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TematicheStati Uniti e Nord AmericaL'approccio americano al Medio Oriente

L’approccio americano al Medio Oriente

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Dopo aver attraversato un’innegabile fase di maturazione sull’onda dalla stanchezza imperiale avvertita dalla propria popolazione, Washington teme oggi un coinvolgimento diretto nel Medio Oriente. Oltre alla guerra in Ucraina e al conflitto in Israele, si profila all’orizzonte la partita decisiva nell’Indopacifico. Lungo il cammino ogni distrazione può essere fatale.

La strategia americana, ineludibile per qualsiasi amministrazione che si insedi alla Casa Bianca, ha visto concretizzarsi il suo ultimo obiettivo al termine della guerra fredda, quando si inaugurò un periodo di supremazia solitaria degli Stati Uniti sullo scenario internazionale. Da allora, la strategia statunitense può essere sintetizzata come segue: preservare il dominio delle rotte marittime globali controllando i principali colli di bottiglia oceanici ed impedire che qualsiasi soggetto geopolitico domini il proprio continente d’appartenenza. Tale schema imprescindibile ha poi trovato implementazione nei diversi quadranti in cui gli apparati americani hanno operativamente suddiviso il globo, dal momento che per rimanere tale una superpotenza deve necessariamente impegnarsi in qualsiasi macroarea geografica, onde evitare che potenziali rivali possano insinuarvisi per minacciare il proprio sistema egemonico. Il mantenimento della primazia geopolitica, infatti, comporta notevoli sforzi da parte della collettività che se ne intesta il fardello, spesso incompatibili con il benessere economico e sociale della sua stessa popolazione. Un paradosso mediamente incomprensibile alle nostre latitudini, eppure connaturato alla cogenza della condizione imperiale, impossibile da abbandonare arbitrariamente senza collassare sotto il peso dei nemici.

Crocevia naturale di popoli e rotte commerciali che connettono l’Europa con l’Asia, nonché serbatoio di notevoli risorse energetiche, il Medio Oriente assume importanza strategica agli occhi statunitensi in quanto posto al centro della massa euroasiatica, il supercontinente più importante del mondo. Nello specifico, non solo non è mai esistita alcuna potenza in grado di essere pienamente dominante a livello globale senza prima aver imposto il proprio primato sull’Eurasia, ma qualsiasi soggetto ostile che assurga al controllo di questo spazio potrebbe poi facilmente proiettare sé stesso anche sulle coste del Nord America. Da questo semplice ragionamento deriva dunque il valore intrinseco del Medio Oriente, baricentro geografico di un’area così decisiva per gli assetti internazionali. 

Dalla fine della guerra fredda, Washington ha perseguito due principali imperativi strategici per mantenere saldo il proprio primato sulla regione mediorientale, successivamente declinati con differenti sfumature dalle varie amministrazioni americane. In primo luogo, evitare l’ascesa di un egemone autoctono il grado di incrinarne la sfera di influenza e potenzialmente minacciare la supremazia statunitense. In seconda istanza, conservare la facoltà di garantire o interdire a proprio piacimento la navigabilità degli istmi regionali, stretti in cui si imbottigliano le rotte marittime attraverso cui transita ancora oggi il 90% delle merci scambiate nel mondo. In Medio Oriente ve ne sono tre di fondamentale importanza: Suez, Bab al-Mandab ed Hormuz.

Benché sia rimasto inevitabilmente immutato sul piano degli obiettivi cruciali da perseguire, negli ultimi anni l’approccio americano alla regione mediorientale ha subito un notevole cambio di paradigma nelle sue declinazioni tattiche, frutto di una lunga presa di coscienza avvenuta in seno agli apparati di Washington. All’inizio degli anni Duemila, infatti, all’apice di un momento di massima tracotanza dettato dalla fase di sostanziale unipolarismo della potenza a stelle e strisce, gli statunitensi si convinsero di poter plasmare il mondo a propria immagine e somiglianza. Storditi da un attacco terroristico subìto passivamente sul territorio nazionale, sull’onda dell’emotività gli Stati Uniti sovrastimarono la portata dell’11 settembre e decisero di intraprendere una campagna militare contro una tattica, non un soggetto geopolitico, occupando fisicamente il territorio dell’Afghanistan e dell’Iraq nella presunzione di istaurarvi delle forme di governo affini alla propria. Un’improbabile acrobazia che scatenò il giubilo di Cina e Russia, principali beneficiarie della fase adolescenziale dell’impero americano, durante la quale il primo accenno di disordine nel sistema internazionale distolse l’attenzione della superpotenza dalle manovre dei suoi principali rivali, che ne profittarono saggiamente per riassestarsi. 

