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TematicheSpazioL'anno spaziale europeo: l'Unione non fa la forza

L’anno spaziale europeo: l’Unione non fa la forza

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Il 2023 è proseguito sulla scia del 2022: l’«anno zero» per il settore spaziale europeo, e non solo. Il conflitto in Ucraina continua a segnare pesantemente l’equilibrio e la consistenza delle attività e delle aspirazioni spaziali del continente europeo, fortemente deteriorate in seguito alla totale – quanto poco razionale ed emotiva- interruzione dei rapporti di collaborazione con l’Agenzia Spaziale Russa (ROSCOSMOS) a seguito dell’invasione dell’Ucraina. 

ROSCOSMOS che riforniva la controparte europea di vettori Soyuz: «LA» soluzione (tampone) che garantiva all’Europa il perseguimento e mantenimento delle proprie attività spaziali operative: dalla messa in orbita di satelliti militari e scientifici, alle sonde di esplorazione interplanetaria. Capacità di accesso allo Spazio esterno venuta meno, del tutto, soprattutto a seguito del concomitante pensionamento dell’ARIANE-V (lo storico lanciatore di punta dell’Europa) non sostituito per tempo del successore ARIANE-6 di nuova generazione, e per il quale sussistono gravi ritardi nella messa in servizio, principalmente dovuti allo sviluppo e qualifica degli stadi propulsivi. Ritardi che mettono ulteriormente a rischio il -già tre volte rinviato- debutto (o «maiden flight») previsto proprio per la fine di quest’anno. 

L’unico spiraglio di speranza per l’Europa di mantenere un accesso indipendente allo Spazio esterno era rappresentato dal lanciatore leggero europeo di concezione italiana VEGA-C. “Era” perché anche questa possibilità si è purtroppo rapidamente dissolta dopo il successo del primo volo. Poco più di un anno fa, infatti, nel mese di dicembre 2022, la seconda missione di VEGA-C (VV22) si concluse con la perdita del lanciatore e del suo intero carico: i satelliti della Difesa francesi «Pleiades». Incidente in seguito al quale, nel marzo del 2023, la commissione di inchiesta individuò la causa ufficiale della perdita del vettore e del suo prezioso “carico pagante” (militare) nel cedimento strutturale del “cono di scarico” dei gas combusti del motore del “secondo stadio” di propulsione di VEGA-C, lo «Zefiro-40». Evento che portò alla totale perdita di spinta, con conseguente perdita di quota del lanciatore fatto quindi poi esplodere dal centro di controllo a terra onde evitare ricadute di detriti sulla terraferma. Ugello di scarico prodotto dalla storica azienda aerospaziale Ucraina «Yuzhnoye»: ulteriore dipendenza dell’Europa da uno scenario oggi di crisi. Conclusioni ovviamente rigettate dall’Ucraina, ma che hanno indotto l’azienda italiana AVIO -produttrice del lanciatore- a rivolgersi a fornitori europei, in particolare alla francese AIRBUS, con tutti i ritardi del caso dovuti allo sviluppo e test di un nuovo “ugello” che tengono VEGA-C tutt’oggi fermo a terra. 

Una “tempesta perfetta” quindi quella sull’ “Europa dello Spazio” che, dal non lontano 23 febbraio 2022, continuerà a condizionare severamente (anche per questo 2024) le attività e le aspirazioni spaziali del continente europeo, e quindi di riflesso anche quelle: politiche, economiche, scientifiche e sociali, settori tutti univocamente dipendenti dall’utilizzo di tecnologie spaziali.  

Nel 2023, solo «tre» sono stati i lanci all’attivo registrati per l’Europa (gli Stati Uniti si sono attestati oltre quota «cento» (CENTO!) lanci l’anno, la Cina intorno a quota «settanta», mentre la Russia ha mantenuto un volume di circa «venti» lanci l’anno nonostante lo sforzo bellico). In particolare, lo scorso «5 luglio», dallo spazioporto di «Kourou», è decollato l’ultimo ARIANE-V (VA-261) per la messa in orbita del satellite per la Difesa francese «Syracuse-4b» ed il satellite per telecomunicazioni dell’Agenzia Spaziale Tedesca (DLR) «Heinrich Hertz». Data storica quella del «5 luglio 2023» per lo Spazio europeo, pari a quella dell’«8 luglio 2011» per il programma spaziale americano in cui lo «Space Shuttle» eseguì il suo ultimo volo prima del definitivo pensionamento; evento che aprì un periodo di crisi senza precedenti per l’accesso allo spazio esterno da parte di astronauti americani che, per ben 7 lunghi anni, furono totalmente dipendenti proprio dai vettori russi Soyuz. Crisi analoga quella europea che, ad oggi, è senza lanciatori operativi, e quindi senza più autonome ed indipendenti capacità di accesso allo Spazio esterno

