L’annessione della Valle del Giordano e il disegno politico-strategico di Netanyahu

Dopo uno stallo politico durato più di un anno, lo Stato di Israele è riuscito finalmente a formare il 35° governo della sua storia. Il nuovo “Governo di Emergenza Nazionale” è il frutto dell’accordo stipulato fra il Likud di Benjamin Netanyahu e Kahol Lavan, guidato da Benny Gantz, per far fronte all’emergenza posta dal Covid-19. I due leader, che si alterneranno alla guida del paese, hanno previsto la possibilità per entrambi i partiti di avere il potere di veto nella presentazione delle proposte legislative, oltre che l’obbligo di non legiferare su argomenti estranei agli effetti del Coronavirus per i primi sei mesi dell’attività di governo. Tuttavia, queste due condizioni non valgono per una questione: l’annessione della Valle del Giordano.

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La supremazia politica di Netanyahu

Nell’accordo di governo col suo collega-rivale, Netanyahu è riuscito ad ottenere la possibilità di procedere verso l’estensione della sovranità israeliana in Cisgiordania, progetto politico già da lui delineato lo scorso anno in vista delle elezioni di settembre. Questo lasciapassare è contenuto nell’articolo 29 del patto di coalizione, che permetterà al Governo, a partire dal 1° luglio 2020, di presentare la proposta alla Knesset. Nel suo discorso prima della cerimonia di giuramento, Netanyahu ha ribadito la centralità del progetto di annessione affermando che “è giunto il momento per chiunque creda nella giustezza dei nostri diritti in Terra d’Israele di unirsi a un governo da me guidato per portare avanti insieme un processo storico“. L’annessione della Valle rappresenterebbe per l’attuale Primo ministro il coronamento di un duplice disegno politico-strategico:

  1. Assorbire all’interno del bacino elettorale del Likud i voti degli elettori vicini alla destra ultraortodossa
  2. Raggiungere un obiettivo strategico di difesa di lunga data

All’interno del variegato panorama politico israeliano, il voto degli elettori più religiosi e nazionalisti è storicamente andato ai diversi partiti religiosi e sionisti, che nei vari governi Netanyahu hanno formato l’ago della bilancia per garantirgli la maggioranza parlamentare. Tuttavia, è facilmente riscontrabile il tentativo del Primo ministro di attirare verso il suo partito, il Likud, il sostegno di questi elettori tramite il supporto dell’ideologia sionista ed i suoi numerosi richiami storici al “Grande Israele”, al supporto degli insediamenti in Cisgiordania e alla rinnegazione stessa di un’entità nazionale palestinese in quest’ultima. Netanyahu sembra sia effettivamente riuscito ad attrarre nel Likud molti dei voti che in precedenza sarebbero confluiti nei vari partiti religiosi. Infatti, mentre i partiti sionisti di estrema destra ad aprile 2019 ottennero all’incirca il 9.66 % dei voti, durante le elezioni di marzo non sono riusciti ad andare oltre il 5.66%, mentre il Likud ha aumentato i suoi voti del 3%, staccando Kahol Lavan. Da questo quadro appare chiaro come la leadership di Netanyahu sia ancora ben salda, nonostante l’incombente processo per corruzione che il Primo Ministro dovrà affrontare a partire dal 24 maggio.

La Valle del Giordano come imperativo strategico

L’annessione della Valle del Giordano non è concepibile solamente come una mossa elettorale, al contrario, fa parte del dibattito strategico e di difesa di Israele sin dall’inizio dell’occupazione nel 1967. Dopo la fine della guerra dei Sei Giorni, l’allora Capo di Stato Maggiore Yitzhak Rabin riteneva fondamentale la presa della Valle per garantire allo Stato di Israele dei confini difendibili nel caso di un nuovo scontro con la Giordania. L’importanza strategica della Valle del Giordano è rappresentata dal fatto che questo confine è anche il più vicino al triangolo Gerusalemme-Haifa-Tel Aviv, che racchiude circa l’80% della popolazione israeliana e rappresenta il fulcro economico del paese. Nella possibilità di una invasione meccanizzata da oriente, la Valle del Giordano rappresenterebbe la prima e unica via di difesa israeliana.

Tuttavia, la Valle è considerata come essenziale per la sovranità di un futuro Stato palestinese, specialmente nell’ottica di una soluzione a due stati, dato che rappresenterebbe per i palestinesi l’unico confine separato da Israele e permetterebbe di collegare il futuro stato con la Giordania. Attualmente, nella Valle del Giordano sono presenti all’incirca tredicimila israeliani e sessantacinquemila palestinesi, secondo i dati di PeaceNow. La maggior parte di quest’ultimi vivono nella città di Gerico, esclusa però dai piani di annessione, mentre 47 comunità di pastori palestinesi (circa quattromila persone) ricadrebbero sotto la giurisdizione israeliana, vivendo nella cosiddetta Area C prevista dagli Accordi di Oslo.  L’annessione dell’Area C nella Valle del Giordano creerebbe una mancanza di continuità territoriale, lasciando Gerico, ad esempio, isolata e circondata da territorio israeliano. Secondo la mappa presentata da Netanyahu a settembre, i territori compresi nel piano di annessione corrispondono a circa il 22% della Cisgiordania ed un quinto dell’area da annettere è proprietà privata dei cittadini palestinesi.