Segnati da due decenni di unipolarismo guerreggiati nel pantano mediorientale e sollecitati dal conseguente riassetto di cinesi e russi, a partire dai primi anni dell’amministrazione Obama gli Stati Uniti cominciarono però ad amministrare il quadrante con maggiore sapienza. In poche parole, Washington si dimostrò in grado di transitare da un approccio impulsivo votato all’interventismo militare, ad una scelta più oculata riguardo l’uso diretto della forza armata, preferendo impegnarsi in prima persona solo quando strategicamente necessario. Un processo di netta maturazione tradottosi poi nell’applicazione della celebre tattica dell’equilibrio di potenza al Medio Oriente, secondo la quale l’entropia diventa uno strumento nelle mani dell’egemone, almeno finché non intacca i suoi stessi interessi geopolitici. A tale proposito, una volta individuate in Iran, Turchia, Israele ed Arabia Saudita le quattro nazioni potenzialmente in grado di dominare la regione, gli Stati Uniti hanno cominciato a sostenere ciclicamente le più deboli e ad ostacolare le più esuberanti, con il fine ultimo di mantenere un contesto favorevole e privo di padroni. Da ultimo, convinti che Teheran fosse il soggetto più insidioso in virtù del proprio retaggio imperiale, gli americani hanno sfruttato la convergenza di un asse turco-israeliano per favorire la creazione di un baricentro regionale (seppur dinamico), al quale appaltare il contenimento del rivale persiano ed attorno a cui cooptare i vari satelliti arabi presenti nell’area. Circostanza, questa, che ha progressivamente permesso un parziale ritiro di Washington dal Medio Oriente, con l’obiettivo principale di concentrare maggiori risorse nelle più cogenti sfide con Mosca e Pechino.

Tuttavia, il recente ritorno di fiamma mediorientale innescato dall’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre ha improvvisamente infranto alcune delle illusioni americane riportandole alla realtà, come la possibilità di una quieta convivenza con l’Iran o la ritrovata stabilità della regione. Crepe di notevole rilevanza, dal momento che hanno alimentato i dubbi statunitensi sulla capacità di gestire più crisi contemporaneamente, senza distogliere un eccessivo gradiente di attenzione dal teatro Indopacifico. Sebbene infatti l’Ucraina ed Israele siano oggi scenari impossibili da trascurare, sul lungo periodo rischiano di tramutarsi in una fatale distrazione da quella che è la vera partita del secolo, ovvero la competizione con Pechino. Questo perché, con tutti i limiti del caso, la Cina è potenzialmente l’unico soggetto in grado di intaccare il primato geopolitico americano, in Eurasia come nel mondo. 

Parzialmente sollevati dal fatto che la struttura degli Accordi di Abramo sia sopravvissuta all’offensiva condotta da Hamas su probabile spinta iraniana, attualmente gli Stati Uniti temono che Israele, al fine di ripristinare la deterrenza, finisca per scalfire ulteriormente l’immagine del proprio esercito, impantanandosi nel dedalo di Gaza ed alienando i paesi arabi che dovrebbero gradualmente trovare protezione sotto il suo ombrello securitario. Nell’immediato l’obiettivo degli americani è dunque quello di evitare che gli scontri nel Medio Oriente si allarghino a macchia d’olio, limitandone la portata e resistendo alla tentazione di rimarne anch’essi invischiati. Più in generale, invece, le manovre tattiche di Washington sullo scacchiere globale dovranno necessariamente concentrarsi sul concludere velocemente il conflitto ucraino, contenere quello mediorientale e scongiurare un’imminente deflagrazione dell’Indopacifico. Per preservare la propria egemonia, infatti, in questa fase gli Stati Uniti sono costretti a dare prova di una spiccata risolutezza, altrimenti rischieranno di innescare il crollo del sistema che hanno faticosamente eretto. L’attuale contingenza internazionale, se mal gestita, potrebbe facilmente risultare in una fatale distrazione. Per un impero non esiste sfida più complessa della manutenzione dei propri domini.

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