Il 2023 ha visto la fine di un’era di grande successo per la Spazio europeo. Un evento questo del tutto passato inosservato ma che invece seriamente limita -se non mette proprio a rischio- l’autonomia e l’indipendenza (alias sovranità) del continente europeo. Con il vettore ARIANE-V, l’Europa era arrivata ad essere leader mondiale indiscusso nel mercato dei satelliti per telecomunicazioni (e non solo) destinati ad essere operativi dalla strategica orbita geostazionaria (GEO): “là dove tutto si controlla e viene controllato”. Un primato condiviso insieme alla russa «International Launch Services» (ILS) che commercializzava i rispettivi lanciatori pesanti russi «Proton». La nascita di SpaceX è stata proprio la risposta statunitense atta a spezzare questo dominio russo-europeo nei lanci geostazionari e, ancora più in generale, nel mercato satellitare. Obiettivo pienamente riuscito. Impossibilitata a immettere autonomamente in orbita propri satelliti e sonde scientifiche, l’Europa ora è univocamente costretta a rivolgersi (pagando, e perché non c’è politicamente più alternativa) agli Stati Uniti d’America, in particolare al suo prodotto commerciale per eccellenza: la SpaceX di Elon Musk. Una Europa che da leader indiscussa è passata ad essere, oggi, totalmente ed univocamente dipendente dagli Stati Uniti per accedere allo Spazio esterno anche con propri astronauti, come dimostra la missione commerciale «Axiom-3». Una totale perdita di sovranità che sembra non destare interesse.

Dallo Space Summit di Siviglia (2023), alla European Space Conference di Bruselles (gennaio 2024): montagne che partoriscono topolini? 

A metà del mese di novembre 2023, a Siviglia, ha avuto luogo l’attesissimo «Space Summit» europeo: il primo appuntamento ufficiale dopo ogni Consiglio Ministeriale (CM) in cui gli Stati membri sono chiamati a dare “forma concreta”, ovvero a tradurre in reali programmi spaziali operativi, gli investimenti europei. Il Consiglio Ministeriale di Parigi del novembre 2022 (CM22) è stato il più ricco di sempre da quando esiste l’Agenzia Spaziale Europea (ESA). Ha visto infatti raggiungere il budget record di (quasi) 17 miliardi di euro per le attività spaziali continentali per i prossimi tre anni: fino al 2025, anno della prossima CM (CM25). Timido cambio di rotta che la crisi in Ucraina ha contribuito ad accelerare spingendo i Paesi membri dell’Unione Europea a scelte non più procrastinabili per una Europa che, come obiettivo, ha quello di diventare un soggetto geopolitico ed economico di primo piano credibile, alla pari di “competitors” come Stati Uniti e Cina. Obiettivo non raggiungibile senza adeguate capacità spaziali.

Ottime premesse (quelle finanziarie), tuttavia, non tradotte in coraggiose -quantomeno ambiziose- scelte da parte dell’ESA, e quindi da parte degli Stati membri. Nei mesi che hanno preceduto il Summit, più volte, lo stesso DG dell’ESA Joseph Aschbacher aveva preannunciato come allo Space Summit sarebbero state prese scelte strategiche importanti per riportare lo Spazio europeo nell’olimpo dei grandi. La realtà invece è che «la montagna ha partorito un topolino». Al Summit, uno dei principali temi -se non «IL» principale tema, poi risultato mancante- era quello di intavolare la discussione (quindi la volontà politica) di dotare l’Europa di proprie ed indipendenti capacità di accesso allo Spazio esterno per astronauti europei: con lanciatori europei, da suolo europeo. Un tema sul quale solo l’astronauta italiana Samanta Cristoforetti si è concretamente (ed esplicitamente) spesa nei mesi precedenti il Summit affinché l’Europa avesse il coraggio di scelte simili. Nulla di fatto. Ancora per molto tempo -forse mai a questo punto- l’Europa non disporrà di una propria capsula di trasporto astronauti, proprio al pari di Stati Uniti, Cina, Russia e -molto presto- anche India.

