lavoratori migranti stipati nei dormitori ne sono l’esempio più eclatante. Nelle scarse condizioni igieniche e organizzative di questi ultimi, il Covid-19 ha trovato uno spiraglio per salire alla ribalta anche nell’impeccabile infrastruttura di Singapore. A dire la verità, i due gruppi sociali sono separati in compartimenti stagni: forte della propria trasparenza, la legislatura isolana riesce a segregare questa enorme massa umana in quarantene remote pur rispettando, comunque, gli accordi presi in precedenza: erogazione dell’intero salario e di tre pasti al giorno. Che il contagio si diffonda dai migranti ai cittadini è, in fin dei conti, un’eventualità piuttosto remota.

Gestione delle relazioni

Questa gestione delle risorse evidenzia anche i rapporti che Singapore intrattiene con gli altri attori internazionali. Infatti, pur avendo sospeso gli ingressi ai viaggiatori provenienti da alcune aree critiche (Nord Italia, Corea del Sud, Iran), Singapore aveva cercato di mantenere aperto il canale con i suoi principali partner il più a lungo possibile, specialmente con i paesi d’origine dei lavoratori migranti; con loro i confini sono rimasti operativi fino al 22 Marzo, quando i contagi sono tornati a salire (l’80% dei quali “importato” da chi rientrava dall’estero). Fra questi paesi, come già menzionato in precedenza, l’India occupa un posto speciale.

Questo modo di porsi riflette in toto la valenza delle relazioni bilaterali fra i due paesi, peraltro rafforzate dalla componente etnica indiana a Singapore: la città-stato si avvale dei vantaggi legati alla forza lavoro (norme più flessibili in materia di visti) e al commercio (la metà delle esportazioni di Singapore verso l’India sono in realtà “ri-esportazioni” di beni in precedenza importati dallo stesso paese – petrolio, componenti meccaniche, pietre preziose); Nuova Delhi, dal canto suo, ha adottato Singapore come suo sponsor nel sud-est asiatico, considerandola a tutti gli effetti la punta di diamante della sua politica di “Look East”.

Sul versante cinese, parallelamente, mentre è ormai evidente la diffidenza mostrata da diverse nazioni verso l’approccio di Pechino, Singapore si è espressa con tutt’altro tono: la presidente Halimah Yacob scriveva il 24 febbraio una lettera a Xi Jinping, complimentandosi per la “rapida, decisa, e onnicomprensiva” gestione dell’epidemia. Singapore si impegnava a fornire presidi medici e un fondo di assistenza per aiutare la Cina a superare le difficoltà legate al virus, e dava credito all’operato cinese quale elemento fondamentale della cooperazione internazionale volta a fermare la pandemia (in netto contrasto con le più recenti dichiarazioni americane). Già a metà febbraio, Singapore era stata in grado di rimpatriare i cittadini cinesi provenienti da Wuhan che avevano importato il virus nell’isola.

Come in molte altre nazioni, la risposta di Singapore all’epidemia è volta principalmente a salvaguardare l’interesse dei propri cittadini. A differenza delle altre, però, Singapore si è ormai affermata nel mondo come un campione di multiculturalità e libertà di circolazione. Il suo benessere dipende in larga parte dai rapporti fruttuosi che intrattiene con gli altri paesi, e dalla vasta platea di lavoratori migranti che fungono da carburante per il motore della città-stato. Potrà questo impianto restare in piedi in seguito alle chiusure forzate del Covid-19? Il paese si troverà forse costretto a rivedere la struttura stessa su cui si fonda il suo modello sociale ed economico.