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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaL'approccio "attendista" nella crisi del Mar Rosso

L’approccio “attendista” nella crisi del Mar Rosso

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La differenza sostanziale d’approccio tra Stati Uniti e Paesi europei sulla crisi del Mar Rosso è legata alla percezione del rischio di escalation regionale in caso di attacchi diretti contro gli Houthi in Yemen.

Stati Uniti e Regno Unito hanno scelto di bombardare le postazioni di lancio e stoccaggio di missili e droni degli Houthi nei giorni scorsi – con Washington che ha anche portato avanti missioni in autonomia – mentre Paesi come l’Italia e la Francia cercano una maggiore differenziazione rispetto alle scelte di Prosperity Guardian.

Ad esempio, l’Italia ha firmato la dichiarazione politica sulla sicurezza del Mar Rosso ma non ha appoggiato la scelta angloamericana di bombardare lo Yemen, con la Farnesina che ha spiegato come l’obiettivo di Roma resti quello di evitare l’allargamento della guerra tra Israele ed Hamas su base regionale e la trasformazione della crisi di Bab el-Mandeb in un conflitto aperto con il coinvolgimento dell’Iran.

La presenza nel Mar Rosso della fregata multiruolo Fasan della Marina Militare è legata all’operazione Mediterraneo Sicuro ed ha come obiettivo la protezione del naviglio mercantile battente bandiera italiana presente in quelle acque e non l’annichilimento del potenziale offensivo degli Houthi. In altre parole, il compito dei militari italiani è solo ed esclusivamente di natura difensiva, anche perché la linea del governo di Roma – confermata tanto dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani, quanto da quello della Difesa, Guido Crosetto – è quella di non esasperare i già delicati equilibri dell’area.

Il rischio che seguendo una linea di politica estera non interventista – che viene costantemente alimentata anche dagli obblighi politico-parlamentari connessi alle scelte italiane in tal senso – Roma possa non difendere i propri interessi nazionali nel Mar Rosso, dunque nel Mediterraneo, appare molto concreto.

Come ha scritto Antonio Li Gobbi, non solo buona parte del nostro interscambio commerciale utilizza la rotta di Suez, ma le infrastrutture portuali italiane servono da punto di arrivo e partenza di merci destinate o provenienti dal Nord Europa. Merci che transitano da Suez e dal Mar Rosso. La rotta del Capo, che la gran parte delle compagnie di navigazione sta scegliendo in questo frangente per la pericolosità di quella Bab el-Mandeb-Suez causata dagli attacchi Houthi, danneggia notevolmente i porti italiani e favorisce quelli dell’Europa settentrionale, in particolare Amburgo e Rotterdam, che di scali come Gioia Tauro, Genova e Trieste sono concorrenti.

Sotto il profilo militare, occorre ricordare che un approccio eminentemente difensivo, nel caso in cui il nemico adotti una condotta da “pirata” e vada a minare i traffici commerciali in un punto strategico, non può risolvere la crisi. Spiegando le motivazioni del primo raid contro gli Houthi, l’amministrazione statunitense ha dichiarato che un attore non statuale non può mettere a repentaglio una rotta commerciale cruciale come quella tra Mediterraneo e Oceano Indiano senza aspettarsi delle conseguenze e delle reazioni.

La condotta ondivaga di Russia e Cina sulla questione ha spinto l’amministrazione Biden a rivestire il ruolo di garante della sicurezza collettiva. Del resto, garantire la libertà di navigazione è sentito come una priorità geostrategica e come un “obbligo” politico per qualunque potenza che abbia capacità ed ambizioni di portata globale, ma anche regionale.

Inoltre, l’impossibilità di prolungare sine die la presenza di un dispositivo navale internazionale nel Mar Rosso fa propendere per una risoluzione rapida e manu militari della crisi causata dagli Houthi. Il ricorso allo strumento militare è praticamente obbligato in questo scenario, laddove una forza più potente e temibile rimane l’unico leverage funzionale al contenimento di minacce come quella degli Houthi. 

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