L’unico annuncio di rilievo che ha caratterizzato il Summit di Siviglia per quale che riguarda l’ESA, è l’istituzione del programma spaziale europeo «Cargo-2028». Programma che punta entro il 2028 (questo si che è ambizioso!) di dotare l’Europa di una propria “navetta cargo” in grado di rifornire la Stazione Spaziale Internazionale (ISS) -nel suo primo volo dimostrativo o di qualifica- e soprattutto quelle che saranno le future Stazioni Spaziali private americane in orbita bassa (LEO). Un suo ulteriore futuro utilizzo potrebbe riguardare anche il rifornimento del «Gateway», la futura Stazione Spaziale Internazionale attorno alla Luna

La “particolarità” è che, nella sua (alquanto generica ed indefinita) evoluzione, questa “navetta cargo” è richiesto possa effettuare rientri non-distruttivi sulla Terra. In altre parole, una “capsula di rientro” «SE» (un giorno anch’esso non definito) questo “cargo” fosse composto da astronauti. Vago. Confuso. Una Europa che naviga a vista, non ambiziosa, prima ancora che coraggiosa.   

Ad oggi, alla prova dei fatti, il programma europeo «Cargo-2028» sembra quasi inconsciamente inglobato nel programma (americano!) «Commercial Resupply Services» della NASA. In cambio, l’Europa potrebbe ricevere degli “slot di volo” per propri astronauti sulle future stazioni spaziali private…americane: non internazionali, non europee! Attenzione: nulla di scontato come dimostra l’altro grande impegno dell’Europa nei confronti degli Stati Uniti: il programma lunare «ARTEMIS». In questo programma l’Europa, per il tramite delle sue migliori tecnologie aerospaziali, realizza il cosiddetto «Modulo di Servizio», lo «European Service Module (ESM)», delle capsule americane per trasporto astronauti «ORION»: capsule americane per missioni umane americane di esplorazione nello Spazio profondo. In poche parole, l’Europa costruisce il modulo che assicura agli astronauti americani tutto il necessario supporto vitale: ossigeno, acqua, energia etc. per approdare sulla Luna. Un ruolo centrale quindi, indispensabile. Eppure, non sono previsti astronauti europei a bordo delle missioni lunari del programma «ARTEMIS», men che meno sulla superficie lunare

Con il programma “Cargo-2028”, l’Europa tornerà a dotarsi di un assetto spaziale capace di fornire servizi logistici (principalmente trasporto di materiali “per e da” l’orbita bassa) nel vano tentativo di meglio bilanciare il proprio ruolo nei confronti degli Stati Uniti, considerando che il primo volo di qualifica è previsto nel 2028/2030: anno di dismissione della ISS. Poco comprensibile. Comprensibile è invece la strategia di Washington che, proprio a seguito della dismissione della ISS, si troverà orfana delle navette cargo russe «Progress», tutt’oggi fondamentali per la sopravvivenza della stessa ISS e quindi anche degli astronauti americani. Per le proprie (americane) future stazioni spaziali private, gli Stati Uniti avranno bisogno di un sostituto, legando ancora a sé il migliore potenziale tecnologico ed industriale europeo per il perseguimento dei propri obiettivi come è il continuo dominio dell’orbita bassa (LEO), anche per quanto riguarda i voli umani di cui Axiom è proprio espressione.

Alla recente European Space Conference tenutasi a Bruxelles lo scorso 23 e 24 gennaio sono stati tanti (di nuovo) gli annunci. Condivisibile è “l’arringa” del Commissario-UE Thierry Breton che, in apertura del suo intervento, spende proprio le seguenti parole: «C’è bisogno di ambizione, velocità e leadership più che mai: il recupero della nostra sovranità è indispensabile se l’Unione europea vuole rimanere un attore spaziale credibile». Parole che, guardando alla realtà operativa, quella basata sui reali programmi spaziali messi in atto in campo continentale anche per il prossimi 10/15 anni, racconta qualcosa di molto diverso. 

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