Tuttavia, non mancano le critiche a questo progetto strategico. Il CIS (Commanders for Israel’s security), un gruppo di 220 ex generali delle varie forze di sicurezza israeliane -dall’IDF, al Mossad, allo Shin Bet – ha pubblicato il 3 aprile, un editoriale sui vari quotidiani israeliani in cui si appella direttamente ai suoi due ex colleghi nel nuovo governo, Benny Gantz (Ministro della Difesa e Vicepremier) e Gabi Ashkenazi (Ministro degli Esteri), i quali sono stati anche Capi di Stato dell’IDF. Il CIS sostiene che la necessità strategica rappresentata dalla Valle sia sovrastimata se si pensa che, nonostante le relazioni altalenanti, con la Giordania vige ancora lo storico trattato di pace firmato nel 1994. Nell’ipotesi di una mossa unilaterale, il pericolo maggiore è rappresentato dalla possibilità di vedere stracciati gli unici accordi di pace con paesi arabi firmati da Israele, ovvero quelli con Giordania ed Egitto. Infatti, il Re giordano Abdullah, in una intervista al quotidiano tedesco Der Spiegel, ha sostenuto che l’annessione unilaterale “porterà ad un massiccio conflitto con il Regno di Giordania”.

La Posizione degli Stati Uniti

L’accordo di coalizione, nella parte riferita all’annessione della Valle del Giordano, obbliga Netanyahu a ratificare il piano di pace per il Medio Oriente presentato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump a gennaio. È deducibile quindi, che l’ago della bilancia è rappresentato dall’assenso di Washington. Il “Deal of the Century” prevede che la Valle del Giordano ricada sotto la sovranità israeliana, configurandosi così come compatibile con le proposte di Netanyahu. Ciononostante, Jared Kushner, l’Inviato americano in Medio Oriente e ideatore del piano di pace, ha ribadito a febbraio che quello che era stato concordato tra gli Stati Uniti ed Israele era l’istituzione di un comitato congiunto per discutere una road map organizzata. Queste vaghe dichiarazioni sono lontane dal chiarire se gli Stati Uniti incoraggino o si oppongano all’annessione unilaterale. Anche le parole rilasciate da Mike Pompeo, Segretario di Stato USA, sembrano non chiarire la posizione degli Stati Uniti. In seguito alla sua prima visita estera dopo più di un mese, incontrando a Gerusalemme sia Netanyahu che Gantz, mercoledì 13 maggio, Pompeo ha detto a Israel Hayom che annettere parte della Cisgiordania è una decisione israeliana, e che Israele avrà sia il diritto che l’obbligo di prendere una decisione su come procedere.

L’incertezza causata dall’impatto del Coronavirus negli Stati Uniti, combinata alla preoccupazione per le elezioni di novembre, sembrano aver spinto l’amministrazione Trump ad un approccio leggermente più cauto nello sponsorizzare l’annessione lasciando però la decisione finale ad Israele e quindi, nelle mani di Netanyahu. Quest’ultimo sembra aver capito di avere l’ultima parola sulla questione e sa che la “window of opportunity” dettata dal supporto – più o meno tacito – dell’amministrazione americana potrebbe svanire e quindi optare per l’annessione a partire dal 1° luglio. Le conseguenze di quest’ultima potrebbero portare alla cessazione della cooperazione di sicurezza con l’Autorità Palestinese e perfino al suo crollo, data l’impopolarità del Presidente Abbas, spingendo così i cittadini palestinesi verso il supporto di Hamas. L’instabilità in Cisgiordania potrebbe trasferirsi al di là del fiume Giordano e provocare la fine dei rapporti pacifici fra Israele e Giordania, oltre che alimentare ulteriormente l’instabilità regionale.

Il dilemma di Netanyahu

A prescindere da quello che accadrà, risulta evidente come l’artefice del piano di annessione, Netanyahu, abbia in mano le chiavi per dare una svolta alla questione. Bisognerà vedere se il Primo ministro voglia sfruttare a pieno le congiunture internazionali che potrebbero favorire l’annessione. Sul piano interno, la partita è già decisa, dato che il Likud ha già la maggioranza in Parlamento. All’interno del contesto regionale, i rivali di Gerusalemme non hanno ancora la forza e la coordinazione politica necessaria per impedire ad Israele di procedere verso il percorso unilaterale. L’Unione Europea ha già ammonito Israele delle possibili conseguenze in caso di annessione, con una dichiarazione dell’Alto Commissario Borrell. Tuttavia, come già successo varie volte in precedenza su altre questioni legate al diritto internazionale, il governo israeliano probabilmente ignorerà gli avvertimenti europei, proseguendo per la sua strada. Sarà fondamentale capire la posizione del più importante alleato israeliano: gli Stati Uniti. Il 2020 si sta dimostrando un anno molto delicato per l’amministrazione Trump che sta cercando di appoggiare le mosse di Netanyahu senza però essere considerata un fattore accellerante, lasciando l’ultima parola al leader del Likud. Quest’ultimo potrebbe accelerare l’annessione in vista di un cambio di amministrazione a novembre 2020, ma dovrà ponderare se l’estensione della sovranità sulla Valle del Giordano valga il deterioramento dei rapporti con la Giordania e l’Egitto, e la fine della collaborazione con l’Autorità Palestinese.

                                                           Thomas Bastianelli,
Geopolitica.info