L’America nel mondo nuovo – I principi cardine della nuova politica estera americana

Donald Trump è il nuovo Presidente degli Stati Uniti. Per quanto sembrasse impossibile a commentatori e giornalisti, il magnate di New York si è ormai insediato a tutti gli effetti nello Studio Ovale. Sono iniziati i fatidici 100 giorni: come si evolverà la politica estera americana sotto la nuova leadership?

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Un buon punto di partenza per fare previsioni è ricostruire le promesse fatte dall’allora candidato repubblicano durante la campagna elettorale, alla ricerca dei principi cardine della sua linea di politica estera. Dall’analisi dei discorsi più significativi della campagna elettorale, emerge chiaramente che la linea di politica estera propostada Donald Trump si basa su due pilastri: America First e Peace Through Strength. Analizzandoli, valuteremo anche quali passi sono stati presi in merito ad alcune delle proposte una volta che Trump si è ufficialmente insediato alla Casa Bianca e quali sono le prospettive per il prossimo futuro.

 

America First

Nel suo discorso al Center for the National Interest dell’aprile 2016, Trump mette in chiaro quale sarà principio cardine della sua presidenza: la tutela degli interessi e della sicurezza del popolo americano. In due parole, America First, prima l’America. In questo senso, Trump si propone di rigettare le “false lusinghe del globalismo” e riportare l’interesse nazionale al centro della politica estera americana. A livello pratico, il pilastro America Firstsi concretizza in quattro proposte del candidato Trump.

Primo, l’era dell’interventismo liberale che aveva contraddistinto l’era Bush e, in parte, l’era Obama deve finire: esportare la democrazia è un’idea pericolosa e troppo costosa, mentre gli interventi militari all’estero dovrebbero essere limitati ai casi di clear and present danger alla sicurezza nazionale americana.

Secondo, gli alleati degli Stati Uniti devono iniziare a fare la loro parte, condividendo con Washington il peso economico, politico e umano del mantenimento della sicurezza e dell’ordine internazionale. Se non “rimborsati” a dovere, gli Stati Uniti potrebbero anche riconsiderare il proprio coinvolgimento militare all’estero, incluso quello in ambito NATO. Durante le udienze di conferma del Congresso, però, alcuni nuovi membri dell’Amministrazione americana (in particolare, il nuovo Segretario di Stato Rex Tillerson) hanno preso le distanze da queste posizioni, riaffermando la volontà americana di tener fede in ogni caso agli impegni presi.

Terzo, il libero commercio non va più considerato come fine a se stesso, ma deve tornare a essere funzionale agli interessi americani. È questo il ragionamento che ha portato il Presidente Trump, nei primissimi giorni alla Casa Bianca, a sancire l’uscita degli Stati Uniti dalle contrattazioni per il Trans Pacific Partnership (TPP). Anche il North Atlantic Free Trade Agreement (NAFTA) sembra venir messo in discussione, dopo 23 anni dalla sua entrata in vigore.

Quarto, i valori americani devono continuare ad essere difesi dagli Stati Uniti anche all’estero: rientra a tutti gli effetti nell’interesse nazionale americano. Con una spinta tutt’altro che isolazionista, secondo Trump gli Stati Uniti devono tornare ad essere il leader del mondo libero, in prima linea nelle grandi battaglie dell’umanità. Il nemico numero uno, in questo senso, è il “Terrorismo Islamico Radicale” in tutte le sue forme: una minaccia per gli Stati Uniti e l’Occidente pari a quella del fascismo e del comunismo. Rientra in questo ragionamento la decisione di Trump, appena insediato alla Casa Bianca, di dare istruzione ai vertici militari di approntare un piano di contrasto al gruppo Stato Islamico, di cui al momento, tuttavia, non sono stati ancora resi noti i dettagli.

 

Peace Through Strength

 Nel discorso alla Union League di Philadelphia del settembre 2016, il candidato Trumpdettaglia la propria visione per il futuro del ruolo dell’America nel mondo.Secondo il magnate,“il mondo è più pacifico e più prospero quando l’America è più forte”. Per Trump la strada verso un mondo migliore passa necessariamente dalla volontà americana di mostrare ed esercitare forza, tanto nei rapporti con i nemici quanto con gli alleati. Il secondo pilastro della politica estera di Trump, dunque, è riassumibile nell’espressione Peace Through Strength, pace attraverso la forza.

A livello pratico, il pilastro Peace Through Strengthsi concretizza in due proposte del candidato Trump, che hanno già visto parziale realizzazione nei primi giorni alla Casa Bianca.

La prima proposta è un considerevole aumento della spesa militare statunitense, al fine di ristabilire il primato militare americano. I numeri prospettati da Trump sono ambiziosi: un aumento del 10% delle dimensioni dell’esercito, del 20% della marina, il raddoppio del corpo dei Marines. A ciò si aggiunge il completo riammodernamento della flotta aerea americana, il potenziamento del sistema di difesa missilistico e delle capacità (difensive e offensive) di cyberwarfare.

La seconda proposta è un drastico ripensamento delle misure legate alla sicurezza nazionale. Dimostrare durezza e inflessibilità con i nemici degli Stati Uniti anche in patria sarà interpretato, secondo Trump, come un segno inequivocabile di forza: questo aiuterà a recuperare il rispetto perso negli anni di Obama e, al contempo, è una mossa fondamentale per mettere la nazione al sicuro dalle minacce del terrorismo internazionale. Si inserisce in questa linea di ragionamento, ad esempio, il controverso divieto di immigrazione per i cittadini di sette paesi a maggioranza islamica considerati pericolosi, imposto con un Ordine Esecutivo nel corso di gennaio.

 

Il ritorno del Realismo?

 America First e Peace Through Strength sorreggono una politica estera modellata su una visione del mondo lontana dall’ottimismo che ha caratterizzato, seppur in modo differenziato, le presidenze di Clinton, Bush e Obama. Agli occhi del nuovo Presidente, il mondo nuovo impone agli Stati Uniti di combattere per mantenere il proprio primato globale e di farlo con l’unico vero strumento a propria disposizione, la “vecchia geopolitica” – per dirla con Walter Russell Mead. Si tratta del prepotente ritorno del Realismo, forse la più popolare fra le teorie delle Relazioni Internazionali, che da sempre pone al centro dell’agire degli Stati l’interesse nazionale, da perseguirsi, se necessario, con la forza militare.

Come si evolverà, a partire da queste basi, la politica estera americana nell’era Trump? Certo è interessante considerare che è difficile condurre una politica realista dallo Studio Ovale. Lo sa bene George W. Bush, entrato alla Casa Bianca con l’ambizione di porre al centro della politica estera americana l’interesse nazionale, non quello di una “illusoria” comunità internazionale. La storia ha portato la presidenza Bush a diventare una delle presidenze più internazionaliste di sempre, facendo proprie molte istanze del Liberalismo, la teoria storicamente “antagonista” del Realismo. Finirà così anche per Trump?